Mezzogiorno Duemila.
Esiste ancora una questione meridionale?  

E’ da quasi venti anni, da quando per la prima volta il quesito fu posto dal gruppo di "Meridiana" promosso da Carmine Donzelli e Piero Bevilacqua, che a sinistra ci si interroga ricorrentemente se esista ancora una "questione meridionale". E la risposta è per lo più negativa. In verità non erano mancati precedenti di una siffatta impostazione in altri filoni culturali e politici. Si pensi solo al Censis e all’idea di uno sviluppo a "macchia di leopardo" elaborata da Giuseppe De Rita che del Censis è stato il creatore e il principale animatore.

Tuttavia, in questo ventennio il divario tra Nord e Sud è cresciuto pressoché ininterrottamente, sia sul piano materiale che su quello dello spirito pubblico, fino a tornare ad essere, come aveva affermato Giustino Fortunato in alcune tra le sue più pessimistiche valutazioni sulla condizione dell’Italia meridionale, un vero e proprio scarto di "civiltà". Appunto, "due Italie".

Bisogna, perciò, capire le ragioni di queste dichiarazioni di morte pressoché unanimi della questione meridionale, nonostante la situazione di fatto che l’ha generata non solo permanga ma anzi si sia aggravata. La verità è che la questione meridionale è stata finora indissolubilmente legata al contrastato percorso in cui l'Italia è diventata nazione. Ha costituito contemporaneamente l'esempio paradigmatico della debolezza di questo processo e un fattore della sua realizzazione. Essa s'impone, a cavallo tra ottocento e novecento attraverso l’azione di Fortunato e Nitti innanzitutto, quale uno dei problemi costitutivi di fondo della costruzione dello Stato unitario italiano. E dopo che il fascismo opera, invece, una grande rimozione dei problemi del Mezzogiorno e la sua propaganda tende a darli per risolti nell’ambito della politica del regime, nel secondo dopoguerra la questione meridionale torna in campo. Torna ad essere, cioè, una delle chiavi di volta di quel processo definito da Franco De Felice di vera e propria ricostruzione della "nazione italiana", rappresentato dalla nascita e dallo sviluppo della Repubblica. Nel secondo dopoguerra, infatti, la sinistra e in particolare il partito comunista tendono a presentarsi come gli eredi del meridionalismo classico, dandosi, anche per questa filiazione, un profilo di forza nazionale, libera di ogni residua matrice so vversiva e perciò impegnata nell’edificazione del nuovo Stato democratico. La Democrazia cristiana e gli eredi del meridionalismo democratico d’ispirazione laica, che pure conducono un’aspra polemica con le pratiche clientelari della Dc meridionale, sviluppano una reinterpretazione della questione meridionale sostanzialmente convergente sul piano culturale. Le soluzioni al divario tra Nord e Sud vengono cercate nel duplice incardinamento della Repubblica nata dalla Resistenza, sul piano nazionale, in una nuova forma di convivenza democratica tra le grandi componenti politiche e ideali del paese e, su scala internazionale, nell’inserimento dell’Italia nel mercato aperto egemonizzato dagli Stati Uniti. Ne deriva una particolare e originale fusione tra alcune impostazioni ricavate da filoni del meridionalismo democratico e dal nittismo e le teorie sulle aree depresse di origine anglosassone e le strategie dello sviluppo che da esse discendono. Da ciò scaturisce l’esperienza dell’intervento straordinario, dalla legge stralcio di riforma agraria alla costituzione della Cassa del Mezzogiorno. Il principale esponente di questo orientamento è Pasquale Saraceno, che per queste stesse ragioni può definirsi, insieme a Manlio Rossi Doria, l’ultimo rappresentante del meridionalismo.

E’ questo un orientamento che opera sin nel cuore degli anni Sessanta, come dimostrano i due convegni di San Pellegrino della Democrazia cristiana in cui vengono elaborati i tratti essenziali della cultura di governo del primo centrosinistra, in uno dei quali è lo stesso Saraceno a tenere una delle relazioni di base.

Dunque, si comprende facilmente perché il meridionalismo entra in crisi nel corso degli anni Settanta fino alla messa in discussione, come abbiamo detto anche a sinistra, dell’esistenza stessa di una questione meridionale. Essendosi essa affermata in un rapporto indissolubile con le tappe più significative della costituzione della "nazione italiana", entra in crisi quando (al pari degli altri paesi economicamente avanzati) anche in Italia inizia sotto i colpi della rivoluzione neoconservatrice e neoliberista agli esordi il declino dello "Stato-nazione". Non è un caso che tutti gli interventi che a partire dagli anni Ottanta sono stati dedicati al Mezzogiorno - sia quelli ispirati a modelli di sviluppo locale che sarebbero dovuti succedere all’intervento straordinario, che ha i suoi principali esponenti in Meldolesi, Trigilia e Viesti, sia quelli che rimettono in campo una identità irriducibile del Mezzogiorno, in chiave simbolica e antropologica come Cassano, in chiave comunitaria come Alcaro - hanno esplicitamente escluso che il Mezzogiorno possa essere interpretato in rapporto al Nord e quindi entro una dimensione nazionale.

Il problema è che, nell'uno e l'altro caso, il Mezzogiorno rischia di essere pensato in rapporto a nient'altro se non a se stesso. L’interrogativo che ci si pone oggi è invece se è possibile riformulare una "nuova questione meridionale" oltre la dimensione dello Stato-nazione, in rapporto cioè ai processi in corso di globalizzazione dei mercati, della competitività, della comunicazione.

Pe r rispondere a questa domanda bisogna capire bene che cosa è successo in Italia meridionale nel corso degli anni Novanta, ricostruire cioè dal punto di vista del Mezzogiorno il passaggio tra prima e seconda Repubblica, che costituisce l’epilogo di quel processo che abbiamo definito ricostituzione della "nazione italiana". Gli anni Novanta sono stati per il Sud un periodo cruciale. Tutto si è trasformato nell'arco di un decennio. Con la fine dell'intervento straordinario e l'accelerazione del processo di privatizzazione dell'impresa pubblica è cambiato il rapporto con lo Stato, e se ne è stabilito uno nuovo con i programmi di spesa dell'Unione europea. Ne è seguita una mutazione dal basso delle classi dirigenti, soprattutto a partire dalla riforma elettorale che stab ilisce l'elezione diretta dei sindaci. Si sono accentuati gli squilibri interni e si è verificata una sorta d'inversione tra la "polpa" e l'"osso" (per usare i termini di Manlio Rossi Doria) dell'economia e del territorio meridionali. Ad eccezione della Calabria, le aree interne della dorsale appenninica, tradizionalmente più povere e sottoposte a un ulteriore impoverimento fino agli anni Settanta, a metà degli anni Novanta sono protagoniste di un inedito dinamismo. Le grandi città, almeno dal punto di vista economico, restano al palo, mentre la provincia di Avellino, la Basilicata e il Molise sembrano marciare verso la soglia che presto le avrebbe potute portare fuori dal complesso delle aree svantaggiate, dove da tempo si è già collocato l'Abruzzo.

La lotta a lla criminalità organizzata lungo la scia dell'impegno del pool antimafia di Palermo, che culmina nel sacrificio di Falcone e Borsellino, diventa agli inizi degli anni Novanta patrimonio diffuso in tante parte dell'opinione pubblica meridionale. Attraverso questa lotta viene vista la possibilità di realizzare un riscatto civile e democratico della società meridionale, vissuto come preliminare allo stesso miglioramento delle condizioni sociali e economiche.

Tutto ciò è avvenuto, tuttavia, nel quadro di un divario complessivo con il centro-nord che è cresciuto. La forbice tra le due Italie si è allargata. E la principale linea di demarcazione, quella che segna la differenza di sistema tra le economie delle due parti del paese, resta il differente tasso di disoccupazione. Una differenza quantitat iva che diventa qualitativa, quando uno dei due poli è un'area di piena occupazione. Si divaricano ulteriormente a quel punto gli stili di vita, il modo di rapportarsi al lavoro, la relazione che si stabilisce tra tempo di lavoro e tempo libero, e la stessa organizzazione di quest'ultimo.
Ma le differenze qualitative investono anche altri campi. Diventano più forti nei trasporti e nei sistemi di comunicazione in genere. In alcuni si accentua la dipendenza. Si pensi ad esempio a come, nel processo di privatizzazione e riorganizzazione del sistema bancario, le banche meridionali siano state assorbite da quelle del centro-nord. Si guardi poi al sistema politico: la crisi e la scomparsa dei vecchi partiti di massa porta a una tendenziale regionalizzazione delle forze politiche e, di conseguenza, a un’involuzione di tipo provinciale dell’agire politico.

Nel corso degli anni Novanta l'Italia declina il suo appuntamento con i processi di globalizzazione attraverso un doppio e opposto movimento: il primo è quello della svalutazione competitiva che va dal settembre del '92 al '96, il secondo è quello che segue alla decisione del governo Prodi di accelerare il processo di risanamento del bilancio pubblico in funzione dell'ingresso dell'Italia nella moneta unica europea. Quali possano essere gli effetti sul Mezzogiorno di questa seconda scelta (a parte quello generale di mantenere il primo e principale punto di contatto con il processo di integrazione europea) è presto per dire. Sono invece del tutto chiari i risultati del primo movimento. Anzi credo che si possa dire che ad essi è possibile far risalire quella trasformazione del divario con il nord da prevalentemente quantitativo a qualitativo.

Intanto il Mezzogiorno è la principale vittima della "cura da cavallo", in termini di risanamento del bilancio pubblico, che nel '92 viene realizzata -contemporaneamente alla svalutazione della lira - dal primo governo Amato. Il giro di vite sulla spesa pubblica nel Mezzogiorno non riguarda solo l'esaurimento dell'intervento straordinario che, in una fase di contrazione della spesa ordinaria, si traduce in una perdita secca di investimenti, ma in una vera e propria insolvenza in termini di cassa da parte dello Stato verso le imprese meridionali. La svalutazione della lira non ha poi al sud quegli effetti benefici che ha al nord, contribuendo a imporre sui mercati internazionali quel fenomeno d i crescita che si era già ampiamente manifestato nel nord-est. A differenza del Veneto e delle Marche, e in generale delle altre regioni del centro-nord, il Mezzogiorno non ha un'economia pronta ad affrontare le sfide dell'export. Anche a causa della rilevanza della pubblica amministrazione nella composizione relativa del suo sistema economico, il mercato interno, in quegli anni depresso anche a causa della tregua salariale e della politica dei redditi concertata tra imprese governo e sindacati a partire dal '93, resta la sua principale risorsa. Con il lavoro dipendente il Mezzogiorno è la parte del paese che più d'ogni altro ha pagato i costi del risanamento.

Gli anni Novanta sono stati anche gli anni in cui fervono una serie di misure che puntano, in relazione anche ai nuovi flussi finanziari che provengono dall’Unione Europea, a un rinnovamento totale degli strumenti di politica economica per il Sud (patti territoriali; contratti d’area; c’è chi parla addirittura di "zone franche"). A ciò si accompagna la speranza di un rinnovamento radicale delle classi dirigenti attraverso quella che è conosciuta come la "stagione dei nuovi sindaci" eletti direttamente dai cittadini. Ma alla prova dei fatti, la cosiddetta contrattazione programmata (contratti d'area e patti territoriali), che doveva coniugare l'intervento dall'alto con il protagonismo dal basso degli attori istituzionali, economici e sociali, non ha dato gran prova di sé.

Essa ha avuto il difetto di eludere due questioni di fondo. La prima è che non esistono scelte di politica attiva che possano correggere o capovolgere gli effetti di un andamento macroeconomico sfavorevole. Il Mezzogiorno è, in sintesi, la principale vittima in Italia del prevalere delle tendenze neoliberiste nel corso degli anni Novanta. La seconda, a questa strettamente connessa, consiste nel fatto che le trasformazioni di questo decennio sono state nel sud produttrici di "passività". E l'esperienza ci dice che il Mezzogiorno ha conosciuto veri e propri balzi in avanti solo in presenza di forti movimenti sociali, che hanno accompagnato il cambiamento, come nel caso del movimento per la terra all'indomani della seconda guerra mondiale, o che l'hanno persino contrastato, come nel caso del brigantaggio agli albori dell'unità nazionale o delle rivolte del '70 rispetto alla nascita delle Regioni.

La sinistra meridionale, nel cor so degli anni Novanta, ha cercato di supplire a questa passività puntando sulla risorsa istituzionale dei nuovi amministratori locali, quale forza motrice della nuova riforma che ricostruisse una prospettiva democratica dopo il fallimento del pentapartito e dell'intervento straordinario. Il principale teorizzatore di questo rinnovato ricorso alla concezione di Guido Dorso dei "cento uomini di ferro" come leva per il riscatto meridionale, in esplicita soluzione di continuità rispetto al meridionalismo comunista che aveva puntato prevalentemente su una mobilitazione di strati sociali profondi, è stato nel corso del decennio Isaia Sales. La principale esperienza politica che ha rappresentato questo orientamento è stata quella di Antonio Bassolino a Napoli.

Ora qualunque sia il giudizio su quella azione di supplenza e sulla sua funzione riformatrice, sembra evidente che essa abbia concluso con il nuovo decennio il suo ciclo. Il rapporto poi tra Ulivo al governo e questa presenza politica della sinistra nel Sud ha di fatto riproposto un sistema di comando dall’alto sulle politiche orientate al Mezzogiorno. L’impresa e non il lavoro diventa per l'Ulivo l’unico potenziale soggetto innovativo nella realtà meridionale. Tutto ciò smorza il dinamismo delle amministrazioni locali, produce un effetto di passività su cui si è innestata la rivincita, concretizzatasi nelle elezioni politiche del 2001, delle vecchie classi dirigenti meridionali passate (ad eccezione della Basilicata e della Campania) quasi per intero alla Casa delle libertà.

A veder bene proprio in questa "passivizzazione" della società meridionale prodotta dalle trasformazioni degli anni Novanta sta la ragione della vittoria elettorale della destra nel Mezzogiorno nelle elezioni politiche del 2001. Gli uomini di governo dell'Ulivo si sono spesso stupiti del fatto che la sconfitta della coalizione allora al governo sia stata prodotta essenzialmente dal voto dei meridionali, nonostante nei cinque anni di governo di centrosinistra anche grazie alla congiuntura internazionale favorevole al Sud siano migliorate le condizioni dell'occupazione e dell'economia in generale. Ora il paradosso è che la destra al governo ha ricompensato il voto del Mezzogiorno eliminando dall'orizzonte della sua azione politica qualsiasi intervento orientato a favore dell'economia meridionale. Tra i primi atti di governo di Tremonti, a partire dalla legge finanziaria per il 2002, vi è stata infatti la cancellazione di tutti quei provvedimenti del centrosinistra a sostegno degli investimenti e dell'occupazione nel Mezzogiorno.

Ma la verità è anche un'altra. A sinistra si è smarrita la percezione di una questione di fondo. Non si comprende più che, se un'azione politica non è in grado di suscitare, oltre che risultati concreti, anche partecipazione democratica e autonomizzazione della società civile, alla lunga è il vecchio ordine costituito a prevalere. E' quello che è accaduto nel Mezzogiorno. Naturalmente, nulla è perduto. Come è già avvenuto in altri momenti della recente storia d'Italia, il Sud potrà essere in grado di esprimere un rapido cambio di rotta, una ventata democratica capace di tradursi anche in radicali mutamenti dell'orientamento elettorale. I segnali ci sono: dalla lotta di Scanzano a quella di Rapolla sul tracciato dell'elettrodotto alla rivolta degli operai della Fiat di Melfi, alla marcia Gravina-Altamura per la pace e contro i presidi militari, alla grande manifestazione di Eboli contro il condono degli abusi edilizi voluto dal governo di centrodestra.

Il problema è come dare una prospettiva a questo risveglio incipiente della società meridionale, evitare che esso sia solo una parentesi senza durature conseguenze. Per questa ragione è essenziale che la sinistra si misuri con la necessità di mettere in campo una "nuova questione meridionale", non solo con la creazione di misure a sostegno de ll'economia ma con la definizione di un nuovo ruolo complessivo del Mezzogiorno nella soluzione delle grandi contraddizioni del tempo presente. Di fronte alle sfide che la globalizzazione pone all'Italia, si tratta di ripensare il Mezzogiorno come uno degli attori capaci di produrre culture, istituzioni, classi dirigenti, modelli alternativi a quelli dominanti. Dal Sud ci si aspetta un contributo a superare il declino del paese, accelerato dalla politica di governo delle destre ma originato in verità da processi di più lungo periodo. Si tratta dello smantellamento progressivo, con la fine dell'industria di Stato, dei settori industriali strategici, della crisi della ricerca, della qualità della vita democratica. Insomma, il quesito tradizionale che ha caratterizzato tanta parte della vecchia "questione meridionale" va rovesciato. Non si tratta di interrogarsi su che cosa il paese possa fare per il Mezzogiorno ma viceversa. Le stesse misure di politica pubblica, che bisognerebbe rilanciare dopo anni di totale assenza, tese a irrobustire la fragile armatura dell'economia e della società meridionali debbono essere collocate entro questo quadro generale, orientato a liberare nel Mezzogiorno risorse capaci di contribuire alla costruzione di un nuovo e alternativo modello di sviluppo che strappi l'Italia dal declino. In questo contesto, la questione meridionale o ritorna ad essere aspetto essenziale della "questione democratica", come è accaduto nei momenti più felici del rapporto tra Mezzogiorno e storia nazionale, o non è.

A questo scopo deve tornare nel Mezzogiorno una discussione da tempo appann ata sulle "forze motrici" del cambiamento. Si può pensare che esso avvenga per un impulso che viene solo dall'alto? Quali sono le risorse di cui il Mezzogiorno dispone nel suo seno per partecipare ad un'inversione di tendenza del corso delle cose?

Dopo la lotta di Scanzano Fausto Bertinotti ha parlato di una risorsa "comunitaria" che può alimentare una nuova stagione di movimento nel Mezzogiorno. Il tratto identitario che reagisce a un'intrusione esterna di un processo di modernizzazione che alla fine produce solo distruzione e devastazione riporta alla luce un legame sociale che sembra mettere in secondo piano differenze di classe, diversi orientamenti politici e culturali. Il "pensiero meridiano" di Cassano e il "comunitarismo" di Alcaro sembrano, a partire da Scanzano, aver trovato le gambe su cui camminare.

In effetti, le riflessioni sul Mezzogiorno ispirate a quello che Franco Cassano ha battezzato con il nome appunto di "pensiero meridiano" trovano la loro motivazione più profonda proprio nella necessità di reagire alla passività, la quale, secondo queste impostazioni, sarebbe originata proprio dalla distruzione dei tratti identitari del Sud da parte di una modernizzazione di basso profilo e senza qualità. Questo mi pare il filo conduttore di declinazioni di pensiero per altri aspetti molto lontane tra loro, che vanno dalla nuova antropologia e dalla ideologia della "lentezza" di Franco Cassano al "comunitarismo" di Alcaro ai modi in cui riaffronta il tema dei sistemi locali il più recente Piero Bevilacqua. Indipendentemente dalle intenzioni dei protagonisti di queste riflessioni, esse potrebbero effettivamente costituire, come sembra pensare Bertinotti, il punto di riferimento di una sorta di "antagonismo meridionale" verso la globalizzazione.

Queste posizioni hanno soprattutto il merito di aver mantenuto rispetto al Mezzogiorno un rapporto "critico" con il moderno, in anni in cui anche a sinistra la subalternità ideologica ai processi di modernizzazione in atto era apparsa soverchiante. E solo chi non conosce a fondo il Mezzogiorno può sottovalutare la funzione democratica e partecipativa che, soprattutto nei piccoli comuni, può avere la risorsa "comunitaria" su cui si sofferma Alcaro, e oggi riscoperta dal segretario di Rifondazione comunista.

Queste impostazioni, tuttavia, a mio parere rischiano di essere infeconde, laddove la critica del moderno si trasforma in un suo radicale e totale "rifiuto". E a questo pericolo rischia di non sottrarsi nemmeno il segretario di Rifondazione. Un nuovo progetto riformatore nel Mezzogiorno ha bisogno certamente di una operazione che definirei gramscianamente egemonica, che sappia cioè ripensare complessivamente stili di vita, politica e economia, dimensione simbolica e vita quotidiana. Ma tutto ciò non sarà possibile se al Sud non si mette a tema un rinnovato rapporto che dialettizzi e relazioni tradizione e innovazione, identità e trasformazione.

Il quesito, che finora non ha avuto una risposta, è se questo sia possibile senza che a costruire questa nuova prospettiva non partecipino soggetti che siano figli dello stesso processo di modernizzazione distorto che ha investito il Mezzogiorno e che in quanto tali possono costituire una critica intrinseca, e perciò più efficace dal punto di vista pratico, ad esso.

Per questo motivo, ormai quasi un decennio fa, introducendo la prima parte dell'inchiesta operaia alla Fiat di Melfi condotta con Vittorio Rieser e pubblicata in due numeri distinti sulla rivista "Finesecolo", ho avanzato l'ipotesi che uno di questi soggetti potesse essere la nuova classe operaia meridionale, della grande e della piccola impresa, metalmeccanici e lavoratori a nero. Uomini e donne per lo più giovani a cui il sindacato da solo non riesce per forza di cose da solo a dare identità e funzione, giacché è del tutto evidente che questo ruolo la nuova classe operai a meridionale potrà svolgerlo scoprendo percorsi del tutto inediti nella formazione della propria coscienza di classe rispetto ai modelli praticati nell'epoca del fordismo. Si tratta, insomma, per questo aspetto di esplorare strade nuove e soprattutto di saper cogliere la grandissima novità che si è manifestata a Melfi nel corso delle ultime lotte che hanno - finalmente dopo un decennio - coinvolto la grandissima maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici della Fiat e dell'indotto.

Ma quello che può valere per la nuova classe operaia riguarda anche le nuove generazioni figlie della scolarizzazione di massa, che sono costrette all'inoccupazione cronica o a alimentare in modo sistematico un nuovo flusso migratorio. Può riguardare le donne, tra le quali più forte può essere la consapevolezza della contraddizione tra emancipazione e coscienza della differenza di sesso ormai acquisita e condizioni materiali di un vivere civile fondato su vecchi stili e gerarchie.

L'orizzonte a cui debbono guardare questi nuovi potenziali protagonisti della lotta per il riscatto del Mezzogiorno, soggetti di un nuovo blocco storico in formazione, è la nuova Europa politica in costruzione. Oggi, nell'epoca della globalizzazione, l'Europa può essere per la questione meridionale ciò che, fino alla metà del secolo scorso, è stata la costituzione dell'Italia come nazione. Il processo di formazione dell'Europa politica è il terreno elettivo su cui la sinistra può costruire una propria alternativa alla globalizzazione competitiva. E il Mezzogiorno, come ci ricordano da anni Amoroso e Barcellona, può essere il ponte che nel Mediterraneo costruisce un rapporto tra Europa e mondi "altri", prima che la dottrina e la pratica della guerra preventiva riduca i due lati delle sponde a un cumulo di macerie.

I contenuti di una simile prospettiva sono quelli di una politica che assegni al Mezzogiorno un posto nei processi di internazionalizzazione, nell'ambito di una lotta e di un confronto - di cui il Sud sia uno dei principali protagonisti - teso a sostituire alla competizione senza regole e senza confini del neoliberismo una nuova divisione internazionale del lavoro. E' dentro questa sfida che le risorse identitarie del Mezzogiorno saranno messe alla prova e le sue energie rese feconde. I problemi del differenziale di sviluppo e delle contraddizioni a livello territoriale acquistano così nella dimensione europea un ruolo costituente. La nuova Europa non può fermarsi a Maastricht se vuole coniugare unità politica e costruzione di un nuovo originale modello di sviluppo che la strappi dalla lunga stagnazione che caratterizza le sue economie nel quadro della competizione globale, senza che necessariamente la sua "civilizzazione" sia travolta da un processo di inarrestabile "americanizzazione". Il Mezzogiorno d'Italia saprà trovare un suo ruolo in questa lotta? E' difficile dirlo, in un mondo che si rivela così gravido di inquietanti incognite, ma solo se questo dovesse accadere si potrebbe dire che, finalmente, è rinata una "questione".

Questo articolo costituisce lo svi luppo di un precedente contributo apparso su "Critica marxista", 5, 2000.

"Decanter", 1, 2004.

   
 
         
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