Resistenza e Costituzione. La memoria nel nostro spirito pubblico

Noi viviamo in un sistema politico in cui gli eredi dei valori della Resistenza e della tradizione repubblicana sono solo da una parte politica, che è quella del centro-sinistra. Non voglio sostenere che dall’altra parte ci siano gli eredi del fascismo perché una simile affermazione non farebbe giustizia alla complessa evoluzione politica della destra italiana. Tuttavia, possiamo affermare senza tema di smentite che, nel complesso, a destra abbiamo forze politiche che non hanno nessun rapporto, nella loro genesi e nella loro identità, con il percorso storico che nasce con la Resistenza al fascismo e si sviluppa con la costruzione della Repubblica.

Questo significa che, dal punto di vista costituzionale, sul centrosinistra cade per intero la responsabilità di difendere la Costituzione dagli attacchi a cui è sottoposta e, insieme, di proporre al paese una prospettiva di ordine costituzionale, sociale e culturale, che sia in grado di indicare una nuova tappa di quel processo storico aperto dalla Resistenza, che sappia parlare all’oggi e al mondo nuovo.
Rispetto a questa assunzione di responsabilità vedo tre questioni su cui lavorare.

La prima è costituita dalla ritematizzazione del rapporto tra Resistenza, Costituzione e guerra come grande cornice entro cui collocare lo sviluppo della nostra democrazia, a partire dall’applicazione dell’art.11 della Costituzione che, come è noto, afferma che l’Italia ripudia la guerra. Ciò serve anche per rispondere in maniera aperta a quei problemi che ci posti dalla storiografia revisionista sul fascismo e la Resistenza e dalla polemica politica che tale orientamento storiografico alimenta. Sostanzialmente, questa storiografia ci dice che poiché ci sono state violenze da ogni parte, tutti sono stati contemporaneamente vittime e carnefici, sia chi stava dalla parte dell’antifascismo e sia chi stava dall’altra parte. Si tratta di un’affermazione che tende a occultare le responsabilità del fascismo e che quindi va respinta in radice. E tuttavia, nel quadro di una lotta per l’affermazione di una cultura della non violenza, credo che dobbiamo farci carico delle asprezze, le crudeltà, le scelte raccapriccianti che hanno segnato una guerra terribile qual è stato il secondo conflitto mondiale.

Non dovremmo avere, ad esempio, nessun complesso a sostenere - pur senza nulla togliere al grande contributo dato dagli USA alla sconfitta del fascismo e del nazismo - che la fine della guerra segnata dalla scelta degli Stati Uniti d’America di ricorrere alla bomba atomica ha aperto uno scenario inquietante, che ha costituito una grande ipoteca sulla storia successiva del mondo. Come anche non dobbiamo chiudere gli occhi davanti agli atti di violenza perpetrati nella Resistenza e nella reazione all’invasione nazista soprattutto nella parte orientale dell’Europa, dove spesso tale reazione ha avuto esiti feroci. Pensiamo a tutta la vicenda delle foibe ai confini tra Italia e ex Jugoslavia, ai massacri in Polonia. Dobbiamo prendere atto, cioè, che la guerra mette in moto processi che poi sfuggono a ogni controllo razionale. Come si suol dire: la violenza genera violenza.

Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che da una parte si faceva quella guerra per costruire un mondo in cui non ci fossero più guerre. Da parte del fascismo c’era l’esercizio della violenza per mantenere in vita e costruire un mondo fondato sul principio della forza. E’ importante sottolinearlo oggi che stiamo entrando in un’epoca in cui si tenta di presentare come inevitabile la scelta di regolare i rapporti internazionali su scala mondiale attraverso la guerra. Perciò si tratta, di fronte a questo rischio incombente, di riattualizzare quel principio presente nella Costituzione del ripudio della guerra.

La seconda questione riguarda quel carattere peculiare della nostra Costituzione che ha favorito in Italia la costruzione di un regime democratico fondato sui partiti di massa. Questo è un elemento costitutivo di tutti i sistemi politici europei del secondo dopoguerra, ma in Italia esso ha assunto un carattere molto più forte che altrove. Credo che non sia possibile ricostruire una nuova prospettiva democratica, se non si ripensa esplicitamente alla rilegittimazione della funzione dei partiti nella società italiana. Questo non significa ritornare ai partiti di massa della cosiddetta prima Repubblica.

E per tante ragioni. La prima è quella che quei partiti avevano, come diceva Togliatti, la funzione di portare le masse dentro lo Stato. Ora questo compito, almeno sotto l’aspetto tradizionale, è stato realizzato. Oggi i nuovi partiti democratici dovrebbero ristabilire una relazione tra società e politica, tra società civile e Stato, ma dovrebbero farlo per realizzare un obiettivo più avanzato del processo democratico, rovesciare (per dirla con Gramsci) il rapporto tra governanti e governati.

Questo problema da parte del centrosinistra, nelle esperienze del decennio trascorso a cominciare dalla Bicamerale, non è stato nemmeno affrontato. Siamo stati vittime della cultura dell’avversario, cioè del pensiero politico-istituzionale che si veniva a sviluppare nell’ambito del liberismo, secondo cui la crisi dei regimi democratici doveva essere affrontata con un più di governabilità più che attraverso una riforma della rappresentanza.

L’idoleggiamento del sistema elettorale maggioritario nell’ambito della sinistra e del centrosinistra nasce da questo. Sono sempre più persuaso, invece, che la ricostruzione del nostro tessuto democratico parte dalla riformulazione del tema della rappresentanza, non per negare l’esigenza di definire norme costituzionali che aiutino la stabilità dei governi ma per rifare della rappresentanza il centro della fondazione di una nuova democrazia e di una nuova funzione dei partiti.

La terza questione riguarda il fatto che tutto questo lo dobbiamo esaminare in una dimensione europea nel senso che si pone il problema della costruzione di un centro-sinistra europeo. Non mi riferisco alla terza via proposta da Blair e ripresa in Italia da Amato e D’Alema, ma al tema della ricostruzione di un grande compromesso tra le tradizioni popolari e culturali dell’Europa democratica. Tradizioni del movimento operaio, del movimento cristiano-sociale, del movimento liberaldemocratico. Si tratta di ripensare a una nuova sintesi tra tradizioni profonde che guardano ai sentimenti presenti nel popolo e non all’elaborazione di élites che fanno riferimento solo a classi medie orientate all’innovazione. Cosa che spesso la sinistra ha fatto nel corso di questi anni.

Il tema della memoria posto da Cervellino e da Strazza costituisce un fattore importante quando ci si rapporta alla Resistenza. Qualche volta ho toccato questo problema occupandomi dell’eccidio nazifascita di Rionero in Vulture del 1943. Ci troviamo, in questo caso, di fronte a un fenomeno di rimozione della memoria da parte della nostra comunità, poiché era del tutto evidente che nostri concittadini erano stati corresponsabili di quel terribile episodio.

Nell’immediato dopoguerra anche per evitare che gli odi si riproducessero si è steso su quelle responsabilità un velo. Questo per certi aspetti è stato un atto di saggezza, per altri aspetti ha ridimensionato la presenza di un sentimento antifascista nella formazione della cultura politica di sinistra a Rionero in Vulture. Io solo stamattina, ad esempio, ho appreso che Eugenio Colorni, una delle personalità più eminenti della Resistenza, è stato confinato a Melfi: Ciò dimostra che c’è una memoria che non si sedimenta e questo ci dice quanto sia importante costruire sul piano della ricostruzione della memoria e della ricerca storica un nuovo sentire che diventi elemento costitutivo del nostro spirito pubblico.

Da questo punto di vista il lavoro della rivista Valori e dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra mi sembra essenziale per ricostruire questo tessuto di saperi che può essere un elemento unitario nella nostra battaglia politica di tutti i giorni.

Valori, maggio-giugno 2005

   
 
         
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