Melfi, le occasioni perdute   

Sgusciano nel pieno della notte dalle viuzze strette dei paesi abbarbicati sull’Appennino lucano settentrionale o dalle strade piatte di Banzi e Palazzo San Gervasio, due centri che si affacciano sulla “fossa” che divide la Basilicata dalla Murgia barese. Sciamano attorno alla stazione ferroviaria di Rionero in Vulture alle cinque del mattino sotto lo sguardo ormai indifferente dei rari viaggiatori che attendono l’autobus che li porterà a Napoli o a Roma. Si aggirano come fantasmi a Nova Siri Scalo, sulla costa ionica della Basilicata al confine con la Calabria, dopo essersi alzati alle tre di notte nei loro paesi dell’interno.

Sono gli operai e le operaie della Fiat di Melfi, in attesa in ogni parte della Basilicata degli autobus che li porteranno, dopo un percorso che nel caso di Nova Siri supera i 150 chilometri, nella piana di San Nicola pronti a entrare in fabbrica per il primo turno. Molti di loro hanno già indossato la strana divisa verde e amaranto che da sempre è il segno che distingue gli operai di quella che è stata fino a poco fa la fabbrica modello della Fiat, il più moderno stabilimento automobilistico di Europa. Ma è difficile oggi leggere nei loro sguardi quel lampo di fierezza che era possibile cogliere dieci anni fa, quando ancora ragazzi e ragazze si apprestavano a affrontare un’esistenza intera fatta di levatacce al mattino, di prolungati turni di notte, ma con la persuasione di essere protagonisti di un’impresa senza precedenti, di “quel nuovo modo di fare l’automobile” di cui Romiti aveva parlato a Marentino qualche anno prima.

Ora intanto non sono più ragazzi, ma uomini e donne che hanno superato la trentina. Per lo più non abitano più con i genitori ma hanno messo su famiglia. Dopo gli anni della grande migrazione provocata dal “miracolo economico”, è la prima generazione di lavoratori lucani che ha legato la sua giovinezza alla grande fabbrica e a differenza dei suoi coetanei è stata assorbita dal tempo di lavoro al di là di ogni previsione.

Ma è lecito pensare che l’idea di partecipare a un’”impresa senza precedenti” si sia dissolta da tempo. Già solo pochi anni dopo l’avvio della nuova fabbrica, tutte le ricerche sulla condizione operaia alla Fiat di Melfi – da quella coordinata da Vittorio Rieser per la rivista “Finesecolo” a quelle promosse dal sindacato – dimostravano quanto la realtà fosse distante da quel modello che pretendeva di fare perno sulla valorizzazione del “fattore umano”. Adesso dopo l’accordo con la General Motors, invece, è la Fiat a sostenere che la “qualità totale” è superata dai tempi e, come per gli altri stabilimenti disseminati sul territorio nazionale, anche per Melfi l’azienda torinese ha predisposto un piano di riorganizzazione fondato su un programma spinto di “terziarizzazione”.

Seguendo l’esperienza della fabbrica “a rete” (o “modulare”) sperimentata in India, il gruppo ora intende rivoluzionare l’organizzazione del lavoro e della produzione trasferendo gradualmente a imprese “terze”, che opererebbero direttamente nello stabilimento, momenti essenziali dell’attività produttiva, insieme ai lavoratori ad essi addetti. Benché finora la “terziarizzazione”, a Melfi, abbia riguardato solo i servizi e la logistica (in particolare la società che gestisce il termodistruttore Fenice e la Comau Sud adibita alla manutenzione), secondo i progetti dell’azienda in tempi molti rapidi dovrebbero essere 2000 degli attuali 7000 lavoratori a passare alle dipendenze di ben dieci distinti rami d’azienda. La prossima tappa dovrebbe essere il trasferimento a un’impresa “terza” delle operazioni di assemblaggio di motore e cambio prima di essere collocato sulla scocca.

Sul versante dei sindacati, a respingere nettamente questo progetto c’è la sola Fiom. Da parte di Fim, Uilm e Fismic, sia pure con accenti differenti, c’è la convinzione che, come si è fatto con la fabbrica integrata, anche rispetto al nuovo progetto bisogna tenere in giusto conto le prospettive di competitività dello stabilimento nell’ambito delle scelte organizzative del gruppo. Fuori da Melfi, del resto, la stessa Fiom ha firmato accordi di “terziarizzazione” cercando di riconfermare, nella nuova organizzazione del lavoro, conquiste contrattuali e diritti dei lavoratori. “Ma nello stabilimento di Melfi è un’altra cosa – afferma Giuseppe Cillis, segretario della Fiom di Basilicata – vogliamo discutere approfonditamente del fatto che l’organizzazione della produzione che ci è stata decantata come la nuova frontiera dell’industria automobilistica sia diventata obsoleta in meno di dieci anni. E poi la Fiat deve ancora rendere conto di come abbia utilizzato i fondi pubblici a suo tempo ottenuti per Melfi e del perché non siano stati creati tutti i posti di lavoro previsti dall’accordo di programma”.

In verità di conti in sospeso con l’azienda il sindacato ne ha più di uno. La forbice retributiva per la quale, a parità di lavoro, i salari a Melfi sono più bassi che in tutti gli altri stabilimenti Fiat non si è ancora chiusa, e nelle intenzioni del gruppo torinese non dovrebbe chiudersi nemmeno con il contratto integrativo aziendale che è in discussione. Il sindacato non l’ha spuntata nemmeno sull’annoso problema della cosiddetta “doppia battuta”, cioè sul fatto che i turni sono organizzati in modo tale che capita periodicamente che a un turno di notte segua un altro turno di notte. Il ricorso al lavoro interinale da parte dell’azienda, da soluzione d’emergenza per affrontare i picchi produttivi come dovrebbe essere, tende a diventare un dato di carattere permanente e strutturale.

L’intenzione della Fiom, tuttavia, non è quella di mettersi di traverso rispetto al corso delle cose, e all’apertura di un nuovo capitolo nel modo di fare l’automobile. Del resto, sarebbe irrealistico pensare che questo possa avvenire a Melfi, e solo alla Fiat di Melfi. Però la Fiom pretende che, questa volta, i cambiamenti non siano calati dall’alto, che essi non siano occasione per rendere ancora più precaria la condizione di chi lavora, che partire dal “fattore umano” sia finalmente non uno slogan agitato propagandisticamente dall’azienda ma un bene che tocca al sindacato preservare.

A ben vedere, nel girare i comuni di questa zona nord della Basilicata dove più alta è la concentrazione di lavoratori della Fiat, quello che salta agli occhi è che questa nuova classe operaia non è riuscita a rompere la barriera dell’anonimato. I tempi di lavoro così assorbenti, e soprattutto così diversi da quelli della totalità della popolazione, hanno introdotto una sorta di separazione tra la loro condizione e i ritmi della vita quotidiana. Questi lavoratori e queste lavoratrici sono ognuno un mondo a sé, né si può dire che tratti di una nuova civiltà industriale abbiano modellato senso comune e abitudini di una realtà dove pure vi è una presenza produttiva qual è lo stabilimento della Fiat. Tutto ciò produce, naturalmente, stress e sentimenti di frustrazione. E sono in molti a sostenere che da quando c’è la Fiat a Melfi il consumo di farmaci antidepressivi nella zona è aumentato oltre ogni misura.

"l'Unità", 22 aprile 2001

   
 
         
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