Per una sinistra popolare e di massa

rossodisera.info, 13 maggio 2008

La discussione in atto all’interno della sinistra su come dare corso a quella vera e propria rinascita di cui c’è bisogno sembra prescindere del tutto da un giudizio sulle ragioni del successo elettorale della destra e su i suoi caratteri, e se in tale risultato vi siano degli elementi di novità rispetto ad altre sue vittorie elettorali, in specie quella del 2001.
Questo è evidentemente un limite, che segnala una coazione a ripetere i vizi che hanno prodotto la cancellazione pure e semplice dopo quindici anni della sinistra nata con la fine dei partiti di massa dal panorama parlamentare.
Se si vuole ricostruire la sinistra non a partire da se stessi ma dalle contraddizioni e dai problemi fondamentali che attraversano il Paese, un giudizio, dunque, sui caratteri della vittoria attuale di Berlusconi è essenziale, essendo essa a suo modo specchio di quei problemi e di quelle contraddizioni. Ebbene, l’impressione è che ci troviamo di fronte a un successo che può disporre di una base di consenso ben più solida e stabile che nelle precedenti occasioni. Intanto è bene notare che mentre dal 1994 – anno di nascita del nuovo sistema politico bipolare - fino al 2006 hanno sempre vinto le coalizioni che erano in grado di approfittare delle divisioni del campo avversario (Berlusconi vince nel 1994 per la divisione tra Progressisti e Popolari; Prodi invece vince nel 1996 per la divisione tra destra e Lega; Berlusconi vince nel 2001 anche a causa della divisione tra Ulivo e Rifondazione; nel 2006, unico caso i cui le due coalizioni contrapposte realizzano il massimo di unità possibile, siamo di fronte difatti a un sostanziale pareggio).

Ora nel 2008 non è più così. Berlusconi supera di gran lunga la coalizione Pd- Italia dei Valori- Radicali nonostante la rottura con L’Udc. E nemmeno i cinque punti che residuano a sinistra (se mettiamo insieme le liste estreme, la Sinistra l’Arcobaleno e i Socialisti) sarebbero stati sufficienti a sopravanzare sia pur di poco il Pdl. Vuol dire che siamo di fronte a un mutamento dei rapporti di forza tra campo del centrodestra e quello del centrosinistra che, in quantità e qualità, segna una svolta negli orientamenti del Paese. Siamo di fronte a un risultato “strutturale” che per essere rovesciato ha bisogno di interventi che incidano sulla struttura della società e dei processi di formazione dell’opinione pubblica
Nelle dichiarazioni d’intenti degli esponenti del nuovo governo è evidente la consapevolezza di queste novità. Se nel 2001 il governo Berlusconi – dalla repressione delle manifestazioni contro il G8 a Genova alla mobilitazione dei Girotondi contro le leggi ad personam, alle mobilitazioni pacifiste contro la partecipazione della guerra in Iraq, alla lotta sindacale contro il ridimensionamento dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, fino ai movimenti di Scanzano Jonico contro il deposito di scorie nucleari e alla lotta dei lavoratori della Fiat di Melfi – aprì immediatamente un conflitto con strati ampi della società italiana che coinvolsero non solo gli elettori del centrosinistra ma anche settori di opinione pubblica che gli avevano accordato la loro fiducia, oggi ci troviamo esattamente nella condizione opposta. Il giro di vite annunciato da Maroni sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, la campagna avviata da Brunetta contro gli “statali fanulloni”, le stesse ricette protezionistiche di Tremonti per fronteggiare la recessione in atto non solo compattano l’elettorato di centrodestra ma hanno orecchie attente anche in ampi strati dell’opinione pubblica orientata verso il campo del centrosinistra.

Se non prendiamo atto, realisticamente, di questa situazione corriamo il rischio di non capire fino in fondo nemmeno le ragioni che spingono il Pd a scivolare sul piano inclinato del confronto “costruttivo” con la destra. Ragioni che vanno cercate nella tendenza, genetica nella formazione di quel partito, a lisciare il pelo al proprio elettorato in quelle posizioni che nascono dall’egemonia su esso esercitata dalle culture figlie della rivoluzione neoliberista..
Guai se la sinistra inseguisse il Pd lungo la stessa strada. Ma guai anche se si dovesse rinchiudere nei propri recinti senza guardare al complesso dei problemi del paese, alle sue contraddizioni, agli orientamenti che si sedimentano nell’opinione pubblica. Il problema è capire come rendere evidente che le soluzioni che la destra propone alle questioni che essa stessa solleva alla fine si riveleranno un danno per gli interessi della maggior parte degli italiani. Tocca a una sinistra nuova dare un’interpretazione di quegli interessi e offrire una sua alternativa al loro soddisfacimento. A ben vedere è ciò che fa la differenza tra una sinistra minoritaria e di opinione e una popolare e di massa.

rossodisera.info, 13 maggio 2008

   
 
         
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