La riqualificazione della scuola pubblica   

1. Sulla scuola la destra ha aperto, lucidamente e consapevolmente, una vera e propria battaglia di civiltà. La posta in gioco è altissima e l'obiettivo di smantellare la scuola pubblica, prima che nelle strutture e nell'organizzazione nella sua stessa funzione e nel suo fondamento, è dichiarato e esplicito. E viene indicato come uno dei primi adempimenti del governo, nel caso il Polo dovesse vincere le prossime elezioni politiche.

L'iniziativa della destra si sviluppa a tutto campo e spazia dai contenuti all'asse formativo e alla didattica, dall'organizzazione alle risorse finanziarie. Avremmo sbagliato se non avessimo ricondotto a questo quadro di riferimento l'azione fatta dalla Regione Lazio sui libri di testo, che costituisce un subdolo attacco - fatto per giunta in nome della libertà degli studenti e della verità - ai principali valori su cui si è fondato per decenni il nostro ordinamento democratico.

Decentramento regionale - e quindi diversificazione dei programmi, dei percorsi formativi, delle modalità di reclutamento e dei livelli retributivi degli insegnanti - tramite la politica di 'devolution' promossa dalle Regioni guidate dal Polo; politica dei buoni scuola e per questa strada promozione della competizione aperta tra le singole scuole sia pubbliche che private; progetto delle "tre i" '(impresa, informatica e inglese) quale ridefinizione dell'asse formativo dell'intero campo dell'istruzione: ecco in sintesi i capisaldi di una vera e propria rivoluzione neoconservatrice con la quale la destra si accinge a interpretare quell'esigenza di cambiamento che la società italiana nel suo complesso chiede al mondo della scuola.

Le diverse componenti della sinistra, e del centrosinistra, arrivano a questo appuntamento in ordine sparso. Impegnate in un confronto interno, spesso lacerante, sulle iniziative di riforma promosse dai governi dell'Ulivo, hanno colto con un certo ritardo la portata della sfida che viene dalla destra, e soprattutto l'imminenza oserei dire della resa dei conti. Si sono rivelate incapaci di mettere in campo un'alternativa altrettanto coerente e coesa. E comunque, per così dire, incapaci di spostare il tiro dalle polemiche interne alla costruzione di un'efficace azione di mobilitazione che, per la persuasività e insieme il rigore dei contenuti, potesse contrastare l'azione delle destre.

2. Nella scuola italiana negli anni del centro sinistra al governo abbiamo assistito a un paradosso. Abbandonata a se stessa per tutti gli anni ottanta e la prima metà dei novanta, solo con i governi dell'Ulivo la scuola è ritornata al centro delle attenzioni del mondo politico e dell'opinione pubblica. Tuttavia l'azione riformatrice che ne è seguita, invece che produrre consenso, ha introdotto confusione e turbamento. Invece che neutralizzare gli attacchi provenienti dai diversi settori interessati a costruire le condizioni per il finanziamento pubblico della scuola privata, li ha resi più virulenti.

Da parte dei responsabili di governo del centrosinistra si è attribuita, a volte, questa situazione alle resistenze conservatrici al cambiamento provenienti dal mondo della scuola, e - perché nascondercelo? - da quei settori della sinistra che in linea di massima sono qui rappresentati.

Non voglio negare che resistenze di tipo conservatore ci siano state e ci siano. Ma ricondurre prevalentemente a questo dato la causa delle difficoltà incontrate dal processo riformatore è segno di miopia. La verità è che, per la scuola come per tanti altri campi, anche a sinistra si è insinuata la convinzione che si sarebbe riusciti a fare fronte ai cambiamenti intervenuti nella società italiana accettando nella sostanza i paradigmi del liberismo e cercando di mitigarne gli effetti con correttivi di carattere equitativo. E quando questo assunto è prevalso, l'intera azione riformatrice che il paese si attendeva dal centrosinistra si è caratterizzata in modo contraddittorio e incoerente.

Per quel che riguarda, infatti, il tema dell'istruzione e della formazione, non bisogna dimenticare che il primo tentativo di introdurre il "buono scuola" per le famiglie, perché potesse essere speso indifferentemente nella scuola pubblica e in quella privata (oggi cavallo di battaglia di Formigoni e delle regioni governate dal Polo) è stato fatto nella "rossa" Emilia Romagna. Come altresì non bisogna dimenticare che la strenua difesa, da parte degli orientamenti cattolici democratici raccolti attorno al Partito popolare, delle prerogative e del ruolo della scuola cattolica nell'ambito del dibattito sulla legge di parità ha aperto la strada a un'idea confessionale del processo formativo fino ai limiti dell'integralismo che contraddice in radice la stessa ispirazione del cattolicesimo democratico e si ritorce contro di essa.

Nella sinistra poi si sono confrontati nel corso di questi anni, più o meno esplicitamente, due orientamenti opposti. Quello che per comodità possiamo ascrivere in capo alla Cgil, che privilegiando l'asse scuola-lavoro, tende a piegare l'istruzione nel suo complesso, e la sua riforma, alla preparazione professionale in vista dell'accesso al lavoro, e quello che privilegiando la funzione di formazione critica da parte della scuola si è polemicamente e paradossalmente autoqualificato come "gentiliano".

Questo confronto ha altresì assunto implicazioni più generali, in quanto è venuto a intrecciarsi con quello sui modi di interpretare e fronteggiare la "società dell'insicurezza" e la cultura della flessibilità prodotte dall'affermarsi nel campo del lavoro, ma non solo, del cosiddetto ciclo postfordista.

Non c'è da stupirsi che in questo contesto, sottoposte a sollecitazioni così contraddittorie, le riforme del centrosinistra collocano la scuola pubblica nel solco di un'innovazione senza progetto, praticata all'insegna di uno sfrenato sperimentalismo. Non si tratta di gettare a mare il lavoro fatto in questi anni da tanti specialisti, spesso con grande dedizione e volontà di cambiare, né il dibattito che l'ha accompagnato, come anche l'innovazione profonda nei metodi e nei contenuti.

Tuttavia, ciò di cui si avverte il bisogno è una radicale ricostruzione di senso dell'agire politico a sinistra sulla scuola. Non c'è alcun dubbio altresì che una ricostruzione di senso di tale agire politico non la troveremo mai attraverso un'azione che tenti inutilmente di alzare steccati a difesa della scuola pubblica così com'è, che punti nella sostanza a tenersi la vecchia scuola (penso alla discussione sui cicli), perch é insoddisfatta della direzione assunta dai cambiamenti in corso.
La critica principale che dobbiamo fare all'esperienza di governo di centrosinistra deve riguardare, più che i singoli provvedimenti di riforma, il fatto che essa non è riuscita a coinvolgere su un progetto comune quella parte del mondo della scuola orientata a sinistra, a mobilitare energie, a creare consenso, per cui oggi che siamo a un passaggio cruciale nel confronto e nello scontro con la destra sui temi della scuola non siamo più forti di cinque anni fa, ma il nostro fronte forse appare non solo più sguarnito ma penetrabile da parte dell'avversario. D'altro canto quelli come noi, qui riuniti, che nella loro stragrande maggioranza - sia pure spesso da posizioni diverse - si sono battuti nel corso di questi anni con maggiore determinazione per la difesa della scuola pubblica debbono interrogarsi sul perché, anche a sinistra, le loro posizioni hanno rischiato di essere messe in minoranza, di esserlo forse nell'opinione pubblica che guarda alla scuola statale seguendo vecchi e frustri luoghi comuni.

Quanto più siamo convinti della giustezza e delle buone ragioni delle nostre posizioni tanto più abbiamo l'onere di fornire a noi stessi e agli altri una spiegazione di questo dato di fatto.

3. E' perciò necessario uscire dal confronto sterile tra le posizioni che finora, a sinistra, sono maturate sulla scuola e cercare di ritrovare le ragioni di un filo comune riportando la riflessione alla radice dei problemi. Questo è il compito a cui intende assolvere questo convegno. E come sempre dovrebbe accadere nell'elaborazione politica della sinistra, questo diventa possibile quando si riparte non dalle proprie convinzioni ma dal corso reale delle cose, si compie cioè un esame rigoroso dei processi reali in atto nella società e li si misura con le finalità che dovrebbero animare un progetto riformatore.

Ora per quel che riguarda la scuola, e i caratteri della sua riforma, è necessario prendere atto che le condizioni complessive entro le quali si è affermato il primato della scuola statale in Italia - sia quelle che si possono far risalire alla riforma Gentile che quelle che hanno reso possibile l'attuazione dei principi sanciti dalla Costituzione - sono totalmente cambiate. Questa può sembrare una valutazione ovvia, ma per quel che riguarda il ruolo della scuola pubblica nel nostro paese non se ne sono tratte le conseguenze necessarie. E' indubbio tuttavia che l'istruzione, la formazione e l'informazione vengono veicolati da molteplici agenzie formative, in una situazione che non ha riscontri con il passato. Da questo punto di vista la scuola è passata da una condizione di quasi monopolio per gli scolarizzati (per quelli che non andavano a scuola supplivano la Chiesa e i partiti di massa) a una nella quale essa tende a essere uno dei veicoli dei processi formativi, e non sempre quello principale. Televisione, parrocchie, tifoserie, centri sociali, volontariato, ecc. diventano per i giovani canali molteplici e spesso contraddittori di un processo formativo che sfugge al controllo e alla capacità di influenza della scuola.

D'altro canto sul versante della formazione alla professione e della preparazione per l'accesso al lavoro, di fronte a un cambiamento dei sistemi di incontro domanda-offerta di lavoro affidata sempre dalla nuova legge sul collocamento alla mediazione di soggetti privati e a un diverso dinamismo del sistema delle imprese, è molto difficile che la scuola (e la scuola pubblica in particolare) mantenga funzioni e prerogative esercitate, nel bene e nel male, nel passato.

Il diffondersi delle tecnologie informat iche e dell'accesso a internet non potrà che introdurre una forte accelerazione in queste tendenze già in atto. Si moltiplicheranno all'infinito le informazioni per via telematica. La "rete", vale a dire internet, proprio per il suo carattere apparentemente paritario, tenderà a cancellare le gerarchie residue delle tradizionali forme del comunicare e dell'apprendere, mettendo però a dura prova anche le capacità di discernimento critico nella fruizione di un'enorme massa di nuovi prodotti forniti dal nuovo sistema virtuale di comunicazione.

Dare il giusto peso a queste trasformazioni significa necessariamente, a sinistra, essere succubi delle politiche liberiste? Niente affatto. La necessità di una rigorosa scelta antiliberista a sinistra, se vuole essere efficace e persuasiva, deve sapersi coniugare con la presa d'atto delle trasformazioni irreversibili che circa un quarto di secolo ormai di pred ominio delle concezioni neoliberiste hanno prodotto nei paesi sviluppati, per trovare in esse le ragioni di un'alternativa, piuttosto che nella difesa palmo a palmo di conquiste che appartengono ormai ad un mondo che non c'è più.

4. Tutto ciò non significa che la scuola pubblica è destinata a un ineluttabile e inarrestabile declino. Queste trasformazioni, che nel sentire delle nuove generazioni appaiono particolarmente acute, pongono a noi il problema, piuttosto che di una difesa, di una forte rilegittimazione del ruolo della scuola pubblica statale, di un'azione che ponga, dinanzi agli occhi della maggioranza dell'opinione pubblica e del paese, la scuola statale all'altezza dei cambiamenti intervenuti nella società contemporanea.

Ciò sarà possibile se la sinistra saprà indicare, per la scuola pubblica, una nuova finalità generale all'altezza dei tempi, e un principio educativo in grado di realizzarla.

Del resto, se guardiamo anche per sommi capi, alla storia della scuola italiana vediamo che proprio una finalità chiara (formare da un lato le élites dirigenti, e dall'altro su una scala gerarchica nettamente inferiore preparare all'accesso alle professioni) e un coerente assetto istituzionale di tipo duale (media-avviamento; licei-istituti tecnici/scuole professionali) hanno fatto la forza della riforma Gentile.

E ancora una finalità generale, che era quella della democratizzazione e dell'introduzione di criteri di eguaglianza nell'assetto disegnato da Gentile (elevamento dell'obbligo a 13 anni; scuola media unica; liberalizzazione degli accessi all'università), ha dato un rinnovato impulso al ruolo della scuola statale tra gli anni sessanta e gli anni settanta.

Quale può essere questa 'nuova finalità generale' nella scuola di oggi, che dovr&agrav e; essere - a differenza del passato, non dimentichiamocelo mai - la scuola di tutti e per tutti? Abbiamo scritto nelle note preparatorie di questo convegno, e poi nel titolo che ad esso abbiamo voluto dare, che una rilegittimazione del ruolo della scuola pubblica in Italia sarà possibile se diventa chiaro che il suo compito principale è educare alla cittadinanza.

Alcuni hanno osservato che questa formulazione rischia di essere troppo generica e di non dire niente di concreto sul futuro assetto dell'istruzione nel nostro paese.

Ma a ben vedere non è così. Se cittadinanza vuol dire un complesso di senso, memoria, identità, fine a cui tendere come collettivo nazionale; se oggi cittadinanza vuole dire collocarsi nei punti critici e controversi del rapporto tra identità nazionale e costituzione europea, se vuol dire collocarsi nel processo di una società multietnica basata su l confronto aperto tra diverse culture come base di costruzione di un nuovo e superiore processo di civilizzazione; se vuol dire una nuovo fondamento dei diritti universali a partire dalla differenza di sesso, ne consegue che la scuola a cui pensiamo non è una scuola che prepara al lavoro, ma è una nuova scuola di "cultura", capace di offrire gli strumenti critici in grado di mettere in ordine, in autonomia, le informazioni, di fornire quelle conoscenze generali che possono mettere in grado i giovani (e anche gli adulti in un processo di formazione ricorrente e permanente) di muoversi con un'attrezzatura più robusta in un mondo in cui cambiano i lavori, la precarietà la fa da padrona, e spesso si presenta sotto la veste di nuove opportunità.

Per questa ragione risulta povera di contenuti la parola d'ordine della destra di una scuola fondata sull'informatica e l'apprendimento dell'inglese. Non si tratta di sottovalutare l'importanza della diffusione a scuola delle tecnologie informatiche e della conoscenza delle lingue. Ma un progetto di nuova alfabetizzazione, tanto più necessario nel momento in cui stanno mutando i codici della comunicazione e assistiamo a tanto analfabetismo di ritorno, non può ridursi a questo, ma deve affrontare il tema complesso della comunicazione dei saperi e delle relazioni tra di essi, della capacità di padroneggiare un complesso di segni e di simboli (contraddittoriamente più ricchi e più poveri, perché più semplici) che non ha precedenti nella storia passata della comunicazione umana, trasformandoli da strumenti di omologazione e subordinazione al mercato a mezzi di costruzione di autonomia e criticità, tendenzialmente per tutte e per tutti.

Simili valutazioni non nascondono alcuna diffidenza verso la diffusione delle nuove tecnologie nella scuola, che anzi deve es sere promossa e accelerata. L'educazione a distanza attraverso gli strumenti audiovisivi e la rete è, ad esempio, uno dei mezzi principali per impostare un efficace programma di educazione permanente e ricorrente. L'uso di internet nella scuola, per consentire di accedere a fonti di informazione senza precedenti ai fini anche dell'apprendimento delle singole discipline, diventa un esercizio indispensabile per acquisire quelle abilità di discernimento e di selezione dell'enorme flusso di dati essenziale per non essere travolti dalla messe di informazioni che la rete contiene.

5. Porre come finalità della scuola pubblica l'educazione alla cittadinanza è tuttavia un obiettivo arduo. Di questo bisogna averne consapevolezza. La difficoltà principale sta nel fatto che, in rapporto ai processi di globalizzazione e di costruzione di entità sovranazionali (nel nostro caso il p rocesso di integrazione europea), lo stesso principio della cittadinanza e le modalità del suo esercizio sono poste a dura prova.

Ma proprio queste difficoltà ci dicono che o la scuola pubblica si colloca nel solco di questo grande processo di rifondazione delle basi della democrazia che costituisce almeno in Europa la grande sfida del tempo presente, oppure essa stenterà a ritrovare un suo ruolo.

Fare della cittadinanza la finalità della scuola pubblica significa altresì confermare che le sue radici si fondano su quei principi repubblicani che caratterizzano la prima parte della nostra Costituzione. Significa, in concreto, educazione al pluralismo culturale contro ogni integralismo e fondamentalismo, educazione ai nuovi principi di uguaglianza che debbono caratterizzare la società multietnica in formazione, al senso della storia che va affrontata non come una fonte di "verità" ma come scuola di formazione di un a utonomo giudizio critico.

Che la scuola pubblica statale debba affrontare un problema di legittimazione appare anche dal fatto che l'attacco che ad essa viene condotto dalla destra avviene sul terreno della rivendicazione della legittimità di scuole a base confessionale o etnica, la cui scelta viene lasciata all'orientamento delle famiglie. Questa impostazione, che si va facendo strada, costituisce uno snaturamento e un'involuzione dello stesso principio di parità tra scuola pubblica e scuola privata. E' l'esatto contrario dell'idea di una scuola la cui finalità sia la formazione alla cittadinanza.

Insomma si è aperta sul futuro della scuola italiana una battaglia che investe i principi e i valori e a cui la sinistra non può sottrarsi. Una battaglia che, tuttavia, per essere condotta a buon fine deve saper rispondere alle esigenze e alle aspettative della maggioranza degli italiani. A questo scopo è nec essario che nell'ambito della definizione di tali finalità generali per la scuola pubblica si definiscano con chiarezza quali siano anche il suo raggio d'azione e i suoi confini. Mai la scuola ha esaurito in sé tutti i compiti relativi alla formazione e all'istruzione di uomini e donne di qualsiasi paese. Nel passato ciò è avvenuto perché la scuola non era per tutti, ora perché il complesso di informazioni di cui potenzialmente è possibile disporre non può oggettivamente passare tutto attraverso la comunicazione che avviene a scuola. Ciò vale anche per la scuola pubblica. Anche per quest'ultima riaffermare la propria centralità - che è l'obiettivo che noi perseguiamo - passa attraverso l'acquisizione del senso dei propri limiti.

Ebbene a me sembra che da una siffatta impostazione ne deriva che la scuola pubblica debba coincidere essenzialmente con quella dell'obbligo. E che l'obbligo scolastico debba - come del resto avviene già in molti paesi - essere elevato a 18 anni. Ma se così dev'essere, non appare indolore il compromesso raggiunto (fino a 15 obbligo scolastico; da 15 a 18 obbligo formativo), giacché in questo modo - con la equivalenza tra istruzione e formazione al lavoro - si permette un'invasione della formazione fatta da privati nell'ultimo triennio che dovrebbe invece costituire il compimento dell'obbligo scolastico. Si tratta di un cedimento sul ruolo della scuola pubblica che mi sembra ben più grave del finanziamento alle scuole private, su cui si è giustamente tanto polemizzato.

L’elevamento dell’obbligo a 18 anni avrebbe collocato in una diversa luce anche, ad esempio, la discussione sull’insegnamento della storia nell’ambito della riforma dei cicli, sui cui si sono accese recentemente forti polemiche. Gli estensori della proposta attuale si sono posti, giustamente il problema che al compimento dell’obbligo scolastico, e quindi a 15 anni, si giungesse completando lo studio della storia con gli avvenimenti contemporanei. Una diversa e forse più equilibrata scansione vi sarebbe potuta essere se l’obbligo scolastico fosse stato portato a 18 anni.

La prospettiva, di cui bisogna indagare la praticabilità, è dunque quella dell'elevamento dell'obbligo scolastico a 18 anni, con il conseguente elevamento allo stesso numero di anni dell'età dell'accesso legale al lavoro, con la conseguenza che compito della scuola pubblica non è più quello di formare in vista dell'accesso al lavoro o ad alcune professioni, ma quello di fornire le conoscenze generali attraverso le quali la formazione al lavoro e alla professione risulti più semplice e più fruttuosa di quanto sia oggi. Le agenzie che curano la formazione professionale, a tutti i li velli, non debbono quindi essere necessariamente pubbliche e debbono essere inquadrate più che nell'ordinamento dell'istruzione in quello degli istituti che fanno capo al governo e alla gestione del mercato del lavoro.

Questo non significa che la formazione finalizzata al lavoro debba essere lasciata alla logica del libero mercato. Non c'è dubbio che anche su questo versante si debba a sinistra aprire un confronto e una lotta, che riguardano - almeno questa è la mia opinione - più che le prerogative del "pubblico" il conflitto, la contrattazione e la concertazione, l'azione dei sindacati, come qualsiasi questione che attiene alla dialettica tra capitale e lavoro.

La scelta di una scuola pubblica che educa alla cittadinanza, e perciò sia scuola di cultura, rende evidente anche che la realizzazione dell'autonomia scolastica, resa necessaria per ragioni di efficacia, aderenza all e condizioni locali, flessibilità e assunzione di responsabilità, non può essere improntata a un'idea di efficienza mutuata da modelli di competitività aziendale che sono estranei a una scuola la cui finalità dovrebbe essere l'educazione alla cittadinanza.

Non si tratta di respingere pregiudizialmente l'obiettivo che, per ragioni che attengono all'efficienza dell'organizzazione scolastica, alcune funzioni - a cominciare da quelle dei presidi - assumano carattere di managerialità, e come tali vengano valutate e retribuite. Il problema è quello di trovare, nella nuova situazione creatasi con la scuola dell'autonomia, un nuovo equilibrio tra queste e funzioni e il ruolo delle rappresentanze democratiche dei diversi attori del mondo della scuola.

6. A questo punto diviene, come le vicende dell'ultimo anno hanno confermato, cruciale il ruolo dei docenti nel rilancio di una battaglia per la scuola pubblica. Venuto meno il compromesso dello Stato con gli insegnanti fondato sullo scambio tra basse retribuzioni-qualità delle prestazioni professionali richieste, si è posto con forza il problema del livello delle retribuzioni del personale insegnante e, in connessione, quello di una riforma della professione che preveda o meno una progressione di carriera e quindi una differenziazione retributiva.

Su questo aspetto - quello della retribuzione dei docenti - è bene, sia pure rapidamente, fare chiarezza. Credo che sia incontrovertibile il fatto che la richiesta avanzata da alcune organizzazioni sindacali (i Cobas, la Gilda) di un "salario europeo" con un incremento di 500mila lire sullo stipendio base fosse equa e giusta. Come anche, tuttavia, credo che non sia giusto sottovalutare l'inversione di tendenza rappresentata dagli incrementi retributivi sottoscritti nell'accordo firmato dai sindacati confederali, dal punto di vista di una legittimazione della categoria il cui valore simbolico e pratico non è sfuggito alla generalità dei docenti.

Altra cosa è invece, rispetto a un incremento generalizzato della retribuzione di base, la costruzione di una progressione di carriera a cui corrisponda anche una differenziazione sul piano retributivo. Il pasticcio del "concorsone" sta innanzitutto nel fatto che si è tentato di rispondere al problema dell'incremento della retribuzione base attraverso l'introduzione di un differenziale retributivo, per di più costruito su una valutazione di merito e non su una diversificazione di mansioni (una fascia di insegnanti di serie A e una di serie B) che non ha precedenti in nessun rapporto di lavoro. Ciò non toglie che rispetto a un'articolazione dei compiti della funzione docente non sia matura la costruzione di una progressione di carriera anche per gli insegnanti, che dal punto di vista retributivo comporti una voce distinta e aggiuntiva rispetto all'incremento della retribuzione base per tutti.

7. Molto altro vi sarebbe da dire sui docenti della scuola pubblica italiana, e su come negli anni bui dell'abbandono della scuola da parte delle forze politiche e di governo, nel loro complesso essi abbiano impedito che vi fosse una caduta di qualità irreversibile nell'insegnare e nell'apprendere, si siano spesso in solitudine impegnati a cambiare, a rinnovare, assumendosi il rischio che viene dal fatto che la materia su cui operi è l'intelligenza e la vita di tanti ragazzi e ragazze.

Ma è bene che di questo parli chi ne ha un'esperienza diretta. Come anche vorrei aggiungere in conclusione che il fatto che non parli assolutamente del ruolo degli studenti non è frutto di una dimenticanza ma - vorrei quasi dire - di "uno smarrimento".

Dalla stagione delle ultime occupazioni, che risale ormai a qualche anno fa, sembra che gli studenti non abbiano più niente da dire sulla scuola. Non mi riferisco ai gruppi politicamente orientati, rappresentati anche in questo dibattito, ma ai giovani che con la politica non hanno alcun rapporto a differenza delle precedenti generazioni che avevano nella scuola il primo canale di accesso ai temi del bene pubblico e delle responsabilità collettive. Io spero che compagni della Sinistra giovanile e dei giovani di Rifondazione ci aiutino a trovare una traccia e aprire un'interlocuzione.

Perché per ogni processo riformatore - e questo vale anche per la scuola - il successo dipende dal saper stare criticamente nel corso delle cose e mettere in movimento attori collettivi che se ne fanno portatori.

Abbiamo detto che la destra ha aperto sulla scuola uno scontro di civiltà. A questo scontro non possiamo sottrarci, né pensiamo che le divergenze a sinistra vengono prima di questo cimento che incombe. Ma sappiamo anche che esso non può essere affrontato senza che ognuno - nessuno escluso - a sinistra ripensi con spirito critico progetto e proposte.

"Critica marxista", 2-3, 2001

   
 
         
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