Sinistra e Sud. Essere radicali non basta
Serve una grande forza popolare

Qual'è il blocco storico alternativo ai sistemi di potere?

"Liberazione", 8 luglio 2007

Non c'è dubbio che, come nella sostanza ha scritto Cesare Salvi, l'esperienza di centrosinistra nel Mezzogiorno - così come l'abbiamo conosciuta negli ultimi quindici anni - è giunta al capolinea. La stagione apertasi con la prima elezione diretta dei sindaci nei primi anni Novanta sia avvia verso un inesorabile e malinconico crepuscolo. Il quadro ruvido e schietto tracciato da Salvi dello stato in cui versa la politica nel Mezzogiorno sarebbe persino troppo indulgente se, ad esempio, si dovesse rivelare fondato l'impianto accusatorio che la magistratura di Catanzaro applica sia alla Calabria che alla Basilicata.

Il quadro che ne emerge è un rapporto organico tra dirigenti politici dei due schieramenti, criminalità e Massoneria con il fine di gestire a uso proprio le risorse rivenienti dai programmi europei. Si tratta di una ricostruzione per certi aspetti raccapricciante di fronte alla quale si resta tuttora increduli. Ma il fatto che la magistratura l'abbia ritenuta plausibile è il segno di una caduta di autorevolezza della politica e delle classi dirigenti che è sintomo di un malessere che ormai nell'opinione pubblica inizia a essere diffuso.

Quindi la sinistra meridionale deve rapidamente correre ai ripari. Nel Mezzogiorno il processo che guarda alla costruzione di una nuova soggettività politica a sinistra non può non fare i conti con questa situazione e indicare un'alternativa. Anche perché in assenza di una prospettiva nuova diventa inevitabile che accada che la sinistra stessa si acconci a pratiche di governo clientelari e spartitorie oppure svolga impotente la sua azione di denunzia lontano dai luoghi in cui si determinano le funzioni del governo locale e regionale. L'oscillazione tra minoritarismo e compromissione sarebbe così difficilmente evitabile
Quindi accanto al quesito che si pone Salvi sul "come" e sul "se" la sinistra debba continuare a stare nelle giunte di centrosinistra nel Mezzogiorno, bisogna interrogarsi a fondo sulle ragioni che hanno determinato questa situazione. E ciò non per amore d'analisi, ma perché a mio parere uno dei rischi da evitare è quello di pensare che la scelta strategica dell'opposizione possa esser il terreno sui cui la sinistra costruisca e allarghi il suo consenso. Se si fa un'analisi vera della situazione attuale del Sud scopriremmo che siamo ben lungi dalla situazione del 1947 in cui - per dirla con Emilio Sereni - c'era un "Mezzogiorno all'opposizione" che attendeva di essere politicamente rappresentato. Oggi il Mezzogiorno chiede soprattutto un'alternativa di governo, che può essere offerta o da un centrosinistra radicalmente rinnovato o alla fine da una clamorosa rivincita della destra, anche in regioni come la Basilicata e la Campania che sono state governate da sinistra da un quindicennio.

Nel Mezzogiorno di oggi la sinistra si trova, dunque, a dover riempire un vuoto democratico e ha sulle sue spalle una grande responsabilità. Ciò significa che prioritario è gestire in maniera unitaria il rapporto o lo scontro - a seconda delle circostanze - con il Partito democratico e le altre componenti moderate dell'Unione. In secondo luogo ciò comporta che, anche quando i rapporti politici costringono la sinistra a collocarsi all'opposizione come è accaduto in Basilicata, questo avvenga in nome di un'azione di riforma dei rapporti tra società e politica che costituisca la base di un rinnovamento del centrosinistra e non del ripudio totale di questa esperienza.

Se si vuole salvare il Mezzogiorno dal baratro in cui rischia di precipitare è innazitutto indispensabile capire che esso ha bisogno non di un'opposizione radicale - esclusivamente evocatrice di movimenti liberatori o di una mitica società civile che si pone in alternativa alla politica - ma di una grande forza popolare che sappia porre il problema della saldatura tra questione democratica e soluzione dei problemi della vita quotidiana di tante persone in carne ed ossa.

Al fondo di queste considerazioni vi è poi la necessità che la sinistra nel Mezzogiorno, come per tanti aspetti nel resto del paese, colmi un vuoto che ha condiviso con le altre forze del centrosinistra. Cioè si ponga il problema di indicare quale possa essere sul piano sociale e su quello di uno spirito pubblico condiviso quello che una volta si sarebbe chiamato il "blocco storico" alternativo ai sistemi di potere dominanti che, per la loro pervasività, hanno praticamente fagocitato il centrosinistra meridionale privandolo di ogni carica innovativa. Se non ci si pone questo problema, alla lunga anche la splendida esperienza di governo che Nichi Vendola sta conducendo in Puglia sarà priva di quelle basi sociali di cui avrebbe bisogno per costruire cambiamenti duraturi.

Bene dunque la discussione aperta da Salvi. Il grido di allarme è stato quanto mai opportuno. Il confronto ora è su come produrre da sinistra un cambiamento efficace.

"Liberazione", 8 luglio 2007

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista