FIAT, la mano pubblica  

La Fiat è ormai nell'occhio del ciclone. L'evoluzione per tanti aspetti concitata della sua crisi lascia intravedere una situazione che può sfuggire a ogni controllo. Infatti sembrano prevalere nella gestione della vicenda Fiat più gli appetiti di chi vuole spartirsi le spoglie del più grande gruppo industriale e finanziario italiano che le posizioni di chi invece intende applicarsi al salvataggio e al rilancio del settore dell'auto nel nostro paese. E che di questo orientamento da "predone" sia sospettato lo stesso presidente del Consiglio non è questione da poco ma costituisce un altro aspetto di quel "conflitto di interesse" di cui soffrono le istituzioni e la politica italiana.

Comunque, le vicende degli ultimi giorni e l'andamento spesso contraddittorio che le contraddistingue – dall'accordo tra governo e azienda alle spalle dei sindacati ai cambi al vertice dell'impresa, alla ostilità delle banche a questi ultimi, allo stesso dramma intestino della famiglia Agnelli – sembrano poter precipitare l'azienda in un baratro e rendono plausibile il pericolo di uno smembramento e di una dissoluzione.

Le stesse alleanze internazionali, e seg natamente quella con General Motors, che ai più apparivano fino a solo qualche settimana fa senza alternative, oggi traballano o comunque vengono presentate sotto una luce diversa. Spuntano per i marchi Alfa e Ferrari una possibile partnership con Volkswagen e anche un certo impegno dello Stato a sostegno di questa operazione. Ci troveremmo, se questa ipotesi avesse un fondamento, di fronte al paradosso di un governo che si è sottratto a svolgere un qualsiasi ruolo per la ricapitalizzazione di tutto il gruppo e invece si presta a assumere una funzione attiva nel suo smembramento.

Di fronte a questa situazione per tanti aspetti drammatica ciò che veramente risulta incomprensibile è la tiepidezza, o meglio la riluttanza, da parte delle forze dell'Ulivo a collegare – come hanno fatto invece unitariamente i sindacati – la necessità di un nuovo e diverso piano industriale, rispetto a quello concordato tra governo e azienda, con la definizione di un programma di ricapitalizzazione e quindi di un assetto proprietario nel quale l'intervento pubblico svolga una funzione rilevante e decisiva.

Proprio le vicende di questi giorni dimostrano che l'intervento del capitale pubblico potrebbe sbloccare una vicenda sottoposta a paralizzanti veti incrociati e ai più diversi e contrastanti appetiti, e contrastare i pericoli di una vera e propria dissoluzione dell'ultimo importante settore industriale di cui l'Italia dispone. La scelta dell'intervento pubblico perciò appare in questo caso meno che mai una scelta ideologica di una sinistra attardata nelle sue antiche opzioni stataliste ma quasi un strada obbligata per chi ha veramente a cuore il futuro industriale del nostro paese.

"il Manifesto", 14 dicembre 2002

   
 
         
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