Nuova soggettività, ma capace di unire.   


Non sono necessari molti argomenti ormai per illustrare il bisogno che una nuova soggettività capace di unire tutta la sinistra è ormai maturo. Basti per questo pensare solo al vuoto politico determinato dal processo avviatosi nei Ds in direzione della costruzione del partito democratico. Un vuoto che si è formato persino indipendentemente dalla realizzazione di questo obiettivo, perché è del tutto evidente che i Ds sono ormai indisponibili a essere uno degli attori di quel processo unitario a sinistra – sia pure della sola sinistra riformista – che essi stessi avevano avviato a Firenze ormai quasi dieci anni fa con la loro medesima costituzione.

La nostra riflessione, invece, dovrebbe più utilmente concentrarsi sul fatto che, nonostante questo bisogno appaia da tempo maturo, non si siano fatti sostanziali passi avanti in questa direzione. E ogni iniziativa che si era prefissa di lavorare a questo scopo è sostanzialmente abortita sul nascere.

E’ accaduto alla convenzione per un programma dell’alternativa, promossa da Giampaolo Patta, i cui lavori sono stati sostanzialmente inutilizzati al fine della definizione del programma di Prodi.
Non ha avuto diversa sorte il tentativo promosso dall’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra insieme alla Fiom e alla stessa componente della Cgil guidata da Patta di dar vita a un movimento politico dal nome Lavoro e Libertà. Non diversa sorte ha avuto il tentativo più importante per forze mobilite e l’ambizione che lo animava, quello promosso da Asor Rosa e dal Manifesto, ridottosi nel suo epilogo a una sorta di cinghia di trasmissione del Pdci. Non migliore sorte ha avuto la convergenza tra le riviste della sinistra promossa da Mussi e Bertinotti quasi in alternativa all’iniziativa di Asor e comunque a questa contemporanea.

A giustificare il fallimento di ciascuna di queste imprese si sono sempre addotti motivi di carattere congiunturale che sicuramente hanno avuto il loro peso. Ad esempio, sicuramente l’esperienza di Lavoro e libertà avrebbe avuto un altro esito se non fosse sopraggiunta, prematura, la morte di Claudio Sabattini e non fossero, contemporaneamente, cominciati a venire alla luce quei dissensi tra la componente di Patta e la Fiom che sarebbero poi esplosi al recente congresso della Cgil. Per tutte le altre esperienze si è imputato, spesso a ragione, la responsabilità del loro affossamento
a Rifondazione comunista, solitamente insofferente verso tutte quelle iniziative a sinistra che non fossero di sua emanazione e su cui potesse esercitare un controllo pressoché totale.

Non è possibile poi non notare che nel corso di questi hanno le iniziative a sinistra si sono sovrapposte più che convergere l’una con l’altra, promosse da un ceto politico animato più dall’esigenza di apparire, e quindi di costruire nicchie anche piccole che fossero esclusive, che da quella di dare vita a effettivi processi unitari. Da questo punto di vista l’esempio più clamoroso è quello offerto dalle due sinistre dei Ds che mantengono in vita una divisione, originata dal diverso giudizio sul ruolo e la funzione di Sergio Cofferati nella sinistra italiana, oggi ampiamente superata dai fatti.

Eppure, a ben vedere, anche questo è un effetto più che una causa. Del resto lo stesso processo che è orientato alla costruzione del partito democratico è costellato di episodi di rivalità e di momenti di competizione tra i gruppi dirigenti dei Ds e quelli della Margherita e all’interno dei singoli partiti. Ma ciò non ha impedito di dar vita a momenti di convergenza, soprattutto sul piano elettorale e nell’organizzazione dei gruppi dell’Ulivo nelle assemblee elettive a cominciare da Camera e Senato. Ciò vuol dire che se un progetto unitario è in campo non sono le rivalità che attraversano il ceto politico che possono fermarlo, le quali possono al massimo renderne più accidentato il percorso ma difficilmente comprometterlo.

Il problema che piuttosto c’è stato in questi anni è che anche coloro che da tempo auspicano e intendono operare per dar vita a un nuovo soggetto politico a sinistra non sono in genere consapevoli in modo adeguato della radicalità e della portata dell’impresa. Nel corso di questi anni, infatti, si è tentato di procedere o attraverso la sommatoria dei soggetti politici attualmente esistenti a sinistra, da Rifondazione alle sinistre dei Ds, o attraverso il tentativo del principale soggetto esistente a sinistra (Rifondazione comunista) di uscire fuori dai propri confini senza mettere radicalmente in discussione il paradigma di fondo sul quale si è costruita la sua esperienza nell’ultimo quindicennio. Sul piano dei contenuti si è cercato in varie occasioni di dar vita a un programma comune ma nella sostanziale assenza di un progetto condiviso, con il risultato che di piattaforme programmatiche se ne sono stilate più di una ma senza che su di esse si avviasse un processo di convergenza politica di un qualche significato.

Se si vuole dal vita a una nuova soggettività a sinistra bisogna dunque comprendere che deve trattarsi di una costruzione totalmente nuova, che le radici della sinistra del novecento - nel corso di questa lunga transizione che ha caratterizzato la fine del secolo scorso e segna l’inizio di questo secolo – si sono ormai totalmente essiccate. Ciò non vuol dire che di quelle esperienze non bisogna fare un bilancio storicamente rigoroso, come purtroppo finora è accaduto lasciando il campo libero all’imperversare del revisionismo. Di fronte alle sfide del mondo contemporaneo – globalizzazione dei mercati, guerra e fondamentalismi - sono in gioco i fondamenti stessi di idee guida come uguaglianza e libertà e il loro, controverso, reciproco rapporto. L’evoluzione delle società moderne e lo sviluppo storico, spesso imprevisto nei percorsi e nelle modalità, del capitalismo chiamano in causa il rapporto stesso tra politica e economia, tra il complesso assetto istituzionale che ha preso le mosse dagli Stati moderni e la vita.

La sinistra può rinnovare la sua funzione se si misura con queste questioni di fondo e da qui riprende le mosse del suo cammino con l’obiettivo di liberare l’umanità da forme tradizionali e moderne di schiavitù dal bisogno. Si tratta di porre di nuovo il lavoro e la sua funzione al centro di un’alternativa di liberazione, sapendo che non c’è sinistra al di fuori di questo progetto e che esso è tanto più attuale a partire dalla considerazione che, sebbene privato nei paesi sviluppati dei principali diritti e delle più importanti tutele conquistate nella seconda metà del secolo scorso, esso è al centro dell’impetuoso sviluppo dei paesi emergenti come il più poderoso esercito industriale di riserva che la storia del capitalismo abbia mai conosciuto.
Può l’azione che tende a liberare il lavoro dalle sue catene moderne essere fondamento di un inedito rapporto tra politica e economia, sia pure in forme diverse da quello che è accaduto nelle società moderne sino ad ora? Bisogna interrogarsi fino in fondo e senza pregiudizi intorno a questo quesito, perché se la risposta fosse negativa non ci sarebbe futuro per la sinistra. Ma per chi pensa che questo futuro esiste non può non ripartire da una siffatta domanda. E non può non ripartire da una dimensione che è quella del processo di unità politica dell’Europa, perché non c’è processo storico politico di fondazione di una nuova soggettività che possa avvenire senza un punto su cui far leva. E si può ricostruire la sinistra facendo leva sull’Europa e sulle risorse proprie della sua civilizzazione, sul suo socialismo come patrimonio di idee e sentimenti da collocare entro un nuovo processo mondiale.

Da questo punto di vista la sinistra italiana deve più compiutamente rendersi conto che la scelta dell’Ulivo e del Partito democratico non è un’anomalia del nostro paese, ma è la forma nella quale si esprime in Italia l’opzione centrista che Blair e Schroeder hanno posto al socialismo europeo. E che un’alternativa di sinistra si costruisce a livello europeo non sfuggendo a un confronto interno al socialismo europeo da condurre e esplicitamente e fino in fondo, limitandosi cioè a dare una nuova vernice alle forze minoritarie della sinistra comunista come fa la proposta di “sinistra europea” avanzata da Rifondazione. In questo quadro va approfondito il ruolo e la portata strategica delle alleanze di centrosinistra non solo nella loro dimensione nazionale ma in quella europea e quale funzione in esse deve svolgere una sinistra autonoma e del tutto nuova rispetto al passato.

Si tratta di quesiti di fondo da cui partire anche per affrontare le tante fragilità e incongruenze del centrosinistra che in Italia è alla guida del paese. Insomma, una nuova sinistra ha ragione di esistere anche perché solo da essa può partire la spinta al superamento di questa permanente crisi del sistema politico dell’Italia che è stata chiamata seconda Repubblica. Si tratta di colmare la separazione tra istituzioni e società, ricostruire la funzione non solo governante ma rappresentativa dell’agire politico collettivo. Si tratta insomma di ripensare e rifondare i partiti democratici, oltre l’esperienza storica dei partiti di massa, progettare uno sviluppo storico della democrazia che sappia essere risposta in avanti alle gravi contraddizioni del tempo presente.

Perché tutto ciò sia possibile bisogna, su un’agenda del confronto di questa portata e di queste dimensioni, di mobilitare il più ampio numero di forze possibili. Si tratta di sviluppare un dibattito che investa la società dall’alto e dal basso, non ristretto al ceto politico ma aperto alle grandi esperienze sociali che ancora vivono nel sindacato, nel volontariato e nell’associazionismo.

E’ un’impresa molto ardua, per tanti aspetti controcorrente rispetto ai processi di “americanizzazione” che hanno da tempo investito le società europee, ma con cui vale la pena misurarsi.

"Sinistra. Rivista rossoverde per l’unità"
Giugno Luglio 2006, anno I, n. 0

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista