Pronti a rinnovare: gli operai del Sud 

Dopo la vertenza della Fiat di Melfi nessuno può più permettersi, anche a sinistra, di ignorare il ruolo e l’esistenza stessa della classe operaia del Mezzogiorno. Negli ultimi venti anni, purtroppo, ciò è avvenuto sistematicamente sulla scia di tanti luoghi comuni intorno al "declino" del lavoro dipendente e della marginalità sociale del lavoro in generale che hanno accompagnato l’affermarsi dell’egemonia neoliberista. E abbiamo assistito al paradosso che proprio nel periodo in cui - a partire dagli anni ottanta - nel Mezzogiorno si affermava un tessuto sia pure gracile ma diffuso di produzione manifetturiera, la sinistra meridionale rivolgeva le sue attenzioni a altri soggetti sociali, fossero essi i disoccupati o i cosiddetti ceti emergenti, e si orientava verso altri lidi.

E’ a partire dagli anni ottanta, infatti, che nel Mezzogiorno - avviata a esaurimento l’esperienza dell’impresa pubblica e dell’industria di base, siderurgica e chimica, da questa promossa - la presenza delle attività manifatturiere cessa di essere configurabile come una somma di "cattedrali nel deserto" ma diventa una rete potenzialmente diffusa, sebbene non in maniera omogenea, in tutta l’area del Mezzogiorno continentale, forse ad eccezione della Calabria. E’ un processo che inizia nel 1980 con le aree industriali delle zone più colpite dal terremoto dell’Irpinia e della Basilicata, che continua con la penetrazione del "modello adriatico" sin nel Salento e in provincia di Matera, che (aspetto di gran lunga il più importante) è coronato dal processo di meridionalizzazione della produzione dell’auto in Italia, di cui la costruzione dello stabilimento Fiat di Melfi costituisce, dopo Termini Imerese, Termoli, Pomigliano d’Arco, Cassino e la Sevel in Val di Sangro, il compimento e l’aspetto più significativo dal punto di vista della qualità del processo produttivo.

Tutto ciò non è avvenuto senza problemi e vere e proprie battute d’arresto. L’industrializzazione delle aree delle zone terromotate si è rivelata nel complesso un fallimento, a causa del carattere avventuroso e speculativo di tanti progetti d’insediamento incoraggiati da un eccesso di finanziamento pubblico. La penetrazione di un sistema a rete di piccole e medie imprese è proceduta a singhiozzi. A ogni ciclo economico negativo la maggior parte delle attività venivano spazzate via, per ripresentarsi a volte in settori diversi alla ripresa della congiuntura. Nell’ambito della grande industria la costruzione di nuovi stabilimenti Fiat è proceduta di pari passo con lo smantellamento dell’industria di base, chimica e siderurgica, provocando un saldo negativo sul piano occupazionale. E, cosa più importante, l’attività manifatturiera del Mezzogiorno è risultata scarsamente attrezzata a trarre vantaggio dalla svalutazione della lira operata dal governo Amato nel 1992, su cui hanno costruito la loro fortune sui mercati internazionali le imprese del nord-est. Solo poche realtà, come quelle dei divani della Murgia pugliese e materana e l’industria delle pelli di Solofra, in provincia di Avellino, hanno saputo fare distretto e inserirsi in questa scia.

Insomma, la nascita di una nuova classe operaia nel Mezzogiorno a partire dagli anni ottanta è avvenuta in un quadro che non è stato di ininterrotto sviluppo. Essa risulta, perciò, ancora gracile e poco numerosa, ed è parte costitutiva di un contesto economico che vede aumentare la forbice tra il nord e il sud del paese. Ma a differenza con gli anni sessanta e settanta questa nuova classe operaia non è chiusa nel recinto dei "poli di sviluppo" prodotti dell’intervento pubblico, le sue condizioni retributive e di lavoro non costituiscono un oggettivo privilegio rispetto al resto della popolazione meridionale come accadeva per i dipendenti degli impianti siderurgici dell’Iri e per quelli chimici dell’Eni. Gli operai sono, caso mai, una manifestazione estrema della precarietà meridionale, spesso i più esposti ai processi di dissoluzione dei tradizionali rapporti di lavoro, sottoposti al ricatto del "lavoro nero" e della stagionalità. Ciò li rende più deboli dal punto di vista sindacale ma contemporaneamente più radicati e organici rispetto al complesso della società meridionale di quanto lo fossero i dipendenti della vecchia industria di Stato.

Ora, questa nuova classe operaia potrebbe essere una delle leve di una nuova stagione della lotta per lo sviluppo e il riscatto del Mezzogiorno, la principale forza motrice di un processo politico e sociale che rompa la passività che, a partire dagli anni ottanta, ha caratterizzato la vita della società meridionale e il suo rapporto con la politica?

Sare bbe possibile, se la sinistra politica meridionale guardasse al "legame sociale" che si crea nell’abito della produzione manifettariera con altri occhi. E se guardasse ai problemi del Mezzogiorno non solo come al combinato tra disoccupazione e questione criminale, e alla loro soluzione non solo in termini di sviluppo autocentrato dell’impresa locale o, in alternativa, come riproposizione dell’intervento dell’impresa pubblica. Mettendo, nell’uno e l’altro caso, l’impresa e non il lavoro al centro di una nuova prospettiva per il Mezzogiorno.

Quello che manca al Mezzogiorno sono uno spirito pubblico e un senso comune capaci di dotare la società meridionale di quelle risorse culturali di fondo che rendono permanente e diffuso lo sviluppo, che ne fanno cioè non un prodotto di importazione. Per intenderci si tratta di quello che, per un’altra epoca, Max Weber chiamava "spirito del capitalismo". Può essere nel Mezzogiorno di oggi invece la sua "critica", cioè la battaglia per estendere i diritti e le tutele di chi lavora nel cuore del processo produttivo, la fucina di quello spirito pubblico e la base di una nuova civilizzazione?

Questa è la sfida che si pone alla sinistra del Mezzogiorno. Del resto, se si guarda a quello che accaduto in Emilia o nel Veneto, appare impensabile che lo sviluppo della piccola e media industria degli ultimi decenni sarebbe stato possibile se non si fosse alimentato delle subculture sedimentate di quelle realtà, dai caratteri propri del comunismo emiliano ai principi del solidarismo cattolico del mondo contadino veneto. Allo stesso modo, nulla vieta che una nuova cultura fondata sull’estensione dei diritti di chi lavora possa essere il fulcro di una nuova stagione della questione meridionale.

E' proprio quanto è cominciato ad accadere con la vertenza della Fiat di Melfi. Quella battaglia sarebbe infatti incomprensibile fuori dal contesto della Basilicata, cioè di quella che è la regione meridionale per eccellenza. Si tratta di un Mezzogiorno nel quale, nel corso del decennio che ci lasciamo alle spalle di fronte a processi di modernizzazione di basso profilo e senza qualità, la critica al moderno si è presentata spesso sotto la forma della rivendicazione di un'identità originaria e irriducibile della realtà meridionale. Questa posizione ha avuto soprattutto il merito di aver mantenuto nel Mezzogiorno un rapporto "critico" con il moderno per tutti gli anni novanta, in cui anche a sinistra la subalternità ideologica ai processi di modernizzazione in atto era apparsa soverchiante.

Questa impostazione, tuttavia, rischia di essere infeconda, laddove la critica del moderno si trasforma in un suo radicale e totale "rifiuto". Un nuovo progetto riformatore nel Mezzogiorno ha bisogno certamente di ripensare complessivamente stili di vita, politica e economia, dimensione simbolica e vita quotidiana. Ma tutto ciò non sarà possibile se al Sud non si mette a tema un rinnovato rapporto che dialettizzi e relazioni tradizione e innovazione, identità e trasformazione.

Il quesito, che finora non ha avuto una risposta, è se questo sia possibile senza che a costruire questa nuova prospettiva non partecipino soggetti che siano figli dello stesso processo di modernizzazione distorto che ha investito il Mezzogiorno e che in quanto tali possono costituire una critica intrinseca, e perciò più efficace dal punto di vista pratico, ad esso.

E chi se non la nuova classe operaia del Mezzogiorno può essere un soggetto sociale siffatto? Ma tutto ciò ha bisogno di una soggettività politica che se ne faccia interprete. E questo è i l vero banco di prova di una sinistra che sia politicamente e idealmente rinnovata, e metta al servizio di un progetto di riforma dei rapporti tra politica e società civile, di un nuovo rapporto tra "governati" e "governanti", la sua ormai decennale esperienza di governo in tante realtà dell’Italia meridionale.

"Il Contemporaneo", supplemento a La Rinascita, 9 luglio 2004

   
 
         
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