Il socialismo non è passato  
Scritto con Cesare Salvi

Perché è inaccettabile la tesi che il socialismo appartiene alle culture politiche del passato, e che chi vuole il "nuovo" deve essere pronto ad abbonarlo, o quanto meno a concorrere a superarlo?

Per la verità è da più di un secolo che, periodicamente, viene stilato il certificato di morte del socialismo. A dichiararlo irreversibilmente defunto furono in Italia tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento Croce e Gentile, e lo stesso accadde in altri paesi europei da parte di autorevoli commentatori "borghesi" del dibattito aperto da Bernstein nella socialdemocrazia tedesca. Si sa che poi invece socialismo e comunismo sopravvissero a due guerre mondiali e furono tra i protagonisti di quello che Hobsbawm ha definito il "secolo breve".
Dalla fine degli anni '80 il dibattito si è riaperto alla luce di una crisi e di una sconfitta. La crisi è quella della socialdemocrazia europea di fronte all'offensiva neoliberista, che impedì lo sviluppo della nuova fase di quell'esperienza, che pure si stava delineando (basti qui nominare Brandt e Palme, e l'incontro della loro elaborazione con l'originale percorso tentato da Enrico Berlinguer). La sconfitta è quella dell'idea della riformabilità dall'interno dell'Unione Sovietica e dei sistemi dell'Est europeo perseguita da Gorbaciov, e su cui aveva scommesso anche l'eurocomunismo. Si parlò addirittura di "fine della storia". E tuttavia ancora oggi, ben dentro il nuovo millennio, le forze del socialismo costituiscono in Europa (all'Ovest come all'Est) una soggettività politica centrale.

Naturalmente questi sommari riferimenti storici non bastano a negare la necessità di discutere del significato, oggi, di una proposta politica che al socialismo voglia fare riferimento. La fine del "secolo breve", segnata dall'affermarsi della rivoluzione neoliberista e dal crollo del comunismo, ha in effetti prodotto una grande cesura da cui non sono uscite indenni le stesse esperienze della socialdemocrazia europea. Ma la conclusione che ne ricava Anthony Giddens, da tempo il maggior teorico del superamento del socialismo, andrebbe, secondo noi, rovesciata. Per Giddens, se il socialismo è morto resterebbe però la sinistra, una sinistra che abbandoni ogni residuo "ideologico", e, in particolare, faccia propri senza remore i principi del libero mercato. Probabilmente invece è vero che sono proprio la sinistra dominante nell'ultimo quindicennio e le sue culture "deboli", delle quali Giddens è stato uno dei massimi teorici, ad avere esaurito la loro funzione, e che dalla crisi del socialismo è possibile uscire se si evita di riprodurre quelle culture e anche l'orizzonte entro il quale il dibattito si è sviluppato.
Da dove nasce, del resto, il malinconico tramonto del blairismo? Esso non è, forse, originato dal fatto che la sinistra residuale e "asocialista" che propone Giddens è non già la risposta, ma uno dei fattori della crisi?

E allora le domande sono: c'è bisogno di una nuova sinistra? E il riferimento al socialismo va abbandonato o deve restare componente essenziale di questa nuova sinistra?

A noi pare che tutto ciò che ci circonda indichi la necessità che a queste domande sia data una risposta positiva. E' una necessità che nasce dalle contraddizioni vecchie e nuove del capitalismo, che il modello neoliberista tende a esasperare. I processi di globalizzazione in atto, a partire dall'affermazione dei grandi colossi asiatici, poggiano le loro basi sul più grande esercito industriale di riserva che la storia dell'umanità abbia mai conosciuto. Il lavoro (tutto il lavoro, da quello intellettuale a quello manuale, dal lavoro stabile e garantito a quello precarizzato) costituisce il centro e il motore dello sviluppo. Altro che fine del lavoro! La globalizzazione ha determinato l'eliminazione o la riduzione delle tutele del lavoro costruite nel secolo scorso, ma non ne ha rimesso in discussione il ruolo centrale nella produzione della ricchezza. Una globalizzazione senza socialismo, affidata esclusivamente al mercato, fa aumentare fortemente e progressivamente su scala mondiale le ingiustizie e le differenze sociali. All'aumento della ricchezza complessiva corrisponde un aumento spaventoso della povertà per parti intere del pianeta, e negli stessi paesi occidentali sono sempre più estesi i ceti sociali tagliati fuori da un'equa distribuzione del reddito e delle risorse. E mai come oggi le giovani generazioni si sentono private del loro futuro.

Per questa ragione, crediamo, all'affermazione economica del capitalismo su scala mondiale non ha corrisposto l'affermazione delle culture e dei modelli di civilizzazione dei paesi nei quali il capitalismo è nato, a partire dall'Europa. Anzi, i processi di unificazione economica si intrecciano con la riaffermazione di culture, costumi e identità fra loro diversissimi. Al massimo di mondializzazione dell'economia si accompagna il massimo di contrapposizione e di incomunicabilità tra le diverse civiltà. E una parte delle classi dirigenti, anche dell'Occidente, si è convinta che non ci sia alternativa allo scontro tra civiltà e al ricorso alla guerra come soluzione dei conflitti.

E' di fronte ai problemi del mondo contemporaneo, insomma, che noi crediamo legittimo porsi l'obiettivo del cambiamento dello stato di cose esistenti, un cambiamento dei processi in atto per indirizzarli verso un nuovo sviluppo della democrazia e della libertà, a cominciare (è ancora lecito dirlo?) dalla fondamentale ed elementare libertà dal bisogno.
Ma l'adozione di un punto di vista critico rispetto a una globalizzazione affidata al primato assoluto del mercato e la prospettiva di un agire politico che intende tradurre questa critica nella linea ispiratrice di una condotta riformatrice (o riformista, le parole non facciano paura) sono storicamente stati la sostanza del movimento socialista, per tutto l'arco del Novecento. Siamo davvero sicuri che oggi non serva più una soggettività politica che quella sostanza si proponga di far vivere negli scenari del nuovo millennio?

E qui torna la questione dell'Europa. Il dibattito un po' provinciale (oltre le Alpi, come si sa, non ne parla nessuno) sulle ipotesi di allargamento dei criteri di adesione, e magari anche del nome, del partito del socialismo europeo riduce a un fatto organizzativo un tema che ha ben altro spessore . Il tema "socialismo e Europa" è un altro.
Il socialismo, come concretamente si è svolto e al di là della sua stessa aspirazione all'universalità, è stato un fenomeno essenzialmente europeo. Anzi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, è stata parte costitutiva e decisiva della civilizzazione e dello sviluppo europeo.
Quel modello europeo al quale spesso ci si richiama, che è fatto di Stato sociale, di diritti del mondo del lavoro, di ampia e diffusa partecipazione politica, di aspirazione alla pace e a rapporti più giusti a livello planetario, connota l'identità stessa dell'Europa: nella storia, non in astratte proclamazioni. E senza il socialismo (come pensiero forte e come azione politica) tutto ciò non sarebbe stato nemmeno immaginabile.

Proclamare la fine del socialismo non significa allora anche eliminare quelle differenze del modello europeo rispetto a modelli capitalistici dominati da altre logiche, che costituisce l'identità specifica e propria dell'Europa?

Spezzare il filone ideale e politico del socialismo implicherebbe la rinuncia a una parte importante di una storia e di un agire collettivo, che servono non per cullarsi in nostalgie passatiste, ma per realizzare due obiettivi decisivi oggi. Il primo è di indicare ai popoli europei le ragioni della loro unità, dopo il fallimento del progetto del trattato costituzionale. La seconda è rilanciare la funzione dell'Europa nella costruzione di nuovi equilibri politici e sociali multipolari: unico processo in grado di delineare una via d'uscita rispetto ai rischi catastrofici del conflitto tra fondamentalismi e della guerra come strumento per risolverli.

Decretare sommariamente la morte del socialismo, insomma, va contro la storia e contro ciò che concretamente serve: una nuova sinistra, che sappia rinnovarsi, senza nostalgie ma anche senza insostenibili abiure.

"l'Unità", 29 settembre 2006

   
 
         
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