Legge 30. Aggrappati al lavoro  

Il decreto attuativo della delega sul mercato del lavoro supera in negativo le promesse già nefaste contenute nella legge 30. Non solo è confermato il progetto di giungere a una vera e propria destrutturazione del mercato del lavoro, a una totale privatizzazione di fatto della sua gestione, ma tutto ciò viene fatto al di là di ogni immaginazione. Sono infatti oltre quaranta le figure di accesso in forma precaria al lavoro, e alcune di esse potrebbero definirsi - se non costituissero una brutale manomissione della vita di persone in carne e ossa - addirittura "fantasiose"

Bastano solo alcuni esempi. Si veda la normativa in dettaglio che disciplina lo "job sharing" che potremmo definire meno pomposamente, anche se con un pizzico di ambiguità, "lavoro di coppia". Si presume che questi lavoratori siano dei veri e propri "gemelli siamesi": se uno si ammala, l'altro non può più lavorare, se uno si licenzia perde il posto anche l'altro, ecc. Oppure che dire del lavoro "intermittente" o "a chiamata"? La disponibilità deve essere totale se il lavoratore vuole usufruire dell'indennità prevista per i periodi di interruzione della prestazione lavorativa, nel quadro di una manomissione del rapporto tra lavoro e tempo libero dalle implicazioni psicologiche incalcolabili.

In quanto a diritti e tutele siamo di fronte a una soglia che è uguale a zero. E si potrebbe continuare a lungo per oltre le 40 tipologie di rapporto di lavoro.

Resta un mistero la ragione per la quale si sia giunti a questa esasperata diversificazione. Si fa fatica, infatti, a pensare al modo in cui le stesse aziende debbano orientarsi e districarsi in questo vero e proprio labirinto normativo. E che interesse abbiano a farlo. L'unica spiegazione plausibile è quella che, nel quadro di un processo di totale precarizzazione, la complicazione della norma diventi l'anticamera del più totale arbitrio.

Comunque il decreto conferma i capisaldi della legge 30, tramite l'istituzione del lavoro "somministrato" che sostituisce la figura del lavoro "interinale", estendendo il lavoro in affitto oltre ogni limite e facendolo diventare tendenzialmente componente strutturale del nostro sistema della produzione e dei servizi.

Ora ci siamo proprio arrivati: è senza infingimenti il caporalato legalizzato. E' anche la conferma che l'attacco all'art. 18 continua, non solo perché le norme contenute nel Patto per L'Italia e confermate nel disegno di legge 848bis sono nel calendario della commissione del Senato e si è già in fase di votazione degli emendamenti, ma perché tutte queste figure nuove non sono conteggiate ai fini della determinazione della dimensione dell'impresa e perciò contribuiscono a rendere effettivamente marginale e condannare al totale deperimento la possibilità del ricorso, in caso di assenza di giusta causa, all'istituto della reintegra. Senza poi parlare della completa liberalizzazione della cessione di ramo d'azienda che può consentire l'articolazione dell'attività anche di una grande impresa in tante aziende sotto i quindici dipendenti, secondo modalità che rendono inesigibili i normali diritti individuali e quelli collettivi gestiti attraverso l'azione sindacale sul posto di lavoro.

Ma nel mirino del decreto attuativo, come del resto appariva chiaro dal testo della delega, vi è la stessa funzione negoziale del sindacato, per non parlare del suo ruolo nell'organizzazione del conflitto sociale. E' del tutto chiaro che il governo vuole spingere i sindacati a trasformarsi, da soli o in enti bilaterali costruiti con la controparte, in agenzie permanenti di collocamento. La loro attività contrattuale ne verrebbe alla lunga inquinata e compromessa. E ciò sarebbe la fine non solo del sindacato generale, rappresentativo di tutti i lavoratori, caro alla Cgil, ma anche del sindacato degli is critti la cui vocazione è negoziare e fare accordi, secondo la tradizione della Cisl. Sarebbe insomma la fine del sindacato "tout court" in quanto strumento di autonomia di chi lavora.

L'unica vera novità di rilievo, comunque, del decreto attuativo rispetto alla delega è l'abolizione della figura delle "collaborazioni coordinate e continuative" (i cosiddetti "co.co.co.") che dovrebbero trasformarsi o in rapporti di lavoro dipendente o in "lavoratori a progetto", cioè in prestazioni sostanzialmente configurabili come lavoro autonomo o prestazione professionale. Le ragioni per le quali il governo ha fatto questa scelta sono presto dette. Tra le forme di lavoro atipiche attualmente esistenti i "co.co.co." sono quelli che godono di più tutele, previdenziali e normative. E infatti tutto l'impianto della Carta dei diritti elaborata in questi due anni dall'ala moderata del centrosinistra è costruita sull'ampliamento di queste tutele. Una figu ra troppo "pesante" per la filosofia ultraliberista degli esponenti della destra, i quali evidentemente pensano che, nel quadro del processo di ulteriore precarizzazione promosso dal decreto, essi tenderanno a trasformarsi in lavoratori a progetto.

Questa novità comporta a mio parere due conseguenze: una per il centrosinistra, l'altra per il sindacato. La prima consiste nel fatto che l'abolizione dei "co.co.co." (che certamente non saremo noi a rimpiangere) impone un ripensamento di tutta la linea sul lavoro rappresentata dalla Carta dei diritti, che del rafforzamento delle tutele dei collaboratori ha fatto - come si è detto - la sua spina dorsale. La seconda riguarda la necessità, da parte del sindacato, di aprire una stagione di lotte aziendali e di contrattazione articolata, per negoziare, impresa per impresa, la trasformazione dei contratti di collaborazione in rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Basti pensare a cosa possa significare questo in un "call center" o nel campo dell'istruzione privata per capirne l'enorme portata.

Del resto, una volta varato il decreto sul mercato del lavoro solo l'apertura di una fase di conflittualità aziendale per rendere inefficaci, per assenza di applicazione, molti degli istituti previsti può effettivamente contrastare il disegno della destra al governo relativa al complesso dell'organizzazione del lavoro.

Insomma è questo il momento in cui, in attesa di cancellare con una nuova maggioranza e un nuovo governo queste norme nefaste, lo scontro sul lavoro con la destra passi dalle aule parlamentari e dal confronto sindacale sul piano nazionale a una vera e propria "guerra di movimento", per dirla con Gramsci, che investa il paese e il sistema produttivo dalle fondamenta.

"La Rinascita", 18 luglio 2003

   
 
         
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