Il problema della rappresentanza   

Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che la manifestazione del 14 settembre segni un punto di svolta nella politica italiana. Essa ha suggellato, anche per il suo fo rte impatto simbolico, un dato: le forze del centrosinistra tutto - da Rifondazione a Italia dei valori - dovranno fare i conti con i movimenti che da Genova, alle manifestazioni sindacali sull'art. 18, all'esplosione dei girotondi hanno accompagnato l'esperienza di governo della destra costituendone il principale fattore di contrasto. Essi non sono tuttavia un'assoluta novità. Infatti, è dal '68 che ritorna periodicamente irrisolto il problema del rapporto tra movimenti di massa e di opinione, che nel loro stesso sviluppo esprimono la tendenza a autorappresentarsi politicamente,e i partiti politici che per la loro natura ambiscono a esercitare il monopolio della mediazione tra società civile e istituzioni democratiche.

Che questa "pretesa" dei partiti sia nelle società mature ormai infondata, essendo ampiamente esaurita la funzione da essi esercitata nell'avvento della democrazia di massa di rapportare le masse escluse allo Stato, è noto a tutti. Ma ciò che non è chiaro è che cosa debba diventare la rappresentanza democratica in un modello nel quale partiti e movimenti concorrano a pari titolo alla sua formazione.

Questo mi sembra oggi il principale problema con cui deve fare i conti il processo che dovrebbe portare attraverso l'unità di tutte le opposizioni alla costruzione di una nuova coalizione democratica capace di costruire un'alternativa al governo della destra.

Ora potrebbe fare velo a una siffatta discussione il fatto che nei partiti del centrosinistra si possa guardare con sospetto ai movimenti in corso perché essi potrebbero far pendere in una direzione - e segnatamente verso Sergio Cofferati - invece che in un'altra le scelte di leadership che a sinistra è necessario a un certo punto compiere. Potrebbe fare velo anche il fatto che l'irruzione nel campo del centrosinistra di questi movimenti potrebbero complicare il processo di selezione dei gruppi dirigenti e delle rappresentanze elettive, che hanno finora spesso avuto percorsi assolutamente autoreferenziali. Cos'è se non questo la richiesta di ricorrere alle primarie nelle selezione delle candidature? Cosa che aprirebbe non pochi problemi in una coalizione che ha anche il compito di garantire una equilibrata rappresentanza alla pluralità delle tendenze politiche che vi sono al suo interno.

Sbaglierebbero, tuttavia, i partiti del centrosinistra se dovessero sottrarsi a questa sfida. Non solo perché si accentuerebbe la loro crisi di legittimità rispetto all'opinione pubblica democratica, ma perché verrebbero meno a una funzione che può essere loro propria e che è vitale per il futuro dei sistemi politici maturi. Mi riferisco alla riaffermazione del ruolo del pluralismo politico che resta essenziale per il superamento della crisi delle democ razie moderne che solo i partiti possono svolgere, essendone la principale espressione.

Non c'è infatti nessuna sottovalutazione del ruolo dei movimenti, soprattutto in fasi di transizione come quella attuale nelle quali la politica democratica può attardarsi in vecchie formule, nella sottolineatura del fatto che la loro aspirazione all'unità, la loro giusta intolleranza verso pratiche da ceto politico separato, la loro proiezione simbolica verso leadership carismatiche, possano riprodurre un rapporto tra rappresentanza e opinione pubblica che non dà risposte a quella crisi della partecipazione e a quel rinsecchimento dei corpi intermedi tra istituzioni e società civile che costituiscono il principale fattore di deperimento della democrazia moderna.

Naturalmente, tutto ciò dovrebbe riaprire una riflessione critica sulle tendenze a risolvere in senso maggioritario i problemi relativi alla selezione della rappresentanza, come anche sulla tendenza a sbilanciare il rapporto tra esecutivi e rappresentanze elettive troppo a favore dei primi. Basteranno i venti di guerra sull'Iraq a far comprendere che un nesso esiste tra le pulsioni autoritarie e aggressive che attraversano le democrazie mature e l'affermarsi da oltre un ventennio di tali orientamenti.

"La Rinascita", 3 ottobre 2002

   
 
         
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