Art. 18, al referendum voto sì. Ma pronto a fare una legge.

Da più parti nel centrosinistra, di fronte al referendum sull'estensione dei diritti previsti dall'art.18, si invoca la necessità di affrontare il problema per via legislativa. Lo sostiene la maggioranza dei Ds - anche se il presidente del gruppo del Senato, Gavino Angius, forse con eccessiva precipitazione si è espresso per il no -, lo sostiene Sergio Cofferati, e in diversa misura e con accenti differenti lo sostengono la Cgil, la Cisl e la Uil.

Sarebbe stato in verità opportuno che si fosse pensato per tempo a sperimentare questa strada, senza sperare che la Cassazione o la Corte Costituzionale provvedessero loro a togliere le castagne dal fuoco. Per questa ragione l'estate scorsa, all'indomani dell'avvio della raccolta delle firme, insieme ai senatori Bonavita e Pizzinato ho presentato un disegno di legge che accoglieva l'ispirazione del quesito referendario e ne disciplinava l'applicazione.

Questo disegno di legge – firmato anche da alcuni degli stessi promotori del referendum come Salvi e Paolo Brutti, nonché da senatori dei Verdi, della Margherita e dell'Udeur – prevede: l’abbassamento della soglia di applicazione dell’art. 18 e dei diritti sindacali fino alle aziende sopra i 5 dipendenti (in analogia con la legislazione vigente in Germania); per le aziende al di sotto di 6 dipendenti l’innalzamento delle sanzioni pecuniarie contro l’imprenditore che non riassume il lavoratore ingiustamente licenziato; la considerazione nel computo dei dipendenti di un'impresa anche dei lavoratori cosiddetti atipici, che per il periodo della loro assunzione sono equiparati nei diritti ai lavoratori dipendenti; la riduzione dell’IRAP per le aziende sotto i 15 dipendenti.

Per quest'ultimo aspetto il disegno di legge tende a indicare un nuovo tipo di compromesso tra lavoratori e piccola e media impresa, non fondato su un'attenuazione dei diritti ma su un sostegno alla loro attività attraverso misure di carattere fiscale ma anche di promozione degli investimenti, spingendole a puntare nella ricerca dei fattori che ne garantiscano la competitività sulla qualità di processo e di prodotto.
Da altre parti del centrosinistra si sostiene, non senza fondamento, che non ci sono più le condizioni per una soluzione legislativa. Ma anche se così fosse, non è inutile un confronto su provvedimenti legislativi che comunque bisognerebbe adottare una volta che il sì dovesse affermarsi nel referendum, come mi auguro che sia anche con il concorso di tutto il centrosinistra e dell'intero movimento sindacale.

A quanti, nello schieramento di sinistra e nell'Ulivo, indugiano a esprimersi sul loro voto al referendum, vorrei far presente che un netto pronunciamento per il sì potrebbe servire da deterrente per quei settori della maggioranza che avessero voglia di sottrarsi a un nuovo scontro frontale sull'art.18. Così, forse, si potrebbe riaprire effettivamente uno spazio per una soluzione legislativa.

Va infine sottolineato il fatto che nel momento in cui si terrà, il referendum diventerà inevitabilmente la tappa finale dello scontro con la destra sull'art. 18 in generale e sulla sua difesa, tema che ha caratterizzato insieme alla giustizia la lotta politica e sociale dello scorso anno. Potrà non piacere che sia così, ma così sarà. Possono i principali protagonisti di quella lotta sottrarsi a questo appuntamento se esso non potrà essere evitato con una adeguata soluzione legislativa?

"l'Unità", 24 gennaio 2003

   
 
         
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