La lezione di Melfi. Dieci anni 

L'accordo siglato per la Fiat di Melfi dai sindacati dei metalmeccanici e approvato con un referendum dai lavoratori è un buon accordo. Dà, infatti, un colpo decisivo a ogni ipotesi di "gabbie salariali" in un eventuale potenziamento dell a contrattazione decentrata nel nostro paese, introduce un potenziale fattore di svolta nell'organizzazione del lavoro in Fiat con il superamento della "doppia battuta", cioè dei due turni consecutivi di notte, mette un freno a un regime di fabbrica che era diventato via via sempre più dispotico.

Ma quello di Melfi è un buon accordo anche perché a partire dai risultati in esso contenuti è possibile aprire una nuova stagione delle relazioni industriali in Italia e - come ha affermato alla conferenza della Cgil di Chianciano il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini - una "nuova fase dell'unità sindacale".

A ben vedere è proprio questo l'aspetto che ci fa dire senza tema di smentite che la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat di Melfi e delle fabbriche dell'indotto è stata da tanti punti di vista esemplare. Sono state infatti la tenacia e la deter minazione dei lavoratori, la loro unità, la loro maturità che hanno impedito alla protesta di trasformarsi in reazione incontrollata e esasperata, anche nei momenti di tensione e di fronte alle violenze della polizia. E' stato tutto ciò che ha, quasi miracolosamente, trasformato una vertenza nata all'insegna di una violenta contrapposizione tra le organizzazioni sindacali in un'intesa che potrebbe mettere fine a una lunga stagione di accordi separati tra i metalmeccanici in generale e nel settore dell'auto in particolare.

La ragione principale di questo successo - impensabile per i più nei primi giorni dello sciopero, quando la Cisl di Basilicata ha addirittura tentato senza successo di promuovere la reazione dei lavoratori contro i picchetti e il blocco dello stabilimento, facendo evocare a molti lo spettro della "marcia dei 40.000" del 1980 a Torino - deriva principalmente da due fattori. Il primo consiste nell'iniziativa della Fiom che non ha perso mai di vista la necessità di riportare nell'ambito sindacale un conflitto che, per la sordità delle altre organizzazioni sindacali e l'irresponsabile reazione del governo di centrodestra, poteva prendere altre strade.

La vicenda di Melfi fa così giustizia di molti luoghi comuni, radicati anche a sinistra, sulla Fiom e sulla sua politica sindacale, presentata spesso come estremista e portata a rovesciare con troppa facilità il tavolo negoziale. Il secondo fattore è la cura con cui questa giovane classe operaia ha fatto sì che la sua lotta non risultasse mai isolata. La determinazione con cui sono stati organizzati i picchetti si è sempre accompagnata a una fitta rete di relazioni con i parlamentari, le istituzioni regionali e provinciali, le amministrazioni comunali della zona, che ha contribuito a dare visibilità al sentimento di solidarietà cre scente nell'opinione pubblica.

E' questo un merito che va ascritto al particolare profilo assunto dall'esperienza sindacale della Fiom e della Cgil di Basilicata. Esse hanno operato per dieci anni in rapporto a governi "amici" (quali sono senza dubbio le amministrazioni di centrosinistra della Basilicata, dalla Regione ai principali comuni), senza tuttavia cadere in due possibili e contrapposti pericoli molto frequenti in queste situazioni. Riuscendo cioè a sfuggire sia alla tendenza a subire in modo subalterno il rapporto con la politica, che al massimo produce una concezione lobbistica del negoziato con le istituzioni, sia a un'idea e a una pratica dell'autonomia dell'azione sindacale intesa come radicale contrapposizione alla politica. Da questa punto di vista si può certamente dire che la Cgil di Basilicata è il principale laboratorio entro cui si è sperimentato quel "circolo virtuoso" tra governo e conflitto che, dalla protesta di Scanzano sul deposito delle scorie nucleari alla lotta della classe operaia di Melfi, caratterizza la vita politica della regione.

Ma da dove nasce quella che, forse impropriamente, è stata definita la rivolta degli operai di Melfi? Nel corso della lotta si è parlato di un'esplosione di rabbia a lungo compressa, di una cecità della Fiat che, forse troppo occupata a tamponare la crisi dello scorso anno, non ha compreso per tempo che dopo dieci anni condizioni di lavoro particolarmente gravi non erano più tollerabili. Ma tutte queste spiegazioni rimandano a un problema più di fondo che riguarda l'organizzazione del lavoro e della produzione. Insomma, che fine ha fatto la "fabbrica integrata" che Melfi avrebbe dovuto realizzare al meglio delle sue potenzialità e che costituisce la principale ragione dell'attenzione dedicata allo stabilimento lucano della Fiat in campo scientifico e dalla pubblicistica militante?

Come è noto lo stabilimento di Melfi nasce da quella vera e propria svolta delle strategie di impresa e dell'organizzazione della produzione costituita dal discorso ai quadri fatto da Romiti a Marentino nel 1991. La Fiat prende atto del fallimento dell'impostazione iper-tayloristica, fondata su un alto livello di automazione e robotizzazione della produzione, che aveva caratterizzato le scelte successive alla ristrutturazione del 1980, concretizzatesi nell'esperienza di Cassino e Termoli nel corso degli anni Ottanta. "Qualità totale" e ritorno alla valorizzazione del lavoro umano diventano i nuovi principi guida. Miglioramento continuo del prodotto anche attraverso la partecipazione dei singoli lavoratori, la domanda che comanda l'offerta fino a realizzare un alto grado di personalizzazione del prodotto finale, collaborazione del 'team' rappresentato dalla Ute che sostituisce la postazione in dividuale alla catena di montaggio del classico modello fordista, semplificazione delle gerarchie di comando diventano le nuove parole d'ordine per poter "fare come in Giappone".

Melfi è lo stabilimento che viene costruito ad hoc per corrispondere a questi obiettivi. Cambiano anche le altre fabbriche Fiat ivi compresa Mirafiori, ma Melfi è il luogo in cui "il nuovo modo di fare l'automobile" non deve soffrire del condizionamento di culture e abitudini sedimentate, in cui non c'è nessuna transizione da scontare dal vecchio modello organizzativo al nuovo. Le commissioni paritetiche tra azienda e sindacato, nelle intenzioni del gruppo dirigente della Fiat, dovrebbero sostituire integralmente le vecchie relazioni industriali. Nel rapporto con la forza lavoro le nuove parole d'ordine sono "collaborazione" al posto di "conflitto", "fidelizzazione" al posto di "estraneità". Coloro che sono desti nati a diventare capi Ute frequentano un lungo corso di formazione a Torino nel quale l'obiettivo della Fiat è quello di far assimilare loro non solo il modello organizzativo ma l'ideologia del "nuovo modo" di fare l'automobile.

Tutto ciò, tuttavia, nel giro di poco tempo, sin dal momento in cui la produzione entra a regime, prima si appanna e poi tende a disperdersi. Dalla "fabbrica integrata" si passa gradualmente a quella "modulare", organizzata a rete, secondo un modello che la Fiat sperimenta per prima nel suo stabilimento in India. Naturalmente non si tratta di un ritorno indietro al modello fordista, né corrisponde al vero l'affermazione di quanti sostengono che la "fabbrica integrata" sia solo un inganno.

Resta e anzi si accentua del modello originario il superamento di ogni organizzazione gerarchicamente verticalizzata secondo uno schema di organizzazione orizzontale che viene portato alle sue estreme conseguenze, fatto potenzialmente di "moduli" affiancati e relativamente autonomi nel rapporto con la forza lavoro, costituiti dalle aziende appaltatrici. Resta della "fabbrica integrata" soprattutto il sistema di relazioni formali e informali dentro la Ute, in quanto cellula elementare dell'organizzazione del lavoro in luogo della postazione individuale alla catena di montaggio. Ma il tratto fondamentale della nuova fabbrica diventa il processo di "terziarizzazione", cioè il passaggio - a cominciare dai servizi e dalla manutenzione per arrivare a importanti operazioni di assemblaggio del motore e del cambio - a imprese terze di momenti della lavorazione che avviene dentro lo stesso stabilimento Fiat.

Molti lavoratori sono, dunque, alle dipendenze di queste imprese, pur lavorando dentro la Fiat. Flessibilità e precarietà si sostituiscono progressivamente a una condizione di stabilità, che avrebbe dovuto essere il corollario naturale del coinvolgimento del lavoratore nell'obiettivo della produzione. E ciò avviene sotto due aspetti: dal punto di vista contrattuale, non essendo i lavoratori delle imprese "terze" dipendenti Fiat; dal punto di vista del rapporto di lavoro, a causa del ricorso sempre più esteso da parte dell'azienda ai contratti a termine. La domanda continua a comandare sull'offerta, come nella concezione originaria della "fabbrica integrata", ma non più in funzione della qualità del prodotto, ma facendo dipendere dagli andamenti del mercato numero di dipendenti e durata dell'occupazione.

Lo stesso "just in time" con le fabbriche dell'indotto - concepite spazialmente a corona attorno allo stabilimento Fiat - subisce molte deroghe. Esse via via iniziano a produrre per tutti gli stabilimenti Fiat presenti sul territorio nazionale, e non solo per quello di Melfi, e da al cuni anni si delinea con sempre maggiore chiarezza che molte delle componenti prodotte a Melfi possono essere spostate in paesi, soprattutto dell'Africa settentrionale, dove il costo del lavoro è più basso.

Oggi, del modello iniziale restano i ritmi di lavoro scanditi dal sistema di metrica noto come Tmc2, l'alto livello di produttività, ma l'obiettivo della nuova organizzazione del lavoro col tempo si sposta. Il metro principale di competitività non è più la "qualità" ma la riduzione dei "costi", a partire da quello fondamentale della forza lavoro. Dal punto di vista dei lavoratori questo significa precarietà al posto di stabilità nel rapporto con il lavoro, obbedienza totale e incondizionata al posto della condivisione dell'esito del prodotto, essere totalmente alla mercé di un regime di fabbrica che, in assenza delle vecchie relazioni della fabbrica fordista e di fronte al mancato avvio di quelle partecipative del nuovo modello, diventa particolarmente dispotico.

Comunque, questo esito nell'organizzazione del lavoro e nel modello produttivo era in qualche modo anticipato da alcune contraddizioni presenti nell'avvio medesimo della "fabbrica integrata" a Melfi. Vittorio Rieser a conclusione del rapporto della sua inchiesta operaia alla Fiat di Melfi del 1995-96 ("Finesecolo", 3-4, 1996) - e quindi a stabilimento appena avviato - notava infatti che una "formazione monca" dei lavoratori, un sistema premiale molto povero, basse retribuzioni a fronte di una maggiore produttività sarebbero alla lunga entrate in conflitto con il ruolo dei lavoratori e l'obiettivo della "qualità totale".

Ma questo declino della "fabbrica integrata" e la sua evoluzione/involuzione nel modello &quo t;modulare" fondato sulla terziarizzazione non ha la sua radice solo in contraddizioni legate all'organizzazione del lavoro e ai rapporti tra impresa e lavoratori. L'aver progressivamente abbandonato l'obiettivo della "qualità totale", piegando tutta l'organizzazione del lavoro a una competitività prevalentemente caratterizzata dalla riduzione dei costi, deriva anche dai fallimenti delle strategie aziendali della Fiat nel corso degli anni Novanta e che stanno alla radice della grave crisi del 2003.

Il posto che la Fiat ha saputo trovare nei processi di integrazione e nel sistema di alleanze che stanno ridisegnando la geografia delle multinazionali dell'auto non è stato in grado di sorreggere le ambizioni di Romiti illustrate a Marentino. Che la Fiat con l'alleanza con General Motors si vedesse preclusa la strada dell'innovazione, che può passare prevalentemente attraverso una robusta presenza nei modelli di gamma medio-alta, lo si capisce immediatamente dopo la liquidazione dell'esperienza dello stabilimento di Rivalta. "Qualità totale" e "fabbrica integrata" mal si raccordano al posto che General Motors di fatto assegna a Fiat nel sistema di alleanze e nella gerarchia dei marchi che ad essa fanno capo. Questa è la causa principale, o almeno una delle più importanti, del fatto che la dirigenza Fiat non ha, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, altra alternativa che affidare le proprie sorti alla mera riduzione dei costi, a cominciare dal costo del lavoro.

Ma è proprio questo che a Melfi è stato messo in discussione dalla prima lotta vittoriosa in Fiat che, dopo tanti anni a partire dalla stessa sconfitta del 1980, non riguarda le ristrutturazioni - e quindi cassa integrazione, licenziamenti, ridimensionamento delle imprese - ma il salario, l'organizzazione del lavoro e il regime di fabbrica. E perci&og rave; non ha sofferto, nel suo stesso andamento, dei limiti di una lotta difensiva di chi sa che quasi ineluttabilmente sta perdendo il suo posto di lavoro.

E' troppo presto per comprendere se l'accordo di Melfi preluda a un ripensamento della stessa Fiat sull'organizzazione che finora è prevalsa nei suoi stabilimenti per quel che riguarda il rapporto con la forza lavoro. Certo è che l'accordo di Melfi interviene nel momento in cui la Fiat stava tentando di estendere a tutti i suoi stabilimenti ritmi, organizzazione del lavoro e regime di fabbrica sperimentati a Melfi. Ora, da questo punto di vista, una qualche inversione di tendenza dovrà pur esserci.

Ma è anche necessario che l'accordo di Melfi costituisca la base per un sistema di relazioni industriali e per una cambiamento dell'organizzazione del lavoro che sia coerente con una strategia aziendale di integrazione a livello globale alternat iva a quella praticata nel passato decennio.

Dopo il cambio di menagement dello scorso anno la Fiat appare come sospesa. Il mercato sta reagendo bene ai nuovi modelli ma il futuro resta ancora incerto. L'intesa con General Motors sembra tramontata, ma nessuna alternativa altrettanto rilevante pare profilarsi all'orizzonte. E nubi si addensano sul destino di Mirafiori.

Di fronte a una totale assenza di politiche industriali da parte dei governi, che in Italia si può far coincidere con il declino dell'impresa pubblica, è necessario che il movimento sindacale, a partire da una lotta come quella di Melfi, si misuri con il problema di indicare per la Fiat strategie d'impresa alternative. Da questo punto di vista sarebbe utile cominciare a ragionare sulla possibilità di un'interlocuzione con altre case automobilistiche europee al fine di costruire un vero e proprio "polo europeo" dell'auto. Se una simile prospettiva si rivelasse possibile i vantag gi sarebbero evidenti.

Si costruirebbe uno degli ancoraggi "materiali", un fattore che riguarda l'economia reale, di quel processo di unificazione politica che sta investendo il Vecchio Continente. In questo caso, cioè se vi fossero effettivamente degli interlocutori europei per l'integrazione internazionale del settore italiano dell'auto, la partecipazione diretta del capitale pubblico al riassetto proprietario della Fiat sarebbe non solo auspicabile ma obbligatoria, per ragioni di equilibrio nell'eventuale partnership. E' noto infatti che le principali case automobilistiche europee – Volkswagen e Renault – hanno nel loro assetto azionario una rilevante presenza di capitale pubblico che comporta un intervento diretto del potere pubblico di quei paesi nelle scelte industriali. E sarebbe ben strano che, in quella prospettiva, lo Stato italiano negasse a se stesso un ruolo che invece quello tedesco e francese continuerebbero a svolgere.

La vertenza e l'accordo per la Fiat di Melfi interroga altresì tutto il sindacato sulla necessità di un mutamento di linea e di impostazione strategica. In ciò che è accaduto a Melfi vi è 'in nuce' un abbozzo di risposta alle necessità di aprire una nuova stagione sindacale. L'esperienza concertativa inaugurata con l'accordo del 1993 sulla politica dei redditi e il modello contrattuale che ne è derivato è alle nostre spalle, in parte perché unilateralmente abbandonata dal governo di destra, e in parte perché oggettivamente superata dal corso delle cose.

Il problema è che quella cornice di rapporti tra governo e parti sociali non è stata sostituita da nessun'altra. Melfi ci dice che è necessario formulare una linea sindacale che riparta dal basso, dalla condizione del lavoratore, e rovesci quindi la piramid e costruita nel '93 che, per forza di cose, apriva una fase di gestione prevalentemente dall'alto del conflitto e del compromesso sociale che ne derivava. La stessa battaglia sui diritti dei lavoratori, rappresentata innanzitutto dalle lotte per l'art.18, dovrebbe essa stessa essere incardinata (come dimostra per contrasto l'azione devastante della legge 30 rispetto ai rapporti di lavoro in essere) in una rinnovata centralità del confronto attorno ai temi dell'organizzazione del lavoro. La medesima necessità di fissare attraverso norme certe i principi della rappresentanza dei lavoratori troverebbe in questa prospettiva un rinnovato sostegno.

Ma la vicenda di Melfi interroga anche la sinistra politica. La lunga lotta e l'esito stesso della vertenza dimostrano che può entrare in campo una nuova soggettività politica costituita da questa nuova classe operaia. Da alcuni anni ormai, agli osservatori più attenti era evidente il contrasto tra la partecipazione sempre crescente di giovani lavoratori alle lotte sindacali, e in particolare di quelle della Fiom, e l'assenza totale di un riscontro in sede politica dell'ingresso sulla scena di una nuova generazione. A Melfi questo è venuto alla luce con un'evidenza senza precedenti. La lotta nello stabilimento lucano della Fiat ha dimostrato che il "prato verde", costituito dall'assenza di tradizione industriale e sindacale e quindi condizione della mancanza di una qualsiasi propensione al conflitto, è ormai ampiamente arato e dissodato.

Certo, a far saltare il coperchio di una pentola tenuta per troppo tempo sotto pressione ha contribuito il fatto che questi operai e queste operaie di Melfi non sono più i ventenni dei primi anni Novanta per i quali avere un milione al mese, in una società segnata da un alto tasso di disoccupazione, era come toccare il cielo con un dito. Ora ci troviamo di fronte a madri e padri di famiglia che a stento, e al prezzo di una fatica durissima, riescono a sbarcare il lunario. Il fatto poi di essere per lo più forniti di diploma di scuola superiore aumenta la frustrazione e lo spirito di ribellione.

Anche la presenza di operaie, a Melfi più alta di qualsiasi altro stabilimento Fiat, i cui pensieri sono stati sondati e esaminati nella bellissima inchiesta coordinata da Anna Maria Riviello, (Aa. Vv., La rincorsa, Calice Editori, 2003), è diventata una risorsa di autonomia e di orgoglio e una rivendicazione di libertà, peculiari della differenza di sesso, che ha contato nei passaggi più critici della lotta. Ma vi è anche il fatto che nella coscienza di questi lavoratori ha operato come una sorta di fiume carsico che all'improvviso è emerso in superficie la tradizione di una sinistra che, benché priva di ogni tradizione industriale, nella zona del Melfese ha dato vita a im portanti lotte contadine, animato lunghe e importanti esperienze amministrative, ha creato un sentire comune mai del tutto cancellato.

Saprà la sinistra politica far tesoro di questa risorsa che la lotta di Melfi ha portato alla luce? E' un interrogativo per tanti versi cruciale soprattutto se si guarda al Mezzogiorno e alla passività, non scalfita nemmeno dalle politiche di governo del centrosinistra nella seconda metà degli anni Novanta, che neoliberismo e lunga consuetudine al dirigismo provocata da decenni di intervento straordinario hanno prodotto in questa parte del paese. Bisogna infatti aver presente che l'intero sistema produttivo della Fiat, se si fa eccezione per Mirafiori e Termini Imerese (essenziali tuttavia per mantenere alla produzione dell'auto in Italia una dimensione nazionale), è concentrato nell'Italia centro-meridionale. E Melfi ne è il cuore pulsante. Vi è dunque un nesso strettissimo tra il ruolo di questa classe operaia, che a partire dalla vertenza della Fiat lucana sembra aver preso coscienza di se stessa e del suo ruolo, e la nascita di una nuova questione meridionale, che il "caso Basilicata" dalla protesta di Scanzano a Melfi sembra evocare.

Saprà la sinistra politica farsene interprete? E' del tutto evidente che ciò richiederebbe un'inversione radicale degli orientamenti assunti da tanta parte della sinistra italiana, un rovesciamento del rapporto tra "governati" e "governanti" nell'impostazione della sua concezione del governo, una critica al modello di sviluppo attuale, e soprattutto una restituzione al lavoro di quella centralità politica e di quella rappresentanza che la rivoluzione liberista e neoconservatrice dell'ultimo quarto di secolo ha cercato di cancellare.

A ben vedere, in fondo, questa è la lezione più autentica delle durissime ma esaltanti giornate di Melfi. E qualcuno a sinistra dovrà pure, alla fine, raccoglierla.

"La Rivista del Manifesto", giugno 2004

   
 
         
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