Oltre i partiti

Per l'assemblea della Sinistra e degli ecologisti
Aprile, dicembre 2007

L’Assemblea generale della sinistra e degli ecologisti dell’8 e 9 dicembre è chiamata dalle circostanze a dare risposte impegnative a più fattori di crisi che contemporaneamente stanno investendo il sistema politico e la società italiana. Siamo ormai alla fine di quella seconda repubblica che si è rivelata una lunga transizione senza sbocchi. E il sovrapporsi di tali fattori rischia che siano essi – altro che unità della sinistra! - a costituire la vera “massa critica” capace di incidere e segnare in negativo gli sviluppi futuri della democrazia italiana.

Il primo di questi fattori è costituito dal fatto che l’esperienza di governo nata dalla vittoria elettorale dell’Unione nel 2006 si è ormai consumata. Hanno certamente inciso i margini ridottissimi con cui il centrosinistra ha vinto le elezioni e il fatto che, a cominciare da Prodi, non se ne sia voluto prendere atto. Naturalmente non si è trattato solo di questo. E’ che sin dalla prima legge finanziaria si è rotta la “connessione sentimentale” tra il centrosinistra e il suo elettorato. E’ apparso subito che il programma dell’Unione – le cui priorità non sono mai state fissate in modo chiaro – per la componente moderata della coalizione era poco più che carta straccia. Sia sul piano sociale (lotta alla precarietà, politiche previdenziali, redistribuzione del reddito tra salari e profitti) che su quello etico-politico (conflitto d’interessi, rapporti tra finanza e politica, tra questa e la magistratura, tra sistemi di comunicazione e democrazia) l’azione del governo si è rivelata al di sotto delle aspettative. E se su questo secondo aspetto hanno inciso certamente i precari rapporti di forza tra maggioranza e opposizione, sul primo ha sicuramente influito l’assenza di un chiaro compromesso tra sinistra e componente moderata dell’Unione sulla gestione delle politiche macroeconomiche e di bilancio. Tra la scelta di ottemperare alla richiesta dell’Europa di dare priorità a una strategia di rientro del debito perseguita dal ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa e l’orientamento di un esteso numero di economisti di sinistra di costruire una politica di bilancio fondata invece sulla stabilizzazione del debito vi è, come è evidente, un abisso. E per di più tra queste due opzioni non si è mai aperto un vero confronto, avendo la sinistra politica preferito di fatto ignorare il problema. Appare poi incredibile che tutto ciò sia potuto avvenire in presenza di una congiuntura favorevole e di un incremento notevole delle entrate fiscali, frutto del combinato disposto tra effetti sul gettito del ciclo economico e una più determinata lotta all’evasione. Ed è difficile comprendere che cosa potrà accadere quando sarà chiaro l’effetto recessivo che la crisi dei mutui immobiliari statunitensi avrà sul complesso delle economie sviluppate, e quindi anche su quella italiana.

Questo complesso di questioni rimanda al secondo fattore di crisi su cui sarebbe bene la sinistra cominci a interrogarsi. Esso consiste nel fatto che le fondamenta su cui poggiare una politica di centrosinistra si sono rivelate molto fragili. Ed è giunto il momento di chiedersi se vi siano le condizioni obiettive perché tali fondamenta possano essere persino costruite, sia per coloro che hanno pensato che la scelta del centrosinistra dovesse assumere un valore strategico di lungo periodo anche su scala europea, sia per chi, come per Rifondazione, l’ha sempre interpretata come un’opzione di breve o medio periodo per fronteggiare l’offensiva della destra.

Ebbene, a me sembra evidente che senza un compromesso sul piano sociale tra capitale e lavoro non ha alcun senso parlare di una funzione di qualche durata di un’alleanza di centrosinistra. Nel fatto che il mondo delle imprese italiane si sia reso sostanzialmente indisponibile alla ricerca di tale compromesso sta la ragione di fondo della crisi del governo Prodi. Confindustria si è limitata a battere cassa verso il governo, ottenendo dal bilancio pubblico risorse senza precedenti, ma nulla concedendo sul piano delle politiche sociali e sul terreno delle relazioni industriali. E anche, di fronte all’ormai scandalosa inadeguatezza delle retribuzioni medie rispetto al costo della vita, la tendenza a far derivare solo dalla diminuzione della pressione fiscale e non da aumenti contrattuali la crescita dei salari la dice lunga su quali siano gli orientamenti del padronato sul problema cruciale della redistribuzione della ricchezza nel nostro paese.

Per capire le ragioni di un tale atteggiamento, e quanto esso possa essere modificato, sarebbe necessario farsi un giudizio conclusivo sui caratteri e le tendenze del capitalismo italiano, sulla cui scena – a parte le performances della Fiat di Marchionne i cui risultati mantengono un tratto ancora fortemente congiunturale – si impongono concentrazioni bancarie e processi di finanziarizzazione invece che progetti di Sviluppo e Ricerca e programmi di politica industriale. Né aiutano a capire quali possano essere le effettive possibilità di sviluppo del nostro paese le scelte del ministro dello Sviluppo Bersani che ha deciso di fare delle liberalizzazioni e non della politica industriale l’asse della propria azione di governo.

Dichiarare impraticabile una prospettiva di centrosinistra non è per la sinistra una questione di poco conto, perché non è individuabile altro orizzonte entro il quale essa possa concepire una sua funzione di governo. Un giudizio di tal fatta, tuttavia, deve costruirsi su una base di valutazione più vasta, che guardi all’Europa, ai caratteri del suo sistema economico e sociale, a quali siano gli spazi nell’ambito delle scelte della politica dell’Unione europea improntate al principio della stabilità monetaria (e perciò per nulla assimilabili al modello americano) per ricostruire un modello di sviluppo capace di riproporre su basi nuove i tratti tipici della “civilizzazione” europea.

Se si guarda bene all’evoluzione in corso dello stesso sistema politico le risposte opposte ma speculari costituite dalla nascita del Partito democratico versione Veltroni e del nuovo partito annunciato da Silvio Berlusconi rappresentano due vie di fuga rispetto al mancato scioglimento di questi dilemmi. Di fronte a una situazione di stallo di ambedue gli schieramenti sia l’uno che l’altro indicano una via di uscita di tipo populistico e plebiscitario, nell’illusione che tale soluzione possa entrare in stabile sintonia con quella crisi della coesione sociale di cui xenofobia, razzismo, omofobia, la crescente violenza contro le donne sono i sintomi più evidenti e inquietanti ma la cui origine sta nell’assenza di uno stabile equilibrio tra i fondamentali attori sociali, a cominciare dal rapporto appunto tra capitale e lavoro.

Il malessere della politica non è, naturalmente, che uno degli aspetti di quello sociale. Tutti i dati, a partire anche dagli eventi di cronaca nera più raccapriccianti, ci dicono che la lunga rivoluzione neoconservatrice che ha investito i paesi a capitalismo maturo sin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso ha inciso su aspetti profondi della condizione umana. La somma delle solitudini propria del vivere nell'attuale società produce sacche sempre più vaste che oscillano tra indifferenza e manifestazioni di rabbia. Nuovi feticci vengono alla ribalta: dai riti dell'estrema destra all'esaltazione della violenza da parte delle tifoserie del calcio.

Naturalmente, non tutta l'Italia è così. Vi è anche quella metà che ha riposto le sue speranze nel centrosinistra, che alla vigilia della guerra in Iraq ha accolto a milioni l'appello a esporre alle finestre delle proprie abitazioni la bandiera della pace, che è in grado di esprimere moti di solidarietà senza precedenti, che si aspettava dal governo e dalla sua maggioranza scelte capaci di produrre un'inversione di rotta nello spirito pubblico e nel senso comune. Tale inversione non si è prodotta e ciò genera delusione, la quale non risparmia nemmeno la sinistra che è percepita come ininfluente sulle decisioni e al contempo rissosa e causa di destabilizzazione.

Per questo complesso di ragioni, a partire dall’8 e 9 dicembre, la sinistra deve porsi il problema di dare vita a una formazione nuova, a un suo nuovo partito, capace di dare risposte – le sue autonome risposte – a queste questioni e ai cambiamenti radicali che sono alle porte, nei rapporti sociali e nel sistema politico. La sua ambizione non deve essere solo quella di sommare l’elettorato dei singoli partiti che ora la compongono ma quella di conquistare un consenso ampio nel paese in nome di una proposta di soluzione alla “crisi organica” che da troppo tempo attanaglia l’Italia. Se l’8 e il 9 dicembre si sarà in grado di dare vita solo a una federazione si parta da qui, sapendo appunto che questo è un punto di partenza e non di arrivo. Si tratta del primo passo di un ben più ampio processo costituente per dare vita a una nuova, unitaria, plurale forza della sinistra italiana che trovi la sua legittimazione in una campagna di mobilitazione dell’intero popolo della sinistra. Perciò la federazione stessa dovrà essere una soggettività politica capace di unire non solo i partiti, ma le diverse associazioni, le libere aggregazioni locali e nazionali di militanti della sinistra italiana che stanno nascendo nel paese, che assuma sul piano organizzativo la costruzione delle Case della Sinistra come luoghi nei quali nel territorio maturino nuove esperienze unitarie, una pratica e un sentire comuni, nuovi rapporti tra agire politico e vita quotidiana dei cittadini.

Aprile, dicembre 2007

   
 
         
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