Ma sì, sciogliamo l'Ulivo.   

Se si vuole ridare una prospettiva al centro sinistra, e quindi ricostruire un'alternativa di governo alla destra che sia contemporaneamente credibile e efficace, bisogna ormai tracciare un bilancio dell'esperienza dell'Ulivo e ripartire operando una netta discontinuità rispetto ai suoi esiti e al punto di arrivo attuale. Bisogna prenderne atto: l'esperimento politico inaugurato nel '96 ha esaurito da tempo ogni risorsa. L'esperienza attuale avviata in campagna elettorale è, dal punto di vista dell'Ulivo, solo una stanca prosecuzione di un'esperienza per tanti aspetti giunta al capolinea. L'appuntamento elettorale è stata una grande occasione perduta rispetto all'obiettivo di rifondare e rilanciare su basi diverse la coalizione di centrosinistra.

Non aver prodotto allora quella discontinuità, che avrebbe probabilmente consentito un diverso rapporto con Rifondazione comunista e Italia dei Valori, ci impone di farlo oggi a poco più di sei mesi dalle elezioni, se non vogliamo che il recinto dell'Ulivo si restringa di fatto alla Margherita e ai Ds, concentrati tra l'altro in una sorda competizione per un inutile primato in un campo che è più piccolo di quello che siamo riusciti a praticare in una campagna elettorale che ci ha visto comunque soccombenti.

Bisogna perciò rifondare il centrosinistra non pensare ad allargare i confini dell'Ulivo, che casomai tendono nella vicenda politica in atto spontaneamente a restringersi. Ciò significa ridefinire alla radice gli elementi del patto che stanno alla base di una nuova coalizione, nella quale sui contenuti, sui partners da chiamare in campo si parte da una condizione di totale parità. Solo così si può sperare di riavviare un dialogo con Rifondazione e Italia dei Valori, uscendo da polemiche che non portano a nulla.

Tuttavia, ciò che a mio parere rende ineluttabile per il campo avverso alla destra al governo questa scelta di discontinuità è il fatto che passare dall'esperienza attuale a un nuovo centrosinistra rifondato non nasce dalla necessità di correggere gli errori del passato. O almeno, non prevalentemente. Ma nasce con la necessità di misurarsi con uno scenario radicalmente cambiato o, con ogni probabilità, destinato inevitabilmente a cambiare.

Il primo di questi cambiamenti è costituito dalla guerra seguita agli attentati terroristici dell'11 settembre e i suoi sviluppi, su cui come è noto i possibili contraenti di un nuovo patto ( da Rifondazione all'Udeur e Italia dei Valori) si sono divisi tra di loro e al loro interno. Si sono di fatto divisi i Ds e anche, sebbene in modo meno evidente, la stessa Margherita. Non si può fare finta che niente sia successo, non nel senso che quella frattura sarebbe – come alcuni ritengono – insanabile.

Ma perché, se la si vuole effettivamente superare, bisogna che ci si confronti sul serio sui pericoli di estensione del conflitto, sul ruolo dell'Europa nei nuovi scenari aperti dalla lotta al terrorismo e le sue conseguenze, sul fatto che sia più o meno desiderabile per forze democratiche europee che un nuovo ordine mondiale abbia il suo cardine in una nuova Santa Alleanza tra Stati uniti, Russia e Cina.
Il secondo è costituito dai caratteri dell'esperienza di governo che la destra sta mettendo in atto. Si discute molto a sinistra se sia o vero o meno che – come ebbi a scrivere tra i primi proprio sull'Unità agli inizi di agosto – siamo di fronte non a una nuova una maggioranza parlamentare ma a un cambio potenziale di regime politico.

Chi si mostra scettico, anche sinistra, per questa definizione che trova eccessiva, afferma che il termine "regime" allude a un rischio serio e imminente per le fondamentali libertà democratiche che non è nell'ordine delle cose possibili. A parte il fatto che parlare di "regime" non significa necessariamente che il fascismo sia alle porte e che anche quello democristiano fu a ragione definito tale anche se non racchiudeva in sé alcun pericolo per la democrazia, bisogna allora rispondere al quesito su quale definizione dare del mutamento in corso nella costituzione materiale del paese. Il problema è comprendere se la modifica di fatto del ruolo del parlamento, l'intolleranza verso l'equilibrio e il bilanciamento dei poteri che riguarda in maniera diversa sia l'informazione che la magistratura, le nuove norme sull'immigrazione, lo smantellamento delle grandi istituzione del welfare italiano (dalla scuola alla sanità, alle relazioni tra le parti sociali fin qui conosciute) costituiscano atti tra loro senza rapporto oppure frutto, se non di un disegno, di un sentire comune che allude a un mutamento organico dei rapporti tra istituzioni, politica e paese.

Non è una discussione oziosa e nominalistica, ma riguarda i caratteri dell'organizzazione de l consenso da parte della destra e l'efficacia dei modi di contrastarla da parte del centrosinistra. Valga un esempio per tutti: la misura del governo Berlusconi che troverà sicuramente un ampio consenso tra gli italiani come la proposta di Tremonti di ridurre a due le aliquote fiscali, provocando un abbassamento generalizzato delle tasse, diventa credibile solo se collegata ad un abbattimento senza precedenti della spesa sociale che è una delle conseguenze dell'attacco in corso a scuola, sanità e previdenza pubblica. Se non si prende sul serio questo possibile nesso e non si svela agli italiani in tutta la sua portata questa connessione sarà poi difficile trovare le forze necessarie per sostenere una battaglia per una seria politica finanziaria.

Se le cose stanno così allora noi ci troviamo di fronte – regime o non regime che sia - a un'assoluta novità politica. La cultura e la pratica dell'Ulivo appartengono a un'altra stagione. Anche per questo hanno sempre meno senso i richiami alle politiche di governo del quinquennio passato per costruire il contrasto oggi necessario alla destra. A una pratica e a una cultura di governo inedite bisogna contrapporre non le esperienze del passato ma una nuova coalizione democratica. Se ne debbono persuadere i Ds e la Margherita, che possono trovare in questa prospettiva le ragioni della costituzione della loro autonoma fisionomia politica, ma anche Rifondazione comunista, che dovrebbe ripensare alla sua politica delle alleanze – di fronte a questa prova di governo della destra – un po' oltre i confini ristretti della cosiddetta "sinistra plurale" per aprirsi a un rapporto di portata strategica con le forze del centro democratico.

Una nuova più ampia coalizione democratica dovrebbe essere dunque l'obiettivo che le forze che compongono l'Ulivo assegnano a sé medesime, che si realizzi attraverso un processo di unità tra diversi e non per omologazione agli orientamenti di una leadership come spesso di fronte alle difficoltà si è tentati di fare, che ridefinisca un nuovo programma a partire dalla ricerca di un limpido compromesso tra posizioni tra loro distinte.

So bene che tutto ciò richiede una messa in discussione di leadership e assetti definiti in campagna elettorale e all'indomani della sconfitta. E che ciò non è cosa semplice e priva di conflitti. Ma bisogna capire che questa discussione si aprirebbe comunque (l'ha già in qualche modo aperta lo stesso Rutelli con la chiamata in campo di Prodi). Varebbe perciò la pena di farla in nome di un nuovo grande progetto politica ispirato da una rinnovata tensione unitaria invece che a ridossa di una sorda e implosiva competizione tra Ds e Margherita per il primato nel centrosinistra che non porterbbe molto lontano.

"il Manifesto", 16 gennaio 2002

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista