Anche le primarie hanno il loro rovescio

La vittoria di Nicki Vendola nelle primarie per il candidato del centrosinistra alla presidenza della Puglia hanno fatto registrare un salto di popolarità a sinistra per questo strumento di selezione della classe politica mutuato in linea di massima dal sistema elettorale statunitense.

Senza nulla togliere al significato politico dell’affermazione di Vendola, che dimostra anche una volontà crescente da parte del popolo di sinistra di sentirsi comunque rappresentato nel momento in cui il suo maggior partito, i Ds, sembra avviare una metamorfosi identitaria attraverso l’adesione al progetto riformista voluto da Prodi, siamo tutti certi che abbiamo solo di che rallegrarci?

La soddisfazione per il successo di Vendola può far abbassare la guardia, anche a sinistra, rispetto a una questione connessa alle primarie che potrebbe alla fine risultare esiziale per la grande coalizione democratica di centrosinistra. Mi riferisco all’introduzione del principio maggioritario nel processo medesimo di costruzione della coalizione.

Prodi insiste già da qualche tempo, senza che su questo vi siano state sostanziali obiezioni, sul fatto che le primari e debbano scegliere il leader e il suo programma a cui tutti, in seguito all’esito della consultazione, dovranno adeguarsi. Lo ha fatto anche nel messaggio alle due iniziative della sinistra che si sono tenute sabato 15 e domenica 16. Ma siamo proprio sicuri che in un paese come l’Italia, con un’antica tradizione di pluralismo politico, sia questa la strada attraverso la quale si riuscirà a costruire una salda coalizione capace di governare per un quinquennio, e di gettare le basi di una convergenza strategica tra centro democratico e sinistra che traguardi a un periodo più lungo e si sviluppi in una dimensione europea?

E’ già opinabile che questa strada sarebbe percorribile senza intoppi se a sinistra si confrontassero solo due posizioni (quella di Rifondazione e quella, per così dire, del "partito" di Romano Prodi). Ma sicuramente non lo è di fronte al più ampio ventaglio di posizioni politiche e ideali presenti nel campo del centrosinistra. Il fatto di sottovalutare tale articolazione è stata causa di già molti guai. Non si è infatti ancora spenta l’eco del conflitto con l’Udeur, causato da disattenzioni provocate dalla tendenza a trattare con l’accetta il quadro delle relazioni politiche nell’ambito della Grande alleanza democratica. Ed è un fatto innegabile che da quando è in campo il progetto della Federazione riformista (primo vero tentativo di semplificare in modo brutale il pluralismo interno alla coalizione e agli stessi partiti che la compongono) la Grande alleanza è sottoposta a continui scossoni e docce fredde.

Sarebbe perciò il caso di fermarsi per tempo e rendersi conto che, se esiste un vuoto tra ruolo dei partiti e volontà di partecipazione dei cittadini che le primarie sembrano colmare, non c'è scelta fatta a maggioranza che può sostituire, nella costruzione di una coalizione di governo, il lavoro faticoso teso a creare le condizioni di una convergenza programmatica tra posizioni in partenza diverse. Se non deve sottrarsi a quest’onere la sinistra più radicale, che deve assumersi più esplicitamente la responsabilità di delineare non solo le proprie posizioni ma anche qual è l’ambito di un compromesso possibile sul piano programmatico, tanto più non debbono farlo le componenti moderate della coalizione.
C’è qualcuno che può spiegarlo a Prodi?

"Il Manifesto ", 20 gennaio 2005

   
 
         
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