Dopo il 13 maggio. La sfida delle libertà   

Le elezioni del 13 maggio rappresentano veramente la chiusura di un intero ciclo storico, di quella transizione italiana aperta dalla fine del Pci e dal collasso dell'intero sistema politico della prima repubblica, di cui Tangentopoli è stata la manifestazione più clamorosa sebbene, certamente, non la causa profonda. La sinistra italiana si è come dissanguata nella gestione di questo passaggio.

Non le si può certo rimproverare di aver tentato di governare questo processo, ma non era inevitabile che ne pagasse in questo modo le spese, in termini di unità politica e di consenso popolare. E la crisi della sinistra risulta ancora più grave se si tiene conto che sono state la sua divisione e il fatto di essere arrivata complessivamente al minimo dei consensi raccolti nella storia repubblicana la causa principale della sconfitta di un centrosinistra che nella gara per i collegi uninominali si è dimostrato più combattivo e vitale di quanto si pensasse alla vigilia delle elezioni.

Ora, tuttavia, bisogna cambiare pagina. Con la chiusura del lungo e tormentato capitolo che abbiam o chiamato "transizione italiana" è necessario che, se la sinistra vuole effettivamente rifondare una sua identità e funzione, si prenda atto finalmente che le formazioni politiche che si sono affermate nel corso del vecchio decennio sono più espressione della crisi dei vecchi partiti e delle culture politiche della sinistra del Novecento che effettiva espressione del nuovo. Sarebbe naturalmente velleitario pensare che la costruzione di una nuova prospettiva possa prescindere dal dibattito e dall'evoluzione che caratterizzerà le forze politiche attuali della sinistra, come quelle del movimento sindacale e del vasto e variegato associazionismo nato a sinistra, che nel corso dei decenni ha riguardato il tempo libero e il volontariato, ma anche la cooperazione, il lavoro autonomo e persino l'impresa. Ma questa propspettiva non può nemmeno ridursi alla sommatoria, allo stato improbabile, di tutte queste esperienze.

Bisogna ripartire insieme da una riaffermazione di valori e da, come si diceva un tempo, un'analisi della fase. L'uno e l'altra rimandano a una scelta di campo che è quella della costituzione politica dell'Europa, rispetto alla quale la sinistra deve definire una sua autonoma collocazione. E' un problema che investe non solo la sinistra italiana ma il complesso delle forze che hanno origine dal movimento operaio su scala continentale. Le forze di sinistra che nella seconda metà del decennio trascorso hanno governato i principali paesi europei si sono trovate a portare a compimento con successo quella vasta operazione economica e finanziaria che ha consentito l'integrazione monetaria.

Ma si è trattato di un'impresa che nasceva al di fuori della propria tradizione politica, anzi di un'esperienza a lungo contrastata in nome della difesa dei welfare nazionali. Essa era, in fondo, la risposta (dotata anche di una sua original ità, perché il monetarismo di Maastricht è altra cosa dal liberismo della Thatcher e di Reagan) che la parte moderata e conservatrice dello schieramento democratico europeo aveva elaborato di fronte alla crisi del grande "compromesso socialdemocratico" scaturito dagli equilibri successivi alla seconda guerra mondiale. Tuttavia, il fatto di muoversi dentro un orizzonte già segnato (cosa forse difficilmente evitabile) ha impedito alle diverse forze della sinistra di pensare all'Europa secondo un proprio progetto. Il dato più significativo di questa mancanza è l'assenza, nel corso di questi anni, di una diversa tematizzazione, ripsetto a quelle dominanti, del rapporto tra America e Europa. Il problema non era, e non è, quello di essere corrivi a forme vecchie e nuove di antiamericanismo, ma quello di aprire un confronto non sulbalterno sui nuovi equilibri mondiali suceduti alla caduta del Muro.

Tutto ciò ha avuto nel decennio trascorso esiti politici a volte drammatici. Dalla guerra del Golfo a quella del Kossovo la sinistra europa, nella sua componente maggioritaria, è stata sostanzialmente agganciata alle scelte dell'ormai incontrastato impero americano nella gestione dei punti di crisi internazionali, producendo ferite nel rapporto con il proprio mondo che nel nostro paese si sono rivelate particolarmente pesanti.

E' stato così condizionato in maniera negativa anche il rapporto stabilito dalla sinistra con il processo di globalizzazione. L'oscillazione tra due estremi - tra il suo rifiuto, spesso in nome della difesa di vecchi equilibri nazionali, che ha caratterizzato la sinistra "antagonista", e il suo accoglimento quale un'opportunità senza precedenti che è stata nel complesso la posizione della sinistra moderata - è anche il frutto della mancata tematizzazione da parte della sinistra di uno dei principali contesti geopolitici, cos tituito dai rapporti tra America e Europa, entro il quale il processo di globalizzazione si afferma e produce le sue contraddizioni. Questa è anche una delle ragioni per la quale la sinistra europea ha mancato l'aggancio al movimento di Seattle, che per parte sua corre il rischio di non uscire dall'angolo della protesta violenta o della resistenza di tipo protezionistico.

Insomma ripensare il rapporto Usa-Europa costituisce uno degli atti fondativi della nuova sinstra europea e il dibattitto che deve investire le ragioni della crisi della sinistra italiana non ne può prescindere.

Se assumiamo questo punto di riferimento si comprende come la linea che ha prevalso nell'azione di governo della sinistra nel corso di questi cinque anni di centrosinistra si sia sostanzialmente dimostrata non aderente alle tendenze in atto. Se Rifondazione comunista si è sottratta alla sfida del governo, la sinistra moderata ha concepito questa sua funzione nell'ambito di una prospettiva non di riforma del paese ma della sua modernizzazione. In discussione non è stato il rovesciamento delle tendenze poste in essere dalla rivoluzione neoconservatrice avviata ormai alla metà degli anni settanta ma un loro sostanziale temperamento.

C'è stata in questa azione un'introiezione della vittoria del capitalismo dopo la fine del comunismo del novecento, che ha segnato quell'azione di governo - dal punto di vista culturale prima che politico - in modo inequivocabile. Sia chiaro: ciò non significa che l'Italia da tanti punti di vista non avesse ritardi da superare e inefficienze da correggere. Ma il confronto dirimente con la destra non era su questo terreno. Solo nelle ultime settimane di campagna elettorale è stato reso chiaro che lo scontro avveniva tra due modelli sociali contrapposti e che quello elaborato dalla destra nel corso degli anni a veva avuto una sua più compiuta definizione, aveva saputo conquistare almeno metà degli italiani. Il "buon governo" su cui la propaganda della sinistra si è soffermata, era avvertito dal paese, in fondo, come un atto dovuto.

Su questo aspetto il processo di ricostituzione della sinistra deve operare la sua principale correzione di rotta. Bisogna avere consapevolezza che Berlusconi non è un fenomeno italiano, che - come in Italia si è consolidato a destra uno schieramento estraneo alle tradizioni che fanno riferimento alla Costituzione repubblicana - in Europa si sta delineando un polo neoconservatore (da Aznar a Heider, cioè dal più moderato alla destra estrema) tendenzialmente maggioritario che si chiama fuori dal compromesso sociale del secondo dopoguerra, e che trova nell'America di Bush una sponda importante. E' in questa sfida, che riguarda modelli sociali contrapposti ma anche scelte di civiltà alternati ve scandite da concezioni opposte della libertà e diversi modelli di sviluppo, come il conflitto cruciale sull'ambiente e le modificazioni transgeniche dimostrano, che potrà costituirsi la sinistra del futuro.

I temi di questa contrapposizione strategica, in Italia, sono tutti squadernati davanti a noi. A partire dalle tentazioni integralistiche di settori importanti della Chiesa cattolica al conto sollecitamente presentato da Confindustria, al rapporto tra nord e sud del paese, al rischio a cui è esposto il ruolo pubblico di comparti importanti dello Stato sociale, quali la sanità, l'istruzione e la previdenza, si sta costruendo un'agenda politica segnata da un confronto che si profila per tanti aspetti aspro e irriducibile.

In questo quadro è indispensabile riaprire una discussione sul valore strategico della scelta di centrosinistra: in Italia, per definire in modo compiuto l'azione di opposizione che aspet ta la sinistra e le alleanze necessarie per condurla; in Europa, per fare definitivamente i conti con l'ipotesi fallimentare della "terza via" di Blair, Clinton e D'Alema che è stata il modo prevalente con cui si è pensato alla costruzione del centrosinistra. In questo quinquennio, il rinnovamento della sinistra è stato sostanzialmente ridotto al compito di strappare dalle mani della destra la bandiera della modernizzazione. La conseguenza che ne è venuta è che la scelta di centrosinistra ha rischiato di significare per i partiti eredi del movimento operaio europeo una loro trasformazione organica che sarebbe avvenuta attraverso l'assunzione di un nuovo referente sociale, quello delle "classi medie" orientate all'innovazione.

Ciò ha prodotto a un'idea dirigistica del centrosinistra, perché incardinato su un referente sociale elitario (appunto: le classi medie portatrici dell'innovazione e dell'aspirazione a una nuova economia). Si è rischiato così, e in molti casi il rischio è diventato realtà, di abbandonare vasti strati popolari al populismo della destra. In Italia, se esaminiamo il voto delle grandi città ne avremo una prova incontrovertibile.

Gli scacchi elettorali derivanti da questa concezione non hanno tuttavia prodotto lo sviluppo di un'altra idea del centrosinistra, fondata invece sull'incontro delle tradizioni solidaristiche della sinistra e del centro democratico di fronte all'offensiva liberista della destra. In cui, appunto, il centrosinistra è coalizione e non partito e il suo programma è frutto di un compromesso tra diversi progetti e differenti tradizioni politiche di ispirazione popolare.

In questa cornice è necessario, inoltre, che si riapra una discussione esplicita del rapporto tra sinistra e mondo del lavoro. Nel corso di questi anni a sinistra (e il fenomeno ha riguardato settori sia della sinistra antagonista che di quella moderata) si è creduto che la propria costituzione, dopo la crisi del fordismo, dovesse avvenire al di fuori di un rapporto con il lavoro. Quanto sbagliata fosse questa convinzione lo dimostra indirettamente l'accanimento del padronato italiano contro la contrattazione collettiva e i diritti di chi lavora.

Tuttavia, il problema non è solo quello di quanta attenzione e di quale spazio vi sia nelle politiche della sinistra per quelli e quelle che lavorano, ma se rispetto alle trasformazioni del lavoro la nuova sinistra in costruzione debba fare la medesima operazione che quella dell'ottocento e del novecento ha fatto con il proletariato industriale: fare cioè di questo rapporto il fattore identitario e costitutivo per eccellenza del suo ruolo e della sua funzione.

E' questo un aspetto su cui, a ragione, insiste da tempo Rossana Rossanda, anche se è opinabile che esso possa ritenersi risolto nell'ambito della tradizionale categoria marxiana di "rapporti di produzione". Questa operazione può, invece, risultare altezza dei tempi e delle trasformazioni della società contemporanea, se ha la capacità di ritematizzare il problema del rapporto tra individuo, e esercizio della libertà individuale, e attività lavorativa come oggetto e orizzonte insieme di una nuova prospettiva di liberazione umana.

Solo così la sinistra potrà ritrovare un proprio ruolo nella sfida lanciata dalla destra sul terreno della libertà, che il vero cimento del tempo presente e la vera scommessa sul futuro.

"Critica marxista", 2-3, 2001

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista