Fiat Melfi, un capitolo nuovo nelle relazioni industriali 

Da più parti, a ormai otto mesi dalla vertenza vittoriosa dei lavoratori della Fiat di Melfi e delle fabbriche dell’indotto lucano, ci si chiede se quella esperienza sia in fondo un episodio isolato senza influenza e significato rispetto alle dinamiche sociali in corso e allo sviluppo dell’iniziativa sindacale. Oppure se a partire da quella che anche di recente è stata definita la "primavera" di Melfi (Ferrero, Lombardi 2004) è possibile che un nuovo corso si apra per il sindacato dei metalmeccanici e per le confederazioni sindacali nel loro complesso.

La mia opinione è che, lungi da essere stata una esplosione priva di conseguenze, la lotta di Melfi segnali la possibilità di aprire un capitolo nuovo nel conflitto sindacale e nelle relazioni negoziali del nostro paese. Naturalmente non siamo di fronte a un processo lineare. E ciò a causa di un quadro di riferimento di ordine generale che appare molto complicato.

Non aiuta, ad esempio, il fatto che sia stato smantellata ogni forma di concertazione tra governo, padronato e sindacato da parte delle forze di centrodestra che attualmente sono alla guida del paese. Né aiuta il fatto che - come è noto - questa azione della destra italiana al governo è riuscita a produrre lacerazioni e divisioni ulteriori tra le tre grandi confederazioni sindacali, che solo di recente sembrano essersi attenuate, sebbene siano lontane dall'essere cancellate. Non aiuta nemmeno il fatto che l’economia italiana è immersa in una situazione di grave difficoltà.

Nella grande recessione che ha caratterizzato la scena mondiale degli ultimi anni, aggravata agli esordi dall’attacco terroristico alle Torri Gemelle, in Italia nodi da lungo tempo non sciolti sono venuti al pettine. Sono molti ormai che, per quel che riguarda il nostro paese e la sua economia, parlano senza esitazione di "declino". Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha fatto di quest’ultima, ad esempio, la principale categoria attraverso cui leggere i problemi attuali del paese e delineare il contesto entro il quale ricollocare l’azione del sindacato. E un fattore di tale declino è proprio l’incerto futuro della Fiat.

Ora, in questo contesto, ad esempio, non è semplice capire quale segnale di una tendenza più generale sia il fatto che l’accordo raggiunto a Melfi, dopo una lotta durissima e complicata, sia - come è stato detto - il primo accordo di tipo "acquisitivo" da parte dei lavoratori in Fiat dopo gli anni settanta. Infatti, a partire dalla famosa e sfortunata vertenza di Mirafiori dell’80 tutte le lotte in Fiat, quelle perse e quelle chiusesi con un compromesso soddisfacente per i lavoratori, hanno tutte riguardato processi di ristrutturazione e avuto come oggetto mobilità e cassa integrazione, un progressivo ridimensionamento della base occupazionale nell’industria dell'auto italiana. E’ difficile comprendere anche come un tale accordo sia stato possibile in un’azienda, come la Fiat, che appare sempre più afflitta da incertezze sul futuro, sin nell’assetto dei suoi vertici aziendali, e che comunque ha sempre gestito con il pugno di ferro le relazioni sindacali all’interno dell’azienda. Con durezza "sabauda", si è detto qualche volta nel corso dei decenni.

Gli accordi della Sata e delle fabbriche dell’indotto

Se si vuole, comunque, comprendere quale prospettiva ha aperto la lotta di Melfi per i metalmeccanici e l’intero movimento sindacale bisogna partire da una valutazione sia pure sommaria degli accordi, sia quello relativo alla Sata, lo stabilimento Fiat insediato a San Nicola di Melfi, sia quello che ha riguardato le fabbriche dell’indotto, costruite, in omaggio ai principi dello just in time, secondo una schema "stellare" attorno alla "fabbrica-madre".

Gli assi portanti di ambedue gli accordi riguardano essenzialmente la graduale equiparazione delle retribuzioni praticate a Melfi a quelle del restante universo Fiat e dell’indotto, in particolare attraverso una ridefinizione delle maggiorazioni per il lavoro notturno e del premio variabile di competitività.

Per la Sata inoltre vi sono altri tre elementi che contribuiscono a definire in maniera rilevante il profilo dell’accordo. Il primo riguarda il cosidetto problema della "doppia battuta", cioè il fatto che fosse possibile, per la particolare successione nell’organizzazione dei turni, fare anche due settimane consecutive di notte. L’accordo ne decreta irreversibilmente il superamento e la Fiom vede così realizzarsi una sua antica rivendicazione che risale al 1996, cioè all’indomani dell’entrata a regime dello stabilimento. Il secondo riguarda il superamento di un aspetto che, nel primo accordo sindacale che aveva accompagnato la decisione di costruire lo stabilimento di Melfi, era stato presentato quasi come una conquista, cioè come una diminuzione dell’orario giornaliero di lavoro. Si è trattato invece di una scelta che, alla luce dell’esperienza, si è rivelato un gravissimo handicap per i lavoratori. Infatti, il Permesso annuale retribuito (Par), che ammonta a 57 ore e 30 minuti era stato spalmato su tutti i giorni lavorativi con una riduzione dell’orario giornaliero di 15 minuti. Il risultato era stato che ogni imprevisto, da una visita medica a qualsiasi altro tipo di impegno personale o familiare, non potendo utilizzare i permessi retribuiti altrimenti impegnati si trasformava in assenteismo. Nell’attuale accordo si stabilisce che i 15 minuti giornalieri "saranno accorpati e fruiti in gruppi di 8 ore così come previsto dalle vigenti norme". Il terzo elemento è invece costituito da un diverso calcolo dell’indicatore di assenteismo. Afferma, infatti, l’accordo che "non concorreranno", sia pure per una quota in percentuale, "a determinare l’indice di assenteismo le assenze in materia di assistenza ai portatori di handicap contemplate dalla legge 104/92, le assenze in materia di congedi parentali di cui alla legge 53/2000, i permessi sindacali retribuiti per la RSU, i permessi per donazione sangue e per dialisi" (Fiom e Cgil Basilicata, 2004).

Come si vede l’accordo per i suoi contenute raggiunge risultati apparentemente modesti e che possono essere giudicati anche sproporzionati per difetto rispetto alla durata e durezza della lotta. Ciò spiega probabilmente il fatto che il 22,6% dei lavoratori e delle lavoratrici del sito Fiat e il 28% dell’indotto, nel referendum che ha approvato l 217;intesa, hanno votato contro la sottoscrizione dell’accordo. Alcuni, poi, hanno fatto osservare che esso, non solo non metteva in discussione, ma non menzionava nemmeno il sistema di calcolo dei tempi, il famigerato TMC2, che costituisce l’architrave su cui poggia l’ipersfruttamento del lavoro in Sata.

Sono osservazioni che, tuttavia, non tengono conto né delle condizioni di partenza, né si soffermano a sufficienza sulle dinamiche che l’accordo di Melfi può generare su un piano più generale. Innanzitutto bisogna aver a mente che la lotta della Sata e l’accordo che ne è seguito hanno rallentato, se non totalmente scongiurato, il tentativo dell’azienda di estendere - dai turni all’applicazione del TMC2 - l’organizzazione del lavoro sperimentata in questi dieci anni a Melfi a tutti gli stabilimenti del gruppo. Insomma, prima della "primavera" di Melfi ci trovavamo di fronte a un processo che avrebbe fatto dell’"eccezione" Melfi la "norma" dell’universo Fiat, ora anche quell’eccezione è stata seriamente messa in discussione.

La lotta di Melfi e l’unità sindacale

Ma l’accordo di Melfi costituisce una novità anche dal punto di vista dei rapporti tra le diverse organizzazioni sindacali. E’ noto che tra i principali sindacati dei metalmeccanici è da molti anni che si vive una situazione di totale rottura, e che l’accordo separato sull’ultimo contratto firmato da Fim e Uilm è stato solo l’epilogo di un lungo contrasto. La rottura in Fiat, dove le ferite della vertenza dell’80 non si sono mai completamente rimarginate, è anche più antica. A Melfi poi si può dire che non c’è stato mai un momento in cui si sia potuto parlare di unità sindacale. La Fim soprattutto - in accordo comunque con Uilm e Fismic - ha puntato immediatamente sul modello "partecipativo" proposto dall’azienda, anche quando subito dopo l’avvio della fabbrica doveva essere del tutto evidente che esso era un "guscio vuoto" e le cosiddette commissioni paritetiche un puro pretesto. La Fiom di Basilicata per dieci ha condotto un’azione di contrasto tenace allo stato di cose presenti in Sata e nell’indotto, dando tuttavia ai settori più radicalizzati, sia pure minoritari della propria base, spesso l’impressione di essere impotente. E’ il terreno su cui è nata l’esperienza di Alternativa Sindacale e dei Cobas.

Di tutto ciò a farne le spese è la percezione stessa che del sindacato per anni hanno avuto i lavoratori e le lavoratrici della Fiat di Melfi. Dalla prima inchiesta operaia fatta all’indomani dell’entrata a regime dello stabilimento (Di Siena, Rieser, 1996) a quella recente sulle operaie coordinata da Anna Maria Riviello (Riviello, 2003) vi è un dato che emerge costantemente. Il sindacato viene percepito dai lavoratori e dalle lavoratrici come istituzione altra da sé, e i sindacalisti (compresi i delegati) come un ceto privilegiato a cui, tramite i permessi, è consentito non lavorare ma che poco o nulla fanno per "cambiare le cose". La lotta della scorsa primavera ha cambiato molte cose nel rapporto tra lavoratori e sindacato, ma non ha spazzato via del tutto questa percezione anche se l’ha circoscritta ai sindacati che fino allora erano stati maggioritari (Fim, Fismic, Uilm) nelle elezioni per le RSU.

Comunque l’esplosione del conflitto a Melfi, e la conseguente decisione di bloccare lo stabilimento, ha rappresentato un punto di grande divaricazi one tra i sindacati. Si sono rasentati momenti di vero e proprio scontro che hanno rischiato di produrre una situazione ben più grave di quella verificatasi a Torino nell’80. A Torino infatti la marcia dei 40mila, in cui i quadri chiesero a gran voce la fine della lotta, registrando tra i lavoratori e la popolazione un consenso fino ad allora insospettato, fu promossa da forze esterne ai sindacati, anche a quelli che erano disposti ad andare, eventualmente, a un accordo separato. Questa stessa funzione a Melfi è stata assunta direttamente dai sindacati contrari al blocco, e in particolare dalla Cisl, che si è fatta promotrice di vere e proprie contromanifestazioni per imporre la fine della lotta, dimostratesi per fortuna prive di un vero seguito tra i lavoratori e l'opinione pubblica. Lo scontro tra i sindacati dei metalmeccanici è stato molto aspro. E la Cisl, nella persona del suo segretario generale, Savino Pezzot ta, si è prodotta all'ultimo minuto in un vero e proprio colpo di coda, tentando di rovesciare il tavolo di una trattativa che ormai l’azienda era rassegnata a portare a buon fine col pretesto una presunta aggressione di una propria iscritta che sarebbe avvenuta ai picchetti attorno alla Sata.

Quello che bisogna spiegare è come da questa situazione di aspra rottura non solo si sia passati alla firma comune dell’accordo ma anche al fatto che Fim, Uim e Fismic abbiano convenuto che esso fosse ratificato dai lavoratori tramite referendum, piegandosi a regole che pochi mesi prima non avevano voluto accettare per dirimere le divergenze sul contratto nazionale.

E’ il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, a indicare per primo alla conferenza della Cgil di Chianciano, tenutasi all’indomani della firma dell’accordo, la possibilità che dall’accordo di Melfi possa partire una nuova stagione per l’unità sindacale" (espressione che sembrava cancellata dal vocabolario dei metalmeccanici). E non è un caso che dopo l’accordo unitario di Melfi non solo i sindacati di categoria dei metalmeccanici stiano conducendo insieme il confronto in atto sul futuro industriale della Fiat, ma anche che la discussione sulla piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale sia subito potuta apparire aperta a positivi sviluppi.

Da Melfi un nuovo movimento operaio

Vi sono diverse ragioni che possono spiegare questo improvviso mutamento di scenario nei rapporti tra i sindacati nel passaggio dalla lotta all’accordo. La prima consiste nel fatto che lo sciopero di Melfi è sfuggito a quel paradigma interpretativo che vuole ogni lotta operaia che viene sviluppata con una qualche determinazione condannata a precipi tare in una spirale di scontri e destinata all’isolamento. Il carattere naturalmente "non-violento" (Ferrero, Lombardi, 2004) della gestione dei blocchi (emblematica la naturalezza e la spontaneità con cui dopo la carica un gruppo di operaie offre in segno di pace dei fiori ai carabinieri schierati con fare minaccioso e muniti di elmetto, manganello e scudo) ha avuto certamente la sua parte. Il fatto che lo spirito pubblico proprio della società lucana rifugga per sue caratteristiche di fondo da ogni manifestazione estremistica ha contribuito a creare un clima in cui le contrapposizioni potevano essere stemperate. L’azione di sostegno alla lotta da parte dei sindaci di sinistra della zona - in particolare di Lavello, Rapolla, Bella, Ripacandida, Maschito - ha aiutato a creare un clima di solidarietà nelle comunità locali che ha esorcizzato eventuali pericoli di isolamento. Insomma, come afferma Vitt orio Rieser, gli operai e le operaie di Melfi hanno avuto "la capacità di costruire coalizione" (Rieser, 2004)

Comunque, l’originalità e la novità della lotta di Melfi derivano principalmente dal fatto che solo apparentemente essa si colloca lungo le tradizionali linee di frattura esistenti tra i sindacati dei metalmeccanici. E ciò contribuisce a spiegare il suo stesso esito unitario. La novità di Melfi non sta nemmeno nell’esplosione spontanea di una rabbia a lungo compressa. E ha ragione la Fiom nel sottolineare che se non ci fosse stata per anni la presenza costante dei suoi dirigenti davanti ai cancelli della Sata e se non ci fosse stata la lotta promossa dai metalmeccanici della Cgil nell’indotto di Melfi, come nel resto del paese, per ottenere azienda per azienda quello che l’accordo separato di Fim e Uilm aveva negato, non ci sarebbe stata nemmeno lo sciopero della Sata.

La decisione di bloccare lo stabilimento nasce dall’ennesimo atto di arbitrio della dirigenza aziendale che di fronte al mancato rifornimento, vero o presunto che fosse, di componenti a causa dello sciopero Fiom nell’indotto mette i lavoratori Sata "in libertà", cioè li manda a casa senza retribuzione. Matura così una reazione a un atto che viene vissuto come una lesione alla personale dignità di ognuno dei lavoratori. E "dignità" (dignità ferita, da conquistare, da non far calpestare) non a caso è il termine che il segretario generale della Fiom di Basilicata, Giuseppe Cillis, usa più ricorrentemente nelle sue dichiarazioni nel corso della lotta (Fiom e Cgil Basilicata, 2004).

Ora perché questo aspetto della dignità personale offesa, di una condizione prevalentemente individuale, appare così rilevante nello sviluppo stesso della lotta della Fiat di Melfi? E' m io parere che ciò dipenda dal modo stesso in cui maturano condizione e coscienza di classe nella "fabbrica integrata" e nella sua organizzazione del lavoro che comunque si colloca oltre l’orizzonte fordista e taylorista. Tocca soffermarsi, per approfondire questo aspetto, su come sono strutturate le relazioni tra lavoratori all'interno della Ute (Unità tecnologica elementare), che nella nuova fabbrica supera la dimensione del reparto da un lato, ma anche quella della postazione solitaria del lavoratore alla catena dall’altro, tipiche della fabbrica fordista. L’Ute è infatti la chiave di volta di un mutamento di fondo nell'organizzazione del lavoro. Ed è proprio nell’ambito dell’Ute che i rapporti di lavoro assumono il carattere di una relazione interpersonale che colloca su una base di tipo individuale il rapporto di ogni lavoratore con i fenomeni stessi di subordinazione e di alie nazione creati dal processo di produzione capitalistico. Nell’Ute infatti contano molto le dinamiche interpersonali, sia dal punto di vista della competizione che da quello della solidarietà tra singoli. Quindi, l’organizzazione capitalistica del lavoro, che un tempo era il fondamento materiale del carattere collettivo dei rapporti tra lavoratori, mentre ogni funzione individuale era annullata dall’assoluta solitudine con cui il lavoratore fronteggiava lo scorrere della catena di montaggio, ora produce una condizione operaia nella quale dimensione individuale e quella collettiva si collegano tra loro nelle maglie di un ordito ben più complesso di quello che abbiamo conosciuto in passato. Tutto ciò investe anche i rapporti gerarchici e di dominio all’interno dello stabilimento di Melfi che, non a caso, alcuni ricercatori hanno interpretato e rappresentato entro un paradigma di tipo foucaultiano di contrapposizione tra individuo e fabbrica intesa come "istituzione" (Della Corte, 2004).

Ciò spiega anche perché a Melfi a lungo il sindacato sia stato vissuto dai lavoratori come un’entità che si sovrapponeva alla loro condizione. E’ infatti nella dimensione collettiva della condizione lavorativa che si sono tradizionalmente incardinati l'intera azione sindacale, i modelli associativi storicamente costituiti e la stessa contrattazione. Questa dimensione collettiva dell’azione sindacale è, naturalmente, una conquista che non va perduta. Ma, a Melfi, sarebbe stato ben difficile reagire alla frantumazione individualistica che i processi di precarizzazione impongono al lavoratore sin nel cuore del processo produttivo (ancora più accentuati nel passaggio dalla "fabbrica integrata" a quella modulare), e delle forme di subordinazione che esso genera, se la nuova dimensione individuale con cui è vissuto lo stess o rapporto di lavoro non avesse cominciato a trovare posto nella ricostruzione di un nuovo profilo dell'azione sindacale.

E’ ciò che a Melfi ha capito soprattutto la Fiom nel vivo della lotta di quei giorni, nel corso di una vertenza che proprio perché nasceva su nuove basi è stata in grado anche di rimescolare carte che sembravano irreversibilmente distribuite nel rapporto tra i diversi sindacati di categoria.

E', dunque, lungo la traccia segnata da questa lotta che più in generale bisogna proseguire, incominciando a concepire una profonda riforma del modo di essere sindacato. Sembra sempre più necessaria una azione che riparta dalla concreta organizzazione del lavoro - messa inevitabilmente in ombra negli anni della concertazione fondata sull’accordo del ’93 – se non vogliamo che la stessa battaglia per i diritti si sviluppi senza un rapporto concreto con le tr asformazioni del processo produttivo. Come in fondo è avvenuto nella lotta a difesa dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori. L’azione per il potenziamento delle tutele collettive e per l’allargamento dei diritti, a cominciare dal contratto collettivo di lavoro e dalla sua difesa dai molti che vogliono metterne in discussione la funzione, diventa così essa stessa un momento di valorizzazione anche di un percorso di liberazione che il lavoratore vive in termini individuali e contribuisce a definire la sua stessa visione del conflitto sui luoghi di lavoro.

La lotta di Melfi dimostra che l’apertura di questa riflessione e le conseguenze che dovranno necessariamente derivarne per l’architettura complessiva dell’azione sindacale sono un argomento di assoluta attualità. Melfi dimostra con i fatti che è possibile avviare un processo di superamento di tradizioni consolidate ormai pregiudizialmente contrapposte, che soprattutto tra i sindacati dei metalmeccanici hanno aperto un vero e proprio fossato. Il fatto che, per Melfi, tutti i sindacati abbiano accettato di valicare l'accordo attraverso un referendum apre una nuova prospettiva, in grado di dirimere la contrapposizione ormai consolidata tra la concezione "partecipativa" della Cisl, che esalta la sua tradizionale vocazione a essere innanzitutto sindacato di iscritti, e l'idea del conflitto sociale basato sull’antagonismo collettivo, nata nell'ambito del sindacalismo di sinistra. Bisogna riconoscere che, di fronte alla crisi della pratica negoziale che deriva da questa contrapposizione, la Fiom ha indicato da tempo una via d'uscita, finora non compresa dagli altri sindacati. Ora a Melfi la sua impostazione è stata adottata da tutti, anche da coloro che quel medesimo percorso avevano rifiutato per il contratto nazionale. Validare i risultati di un negoziato attraverso il referendum non signific a imporre la vecchia concezione del sindacato generale, propria della tradizione di sinistra, ma rivendicare un esercizio di sovranità da parte dei lavoratori che si realizza attraverso un atto individuale compiuto nel segreto dell’urna, cioè attraverso l’espressione della volontà del singolo lavoratore (secondo il principio "una testa, un voto"). Ciò naturalmente nulla toglie al carattere collettivo della contrattazione, e al valore erga omnes del contratto di lavoro, che riceve da questa procedura una più forte legittimazione.

L’inedito intreccio tra aspirazione all’affermazione della propria libertà individuale nel lavoro e costruzione di una coscienza collettiva, che tra origine da una nuova forma attraverso cui nella fabbrica integrata si costruisce quel legame sociale che siamo soliti chiamare classe, è venuto alla luce anche nelle recenti elezioni delle Rsu alla Sata e nell’indotto. Tutti i commentatori giustamente hanno sottolineato il fatto che in queste elezioni sono state penalizzate le organizzazioni sindacali che si erano opposte al blocco della Sata e che la Fiom ha ottenuto un grande successo. Ma c’è anche da sottolineare che questo successo della Fiom, con un incremento del 15% rispetto alle elezioni del 2001, è più forte nelle fabbriche dell’indotto, cioè in stabilimenti dove l’organizzazione del lavoro è più vicina a quella tradizionale. Nella Sata, invece, il sindacato che ha sostenuto i blocchi che viene in proporzione più premiato non è la Fiom, che raccoglie un 3% in più di delegati, ma il Failms che registra un 7% di incremento. E’ la conferma che sia pure nella forma di un rapporto con una cultura corporativa e assistenzialistica, e quindi sostanzialmente rivolta al passato e ispirata a un’idea di sindacato regressiva , l’individualismo che quel tipo di sindacalismo esalta, in questa occasione miscelandolo con una buona dose di radicalismo, tocca modi d’essere della nuova condizione di classe della fabbrica integrata che non possono essere ignorati.

Il Mezzogiorno, la Fiat e il suo futuro

Ora questo patrimonio enorme, potenziale e di fatto, che l’esperienza della vertenza di Melfi ha messo in campo deve essere speso in un quadro particolarmente complesso, costituito dalle nubi che si addensano sul futuro industriale della Fiat. E’ la questione, del resto, che in queste settimane i sindacati dei metalmeccanici stanno affrontando unitariamente, mettendo al centro della propria iniziativa i problemi più urgenti, dai pericoli di chiusura di Mirafiori all’abbandono definitivo di Arese. Sottolineando anche che, dismettendo la costruzione dei motori come il menagement Fiat intende fare, la sorte dell’industria dell’auto italiana sarebbe simile a quella toccata alla Daewoo, cioè diventerebbe una "megacarrozzeria" destinata solo a assemblare pezzi, tagliata irreversibilmente fuori dalle sfide dell'innovazione che il settore dell'auto dovrà affrontare, a cominciare da quella dell'idrogeno.

E’ bene che i sindacati si muovano con le priorità che hanno stabilito. Non c’è dubbio infatti che senza Mirafiori e Termini Imerese non ci sarebbe più un’industria dell’auto a dimensione nazionale. Da questo punto di vista anche la distribuzione territoriale degli stabilimenti conta, soprattutto se ad essere investita è Torino che per più di un secolo si è pressoché identificata con la storia della Fiat e dell’auto italiana. Ma tutto ciò non ci deve far dimenticare che il processo di "meridionalizzazione" della produzione dell’auto è cosa già avvenuta da tempo e che di questo fenomeno Melfi costituisce il baricentro in termini territoriali e la punta di diamante dal punta di vista produttivo.

Ciò significa che anche da Melfi l’azione sindacale e l’iniziativa operaia debbono concepire il loro sviluppo misurandosi non solo con le questioni attinenti alla condizione di lavoro e a quella delle retribuzioni ma con problemi di strategia industriale, di investimenti e di assetto proprietario. E' infatti ormai del tutto evidente che senza un forte intervento pubblico il settore dell'auto italiana uscirà dalla scena della competizione globale. A mio parere, in rapporto a tutto ciò, vi è una dimensione europea delle politiche industriali per l'auto che va indagata e approfondita (Di Siena, 2002). E’ una dimensione del dibattito e del confronto sindacale e politico che va imme diatamente acquisita da parte dei lavoratori, della politica e delle istituzioni, a Melfi come nel resto del Mezzogiorno dove è ormai concentrata la maggior parte degli stabilimenti Fiat, se vogliamo che il potenziale di rinnovamento che la lotta della Sata ha introdotto nel panorama sindacale e politico italiano non vada disperso.

Testi citati

Ferrero, Lombardi 2004: La primavera di Melfi, a cura di Paolo Ferrero e Angela Lombardi, supplemento di "Liberazione", 7 novembre 2004
Fiom e Cgil Basilicata, 2004: Lotte operaie alla Fiat di Melfi, a cura della Fiom e della Cgil della Basilicata, Pianetalibro Editori, Possidente 2004

Di Siena, Rieser, 1996: Inchiesta operaia alla Fiat di Melfi, a cura di Piero Di Siena e Vittorio Rieser, in "Finesecolo", 3-4, 1996, in particolare Davide Bubbico, Sata e il suo rovescio, e Cappiello, D'Anella, Placido, Giovani operai e sindacato: segnali di cambiamento

Riviello, 2003: Aa.Vv., La Rincorsa. Melfi, inchiesta sulle operaie delle fabbriche dell'auto, a cura di Anna Maria Riviello, Calice Editori, Rionero in Vulture 2003

Rieser 2004: Vittorio Rieser, Gli insegnamenti degli operai di Melfi, in "Liberazione", 19 novembre 2004

Della Corte, 2004: Elisabetta Della Corte, Evasioni. Melfi: operai in fuga dalla fabbrica penitenziario e altre storie, Lucanialavoro, Regione Basilicata, 2004

Di Siena, 2002: Piero Di Siena, Crisi Fiat. Una soluzione europea, in "Il Manifesto", 6 novembre 2002.

   
 
         
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