Il centro e il senso della sinistra nell’Unione
All’interno della "crisi organica del sistema"

E' del tutto ragionevole supporre che la discussione sulla possibilità di ricostruire in Italia un Centro politico, aperta dagli interventi di Mario Monti sul Corriere della Sera, non condurrà a nessun risultato politico immediato, almeno fino alle elezioni politiche del 2006. Ad escluderlo, del resto, sono gli stessi protagonisti di tale confronto, da Rutelli a Casini a Formigoni. Ma sarebbe sbagliato, per questa ragione, sottovalutarne portata e conseguenze. Essa, infatti, ha messo a nudo i nervi scoperti della "transizione incompiuta" del sistema politico italiano. Sembra di essere in una situazione che Max Weber avrebbe definito di "crisi organica" del sistema democratico, laddove gli schieramenti in campo e in competizione tra loro, tutti, appaiono incapaci di indicare un'alternativa di stabilità e di governo al paese.

Il centrodestra esce provato da un'esperienza di governo fallimentare, forse senza precedenti nell'intera storia repubblicana. E sempre più apertamente al suo interno si mette in discussione che Forza Italia e il suo leader, Silvio Berlusconi, possano costituire i fattori della sua coesione. Il centrosinistra stenta a dare un profilo strategico alla scelta dell'Unione. Senza fondamento si sono poi rivelati, dall'una e l'altra parte, i tentativi di riorganizzare attorno a nuovi soggetti politici ambedue i poli. Il "partito unico" della destra appare sempre più come un'astrazione. La fine fatta dalla Federazione dell'Ulivo è sotto gli occhi di tutti. E nemmeno nella cosiddetta sinistra radicale si è in grado di superare la frantumazione che l'affligge a causa di un mancato profondo rinnovamento delle culture politiche di riferimento dei soggetti che la compongono.

Ma la discussione sul Centro mette in evidenza anche come tra i cosiddetti "poteri forti" e in settori del capitalismo italiano stia maturando la convinzione che nessuno dei due schieramenti in campo è in condizione di realizzare al suo interno quel compromesso sociale in grado di salvare l'economia italiana dal declino. Viene perciò sempre più accarezzata l'idea di assecondare, a questo scopo, altri equilibri politici che - soprattutto in vista di una vittoria dell'Unione il 2006 - rendano residuale il ruolo della sinistra nella definizione delle scelte di governo. Solo così si spiega, ad esempio, la posizione di Rutelli - altrimenti bizzarra -, la cui maggiore preoccupazione in queste settimane è stata quella di trovare un'intesa su economia, stato sociale, e assetto costituzionale con Casini e Formigoni piuttosto che con i suoi alleati nell'Unione.

A questo punto sorge legittima la domanda su come si sia potuto arrivare a tutto ciò, quando fino al risultato delle elezioni regionali della scorsa primavera sembrava che niente avrebbe potuto fermare la marcia del centrosinistra verso la vittoria alle elezioni politiche. E le risposte, probabilmente, vanno cercate indagando in profondità nella crisi tra politica e società che nessuno ha saputo colmare dopo la dissoluzione dei partiti di massa. Quel che è certo, tuttavia, è che se si vuole intanto porre un argine alla deriva che sta prendendo la discussione politica nel centrosinistra, è necessario realizzare una svolta nel metodo politico che sta alla base della costruzione dell'Unione, anche se l'appuntamento delle primarie non costituisce un aiuto a procedere in una nuova direzione.

Finora più che ricercare un'intesa e un compromesso tra le diverse componenti dell'alleanza si è cercato di realizzare al suo interno da parte dei vari protagonisti una sorta di posizionamento egemonico. In questo modo, infatti, cioè con la scelta di garantire un "timone riformista" all'Unione, si è giustificata la proposta della federazione dell'Ulivo. Negli stessi termini Rifondazione ha posto il tema del suo rapporto con le altre forze della sinistra radicale. E' questo metodo che oggi legittima le manovre al centro di Rutelli, senza che egli le veda in contraddizione con la tenuta dell'alleanza di centrosinistra. Cosa che in altre condizioni sarebbe un paradosso. Che questo metodo invece che stabilità produce incertezze e continui terremoti dovrebbe essere chiaro a tutti.

Ora solo la sinistra tutta intera, e in primo luogo i Ds se uscissero da quella situazione di stallo in cui si sono cacciati così ben decritta da Ilvio Diamanti sabato scorso su Repubblica, può realizzare questa svolta, riformulando l'alleanza di centrosinistra come un rapporto, un'intesa, tra se medesima e il centro democratico, rovesciando nei fatti le scelte politiche fin qui perseguite nel processo di costruzione dell'Unione.

Non si tratta solo di modificare percorsi e rapporti tra forze politiche nella costruzione del centro sinistra ma di rendere evidente che, in alternativa alla "macelleria sociale" tentata dalla destra, solo un nuovo compromesso storico tra lavoro e capitale (questa volta non all'insegna dei sacrifici come negli anni novanta ma di un nuovo modello di sviluppo) può salvare l'Italia dal declino. E questo è possibile non relegando la sinistra, o parti di essa, in un ruolo marginale, ma costruendo un'alleanza in cui sinistra e centro democratico trovino in questo progetto le ragioni di una loro duratura intesa.

Solo così sarà possibile svelare come le suggestioni neocentriste, lungi dall'essere un richiamo alla moderazione e alla saggezza nell'esercizio della funzione di governo, non rappresentino altro che l'illusione che il paese possa uscire dalla sua crisi continuando a tutelare interessi ristretti e equilibri consolidati. Solo così l'Unione diventerà un progetto capace di parlare al cuore e alle speranze di tutti gli italiani.

"La Rinascita", 2 settembre 2005

   
 
         
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