Molise. Una giornata tra i terremotati.  

A San Giuliano di Puglia, e negli altri comuni terremotati della zona, ora è in corso la guerra contro il "generale inverno". La domenica è trascorsa tra un'altra scossa, che logora i nervi e deprime gli animi, e l'impazzare dei nubifragi che inzuppano le tende di acqua, trasformano in fanghiglia i viali appena coperti di ghiaia delle tendopoli, rendono ogni giorno che passa una pena.

Riuscirà l'inclemenza del tempo a convincere il "popolo" delle tendopoli ad accettare il piano del direttore generale della Protezione civile che vuole spostare tutti i senzatetto negli alberghi della costa in attesa che siano pronti i prefabbricati? Certo, il piano è rischioso nella sua eccessiva rigidità: tra tende e prefabbricati non vi sono altre tappe intermedie nella gestione dell'emergenza abitativa, ad eccezione degli alberghi. E lo spostamento sulla costa non può assumere i caratteri di una deportazione. I terremotati sono sospettosi perché, dopo le dichiarazioni di Berlusconi sull'eventualità di trasferire definitivamente i centri abitati, questa sembra quasi essere l'anticamera di quella scelta.

Giovedì scorso alla delegazione parlamentare dei Ds, guidata da Gavino Angius, il direttore generale della Protezione civile aveva assicurato che a partire da San Giuliano le tende sarebbero state tolte a partire da sabato. Ma sabato non è accaduto niente e bisogna solo sperare che non si perda altro tempo e che, siano gli alberghi o altro, ai terremotati si dia un ricovero più confortevole delle tende e delle stesse roulotte. Al quesito se fossero immediatamente a disposizione i container qualora qualcosa non avesse funzionato nello spostamento in albergo, Bertolaso ha risposto di sì. C'è solo da sperare che sia vero.

Se in questi giorni le tendopoli sono spazzate dal vento e dall'acqua, giovedì quando i parlamentari dei Ds si sono recati nelle zone del Molise colpite dal sisma la giornata era splendida, l'aria aveva un nitore cristallino che rendeva giustizia alla bellezza di un passaggio collinare di rara dolcezza. Sullo sfondo le montagne dell'Appennino dauno che fanno da confine con la Puglia, con alle spalle altri comuni del Foggiano colpiti anch'essi, ma un po' come dimenticati.

La notte era stata fredda, fino a quattro gradi sotto lo zero, ma a metà giornata le tendopoli di S. Giuliano di Puglia e di Santa Croce di Magliano sono un immenso brulichìo. C'è tanta agitazione, vigili del fuoco e volontari che corrono da un lato e dall'altro con quel tanto di euforia, quel modo di fare un po' su di giri che caratterizza la gestione dell'emergenza. A un tratto compare un gruppo di animatori truccati da clown. A San Giuliano colpisce l'amorevolezza tenera con cui sono circondati i bambini. C'è quasi una sorta di consapevolezza diffusa che i superstiti della generazione delle vittime del crollo della scuola sono forse il bene più prezioso di cui la comunità dispone.

Le cose nel campo di roulotte a Santa Croce di Magliano non vanno troppo bene. I bagni non sono sufficienti e nella notte, che era stata molto fredda, non si sono potute accendere le stufe a causa degli impianti non a norma. Ma i settori più attivi della popolazione sono in movimento. Santa Croce è un comune dalle antiche e radicate tradizioni di sinistra, ma l'ultima volta il centrodestra ha vinto le elezioni per il municipio anche per le divisioni che si sono prodotte nell'altro campo. Ma si vede che un certo modo di intendere la militanza ha lasciato il segno. Il responsabile della sezione dei Ds coordina le iniziative nel campo come incaricato dal sindaco. Il vice sindaco, carico di adrenalina fino all'inverosimile (segno di una naturale reazione alla mancanza di sonno e alla fatica) si affanna a spiegare che l'emergenza la si affronta solidali, senza differenze tra destra e sinistra. E i giovani volontari di Santa Croce sono la vera spina dorsale del funzionamento del campo.

Sotto traccia restano gli interrogativi sulle responsabilità: perché la zona non era stata ancora catalogata come sismica? La scuola di S. Giuliano era stata costruita come si sarebbe dovuto? Quali responsabilità cadranno sulla testa del sindaco di San Giuliano che, con la morte nel cuore per la perdita nel crollo della sua bambina, coordina i soccorsi ma sa che tra i suoi cittadini c'è come un giudizio sospeso?

Nella tendopoli di San Giuliano c'è un vecchio compagno attorno a cui fanno corona immediatamente i dirigenti Ds, il presidente della provincia di Campobasso e i consiglieri regionali presenti. Scherziamo per un momento su chi è più vecchio per militanza politica: io iscritto al Partito comunista italiano dal 1964, lui dal 1969. Poi un velo si abbassa sui suoi occhi e dice: "Ho perso la mia nipotina nel crollo. Non ho recriminazioni da fare contro alcuno. Ma voglio sapere se c'è un responsabile per poterlo guardare negli occhi e dirgli grazie". Parole che affondano come una lama.

A Bonefro il sindaco ci fa vedere un paese irreale, all'apparenza intatto ma completamente deserto. "Ho dovuto farlo sgombrare tutto - dice -, le case sono come scoppiate dentro". E poi si lamenta: "Nella gestione dell'emergenza non c'è nessuna considerazione per i sindaci e gli amministratori locali".

Che sia il potere locale il centro della ricostruzione è una richiesta unanime. E tutti hanno visto nelle parole del presidente del Consiglio ("faremo tutto noi presto e bene") una vocazione centralistica che, in nome dell'efficienza, ha prodotto sempre disastri nella gestione delle calamità naturali.

Dopo l'incontro con Bertolaso e poi con l'assessore regionale ai lavori pubblici la dele gazione dei parlamentari Ds riguadagna Termoli, scendendo in macchina dai tornanti di Larino. Poi il ritorno a Roma nel buio dell'autostrada fino a Pescara e quindi sulle montagne dell'Abruzzo.

La giornata scorre come un film e per me è come tornare a ventidue anni indietro, quando segretario della federazione di Potenza del Pci ero alle prese con i disastri prodotti dal grande terremoto della Campania e della Basilicata. Una esperienza politica e umana che ha lasciato il segno. Mi dico: questi potrebbero farcela a non conoscere la "via crucis" di una ricostruzione infinita che cambia tutto nel vivere civile e non sempre al meglio. In fondo - penso - si tratta di un'area limitata, con un'incidenza demografica esigua, con una popolazione la quale reagisce con una dignità e una compostezza che lascia ben sperare per il futuro: ce la faranno a evitare una ricostruzione vittima degli appetiti di chi vuole fare solo affari o delle fantasie del presidente del Consiglio su una "San Giuliano 2" rifatta ex novo. Cerco di rassicurare me stesso. Ma perché non riesco a mandar via il senso di inquietudine prodotto dalla mente che vaga tra passato e presente? Siamo ormai a Tivoli, e in fondo compaiono le luci del casello di Roma…

"La Rinascita", 6 novembre 2002

   
 
         
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