Un progetto credibile per la sinistra   

Il progetto di un nuovo, unitario, soggetto politico della sinistra italiana proposto dall’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, Uniti a Sinistra e dall’Associazione Rossoverde lo scorso luglio nel Seminario di Orvieto, che nasce in alternativa alla proposta del Partito Democratico, deve misurarsi - se non vuole condannare se stesso sin dal suo nascere alla marginalità e alla minorità politiche - con le novità che sono emerse dopo le elezioni di aprile nella transizione di sistema politico tuttora incompiuta che affligge l’Italia a partire dalla fine dei partiti che hanno fondato la Repubblica.

Se fino alle elezioni, infatti, l’obiettivo di riorganizzare il campo politico del centrosinistra doveva misurarsi con il compito, già di per se stesso arduo, di non produrre divisioni e fibrillazioni nell’alleanza dell’Unione che si candidava a governare il paese, il risultato elettorale e i primi mesi del governo Prodi ci indicano la necessità di misurarsi con scenari e problemi di ben più ampia portata.

Allargamento della maggioranza parlamentare verso il Centro, risanamento dei conti pubblici devastati più di quanto fosse stato previsto dalle sciagurate politiche di bilancio del governo Berlusconi, gestione di una nuova fase della politica estera italiana che, dopo la soluzione alla crisi libanese data dalla comunità internazionale, può tornare a essere politica di pace, come non lo era più sin dalla partecipazione alla guerra nel Kossovo, sono problemi a cui un nuovo, unitario soggetto della sinistra italiana non può in alcun modo sottrarsi. Anzi potrebbe risultare esiziale ai fini della sua stessa affermazione nel panorama politico italiano se questi temi non entrassero organicamente a far parte dell’agenda del suo medesimo processo costituente e se al suo interno non si formasse su di essi un autonomo punto di vista, e non venisse elaborato un contributo, altrettanto autonomo, alla loro soluzione. E, allora, è bene che se ne cominci a discutere apertamente, per tempo e in maniera approfondita.

E’ mia opinone che, per quello che riguarda l’allargamento della maggioranza, meglio sarebbe l’apertura di una esplicita operazione politica che si ponga l’obiettivo di estendere la base parlamentare su cui si regge il governo oltre i confini dell’Unione piuttosto che dar vita a una sorta di “campagna acquisti” per ampliare il centrosinistra al Senato. Sia chiaro che se nel corso dei prossimi mesi parlamentari eletti nel centrodestra scegliessero l’Unione, anche per la sinistra essi dovrebbero essere i benvenuti. Ma se l’allargamento della maggioranza si riducesse solo a questo, non sfuggirebbe ai pericoli del trasformismo - male antico del sistema politico italiano sin dalla formazione dello Stato unitario - e si rivelerebbe alla fine più un fattore di instabilità che di coesione. In Italia, come del resto in tutta l’Europa, resta insoluto non solo il problema di che cosa debba essere una sinistra all’altezza delle domande e delle contraddizioni del nuovo secolo, ma anche quello della costruzione di un Centro democratico stabilmente alleato con la sinistra. La proposta del Partito democratico, infatti, non presenta solo il limite di collocare fuori dal processo di costruzione di una nuova sinistra forze politiche che affondano le loro radici nella sinistra del novecento, ma mantiene imbrigliati in un progetto politico organicamente di centrosinistra forze che potrebbero svolgere una funzione attrattiva per la costruzione di un nuovo soggetto del Centro democratico. Il problema come si vede è ben più complesso di quello relativo alla collocazione dell’Udc e allude alla trasformazione dell’intero sistema politico del nostro paese, anche per quello che concerne la destra italiana.

E’ un’ipotesi questa che dovrebbe avere come premessa il rafforzamento dell’Unione, delle ragioni strategiche del suo stare insieme, essere insomma l’alternativa a quel progetto di “grande coalizione”, che il nuovo “partito giornale” costituito dal Corriere della Sera diretto da Paolo Mieli persegue con un’azione sistematica e che non dispiacerebbe a quella stessa parte delle classi dirigenti che, di fronte al fallimento clamoroso della destra al governo, ha in questa occasione sostenuto l’Unione. E’ questa l’ispirazione che, da Ichino a Galli della Loggia, unisce pressoché tutti gli editorialisti del Corriere della Sera. Ma è stato Mario Monti che nei sui interventi successivi alle elezioni politiche si è assunto il compito di chiarire quale sia, sul terreno economico e sociale, la missione da assegnare alla “grande coalizione” che nei suoi intenti dovrebbe sostituire l’attuale maggioranza di governo. Intervenendo sui primi atti dei ministri della Merker, Monti individua nella sottrazione delle decisioni di governo dal condizionamento tradizionale, derivante dalla pratica della concertazione, delle forze che rappresentano il lavoro il fattore di maggiore dinamismo della situazione che si è determinata in Germania dopo le elezioni politiche. Monti auspica che la stessa cosa accada in Italia e interpreta il decreto Bersani sulle liberalizzazioni come un primo passo orientato in questa direzione.

Non c’è alcun dubbio che l’impianto del DPEF varato dal governo e approvato dal Parlamento si colloca su una linea di confine tra questa impostazione e quella che dovrebbe essere la politica economica dell’Unione, cioè una politica di risanamento dei conti pubblici che non sia fatta a spese del mondo del lavoro. Già sottrarre le pensioni dal ridimensionamento della spesa sociale che il DPEF ipotizza sarebbe un buon risultato. Ma toccherà alla discussione attorno alla legge finanziaria verificare se la contestualità tra “risanamento”, “equità” e “sviluppo”, proclamata dallo stesso DPEF, sia un puro espediente retorico o un effettivo obiettivo da realizzare anche attraverso una diversa tempistica nell’attuazione dei tre fattori, con una ridiscussione con l’Unione Europea dei tempi di rientro di deficit e debito italiani rispetto al Pil nei parametri di Maastricht.

Sarebbe auspicabile, quindi, che la sinistra che si sta misurando con la possibilità di dare vita a un progetto unitario affronti questa fase della discussione economico-finanziaria rendendo esplicite le connessioni che essa ha con i problemi di quadro politico e le affronti - come del resto sembra aver suggerito Fausto Bertinotti – rendendosi essa stessa protagonista di un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, come base dell’azione di governo e dell’eventuale allargamento della maggioranza, nel quale le forze del lavoro riaffermino le proprie ragioni e le proprie posizioni non favorendo, possibilmente, con impostazioni di tipo unilaterale le soluzioni politiche che puntano al loro isolamento.
L’affermazione che il metodo della concertazione formulato con l’accordo del 1993 tra governo e parti sociali non può costituire la base dell’attuale politica di risanamento, che il progetto unitario a sinistra condivide con i settori più avanzati del movimento sindacale, non deve voler dire che il movimento dei lavoratori si sottrae alla ricerca di ogni possibile punto di mediazione - come alcuni interventi nel dibattito attorno al DPEF hanno sembrato suggerire - , ma che essa non può più essere fondata sul contenimento della dinamica salariale a vantaggio dei profitti, bensì su altri fattori.
In ultimo il processo unitario per un nuovo soggetto della sinistra italiana dovrebbe apprezzare la potenziale svolta costituita dalla soluzione data alla crisi libanese nei rapporti internazionali degli ultimi anni e coglierla come un’opportunità, un punto di partenza per sollecitare un mutamento radicale e effettivo nelle dinamiche presenti sulla scena mondiale. Il fatto che l’Onu ritorni, attraverso la costituzione di una sua forza di inteposizione, a essere direttamente protagonista degli interventi nelle aree di crisi non ha un valore meramente formale, ma costituisce un’implicita, ma non per questo meno clamorosa, conferma del fallimento della fase della politica internazionale aperta dall’intervento militare nel Kossovo e seguita, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, dalla scelta della guerra preventiva di Bush. E che il ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema, che da presidente del consiglio non poté o non volle sottrarsi dal partecipare in prima linea alla guerra nel Kossovo, sia uno dei principali protagonisti di questa vera e propria svolta nella gestione degli scenari di crisi, appartiene a quelle “astuzie della ragione” di hegeliana memoria a cui spesso ricorre la storia.

Non bisogna, naturalmente, sottovalutare l’intenzione di Bush di affidare alla missione Onu la continuazione della sua irresponsabile crociata contro l’Islam. E quanto fragile sia la tregua raggiunta è sotto gli occhi di tutti. E come il successo della missione Onu non sia affatto scontato. Ma è a partire da questo esito della crisi libanese che la sinistra deve porre il problema di una trasformazione generale della politica internazionale, soprattutto per quanto riguarda lo scacchiere asiatico, dall’Iraq alla trasformazione dei caratteri generali della presenza militare in Afghanistan nel quadro di una ripresa del confronto con Siria e Iran e, soprattutto, di un piano di disarmo nucleare dell’intera area - dall’India al Pakistan a Israele – che dia legittimità alla richiesta che la comunità internazionale ha avanzato all’Iran di non proseguire i suoi esperimenti in campo nucleare.
Insomma, il progetto di costituire un nuovo soggetto unitario a sinistra può realisticamente aprire una competizione egemonica rispetto all’ipotesi di dare vita, prima o poi, a un partito democratico o dell’Ulivo che dir si voglia se nel processo che porta alla sua costituzione saprà coniugare radicamento sociale e cultura di governo quali fattori costitutivi della sua identità e della sua pratica politica. Questa è anche la condizione perché il modo in cui si sta nell’attuale esperienza di governo, affidato a una valutazione realistica dei vincoli oggettivi di carattere interno e internazionale e dei rapporti di forza, non costituisca l’esclusivo “banco di prova” della sua identità e funzione, che non può che essere prevalentemente affidata alla costruzione di un profilo nuovo della stessa sinistra europea e all’elaborazione di un “pensiero critico” capace di alimentare un progetto nuovo di trasformazione sociale che vada oltre la congiuntura di sia pure importanti e cruciali singole esperienze di governo.

Solo così la costruzione di una nuova sinistra potrebbe essere quel progetto politico a cui varrebbe la pena dedicarsi con l’entusiasmo e il vigore di cui l’impresa ha bisogno.

“Critica marxista”, 3-4, 2006

   
 
         
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