Partito della sinistra o partito riformista?  

1. Penso che sia evidente a tutti che il titolo che abbiamo dato a questa iniziativa e che si conclude con un punto di domanda costituisce un espediente retorico. Almeno per noi che l'abbiamo proposta e organizzata. Per quel che ci riguarda non ci sono dubbi. La nostra scelta, tra un partito della sinistra e il partito riformista, che deriva dalla proposta di Prodi di una lista unitaria alle europee tra quelle componenti dell'Ulivo che ci stanno, è già fatta. Ed è naturalmente quello di un partito della sinistra, di una sinistra possibilmente unita in tutte le sue componenti, che fa del suo stesso pluralismo interno un tratto della sua identità. Ci rendiamo conto che è una prospettiva che va esattamente nella direzione opposta a quella che è maturata in queste settimane nella maggioranza dei Ds, nello Sdi e in una parte della Margherita. Ma è quella che intendiamo avanzare nel dibattito che si aprirà nel maggiore partito della sinistra a cominciare dal direttivo di domani, sia che si tratti di un nuovo partito o di una federazione come dice Fassino, sia che ciò comporti o meno lo scioglimento formale dei partiti attuali che intendono dar vita al nuovo soggetto politico del riformismo.

Abbiamo, in un modo che forse sarà apparso troppo sbrigativo, definito in un articolo che abbiamo pubblicato la scorso settimana sull'Unità in replica a quello di Fassino, questi aspetti "questioni di dettaglio". Ma noi così la pensiamo, perché la posta in gioco ci sembra ben altra: e cioè se ci sarà una sinistra nel futuro dell'Italia. Una sinistra ampia, radicata nell'opinione pubblica e nel paese, non chiusa nel recinto dell'antagonismo e dell'alternativa al sistema, condannata alla marginalità politica o, nella migliore delle ipotesi, a gestire le proprie rendite di posizione in un sistema politico fondato sul maggioritario. Lasciamo queste ipotesi agli "ingegneri" della ristrutturazione a tavolino del campo del centrosinistra. Per questo - se proprio si dovesse fare un nuovo partito - la nostra proposta è quella di un nuovo partito della sinistra. E' una proposta che si rivolge a tutta la sinistra, moderata o radicale che sia. E' una sfida a tutti i Ds perché applichino la tensione legittima e condivisibile di semplificare il campo del centrosinistra, di porre un argine alla frammentazione, orientando a sinistra invece che al centro la propria proposta unitaria, anche in questo caso eventualmente attraverso un rapporto federativo se non fosse possibile un nuovo partito. Questa sarebbe la vera "Epinay della sinistra italiana", se vogliamo proprio fare riferimento a un momento rifondativo della sinistra francese tirato in ballo da Fassino, al meno fino a un certo punto, per giustificare il suo sostegno alla proposta di Prodi.

Infatti, è nostra opinione che, come settori radicali a sinistra che condividono con settori riformisti l'idea della fine del movimento operaio europeo e della centralità del lavoro nei futuri assetti sociali del vecchio continente possono essere attratti dall'ipotesi della lista unica e anche da quella di un nuovo soggetto organicamente di centrosinistra, così settori moderati e riformisti - provenienti sia dal ceppo comunista che da quello socialista, ma anche da quello cristiano sociale, presenti nei Ds - possono legittimamente continuare a mantenere una certa idea di autonomia della sinistra politica, di un certo rapporto con il sindacato, del ruolo che spetta al lavoro nella costruzione di moderne relazioni sociali e della rappresentanza politica.
Per questa ragione non si può sancire nei Ds con un referendum sulla lista per le elezioni europee l' apertura di un percorso politico di ben altra portata, che ha cioè come oggetto la nascita di nuovi partiti o comunque di nuovi soggetti pol itici. Insistiamo: ci vuole un congresso straordinario nel quale diverse opzioni strategiche siano sottoposte agli iscritti, quella della maggioranza ma anche quella che qui noi avanziamo, e altre che eventualmente verranno avanzate all'interno dei Ds.

2. Ci vuole un congresso perché il dibattito che si è aperto a partire dalla proposta di Prodi solleva questioni che meritano un confronto ben più ricco e articolato che un sì o un no alla formazione di una lista per un appuntamento elettorale.

E' una proposta, infatti, quella del partito "riformista" che nasce non da un'anomalia italiana ma da un'interpretazione delle tendenze che attraversano l'Europa, dell'evoluzione dei rapporti Usa-Europa, che sarebbero caratterizzati, secondo una tale interpretazione, dall'affermazione di un comune modello sociale segnato, in ultima istanza, nei suoi caratteri di fondo dal neoliber ismo trionfante. Per intenderci da ciò che all'interno della sinistra italiana si suole chiamare "modernizzazione".

E’ questa interpretazione che bisogna confutare. Dovrebbe essere ormai evidente che se il lavoro ha perso centralità dal punto di vista della sua rappresentazione sociale e politica, e perfino simbolica, resta invece ‘centrale’ ai fini della riproduzione dell’attuale modello di sviluppo e in ultima istanza del capitale. Solo così si spiega la vera e propria ossessione delle destre europee, a cominciare da quella italiana (si veda l'attacco all'art.18, la legge 30 e i colpi di maglio dati all'unità sindacale alla contrattazione), di realizzarne la totale subordinazione e precarizzazione, per assicurare su di esso un comando esclusivo e tendenzialmente totale.

Lo stesso concetto di "riformismo" subisce in questo contesto una mutazione di significato. Essa non st a a indicare l'evoluzione della cultura riformista tradizionale del socialismo europeo, né tantomeno l'incontro e la fusione dei riformismi socialista e cristiano democratico, e neppure solo una più accentuata attitudine al governo da parte di una moderna sinistra. Esso indica piuttosto la convinzione che non c'è alternativa all'attuale modello sociale, per cui una sinistra che guardi in faccia alla realtà non ha altro compito che mitigarne gli effetti e correggerne le contraddizioni più vistose. Si tratta di cose già note, e di un percorso già ampiamente tracciato dal New Labour di Tony Blair e dai teorici della Terza via, secondo indirizzi che hanno ampiamente influenzato sebbene con vario grado d'intensità le esperienze di governo della sinistra in Europa nel quinquennio tra il '95 e il 2000. E per tanti aspetti di quelle ancora in corso, con gli esiti elettorali negativi, in Germania e Inghilterra, che sono sotto gli o cchi di tutti.
E’, del resto, in questo quadro che si giustificano le riabilitazioni del craxismo, che di queste tendenze rappresentò per tanti aspetti una precoce anticipazione, l'apologia della flessibilità del lavoro, il divorzio tra sinistra politica e un sindacato che si ostini a interpretare autonomamente le istanze dei lavoratori, l'interventismo 'democratico' che ha caratterizzato le sinistre al governo almeno fino all'aggressione anglo-americana all'Iraq, l'accettazione dei sistemi elettorali maggioritari e sul piano istituzionale il primato della governabilità rispetto a quello della rappresentanza.

3. Contrastare la proposta di un nuovo soggetto "riformista", in nome della riaffermazione del ruolo che spetta in Europa a un'autonoma sinistra politica, che faccia riferimento al Partito del socialismo europeo, significa avviare una messa in questione dell'irreve rsibilità del processo di "americanizzazione" delle società europee che ha investito da decenni l'Italia e l'Europa, e accompagnato in maniera ambigua lo stesso processo di costituzione dell'Unione europea. E tutto questo da un duplice punto di vista. Il primo riguarda un giudizio su ciò che resta di vitale e operante del compromesso sociale iniziato nel secondo dopoguerra, noto come "stato sociale" o "economia sociale di mercato", nelle moderne società europee. Non si tratta di chiudersi nella difesa oltranza di tutti gli equilibri garantiti da quel modello, ma di comprendere quanto di una certa idea che la ricchezza socialmente prodotta debba essere intesa come "bene pubblico", di un certo modo di intendere i diritti sociali e la sicurezza sociale, resti un tratto irrinunciabile della civilizzazione europea.

Il secondo riguarda invece la possibilità che il processo in atto, che abbiamo definito di "americanizzazione" del vecchio continente, che come abbiamo detto è fondato sull'attacco al lavoro in nome del primato assoluto dell'impresa e del mercato, produca dal suo interno contraddizioni tali che, nel quadro dell'inquietante evoluzione dello scenario mondiale (guerra preventiva, terrorismo, crisi economica perdurante e neoprotezionismo aggressivo dei ricchi contro i poveri del mondo come dimostrano l'esito della conferenza di Cancan e l'attacco economico-monetario verso la Cina, xenofobia e razzismo di fronte ai fenomeni migratori dal sud del mondo), ne mettano in discussione i suoi tratti fondamentali e costitutivi.

Ebbene, far leva sull'intreccio di questi due fattori consiste, secondo noi, il compito di una moderna sinistra europea che si ponga il problema di rimettere in campo un modello di sviluppo in cui la centralità sociale e politica del lavoro ritorni ad avere un ruolo importante. Solo così la sinistra può ritornare ad essere protagonista di un nuovo compromesso tra capitale e lavoro in Europa, di un nuovo modello di sviluppo sorretto dalla costruzione di un centrosinistra europeo, dall''alleanza' (e non della 'fusione') tra sinistra e un centro democratico liberato dalle ipoteche dell'evoluzione conservatrice del Partito popolare europeo, ma non per questo ignaro della propria identità e funzione.

Secondo noi, per la sinistra non dovrebbe esserci alternativa a questa scelta, resa certamente più ardua dall'allargamento dei confini dell'Unione europea. Una scelta obbligata se l'Europa non vuole essere schiacciata tra Usa e i paesi emergenti in una vana rincorsa ora del modello degli uni, ora degli altri. Non si tratta di ergere steccati nel vano tentativo di sottrarre questa parte del mondo alle sfide della globalizzazione, ma di coltivare l'ambizione che l'Europa - proprio per il peso che hanno a vuto nella sua storia socialismo e movimento operaio - possa costituire il centro motore di un diverso sistema delle relazioni mondiali.

Da questo punto di vista diventa essenziale a sinistra il pieno dispiegamento di una riflessione fortemente critica ma costruttiva del processo costituente in atto dell’Europa politica.

Da questo punto di vista appare estremamente importante l'appuntamento costituito dalle manifestazioni del 4 ottobre a Roma: quella del sindacato europeo e quella del movimento no global. E sarebbe un fatto di grande significato se in questi giorni si trovasse il modo che tutto il movimento sindacale, e quindi non solo la Cgil, e il movimento confluissero in una stessa manifestazione.

4. Ma come dare corso a questa analisi e a queste idee nell'ambito della sinistra italiana? E' l'interrogativo che ci siamo posti sin dall'indomani dell'esito del referendum s ull'art.18, che alcuni di noi hanno promosso e tutti noi abbiamo con convinzione appoggiato, quando era ormai evidente che bisognasse pensare a una nuova fase della lotta politica in Italia. Avrebbe dovuto essere chiaro a tutti, e soprattutto alla minoranza dei Ds, che non era più possibile vivere di rendita delle mobilitazioni degli ultimi due anni, che problema centrale della fase che si apriva - anche di fronte al combinato disposto di fallimenti e deriva estremistica del governo Berlusconi e della sua maggioranza, sia pure tra mille contrasti interni - era dare vita a un'iniziativa che combinasse insieme un'azione unitaria a sinistra, che mettesse in campo intanto quei dieci milioni di voti espressisi a favore dell'estensione dell'art.18, e la costruzione la più rapida possibile di quella convergenza politica e programmatica tra tutti le opposizioni per battere la destra e salvare il paese. E avrebbe dovuto essere chiaro che l'Ulivo, almeno come l'abbiamo conosciuto finora, costituiva ormai una complicazione su questa strada, "grande" o "piccolo" che fosse.

Per queste ragioni abbiamo avanzato la proposta nella discussione interna al "correntone" a luglio che quest'ultimo si ponesse l'obiettivo di trasformarsi in una nuova sinistra dei Ds dopo un approfondito dibattito al suo interno che ne verificasse unità di indirizzo e di progetto politico, in una fase che non era più quella del congresso di Pesaro, né quella caratterizzata dallo sviluppo dei movimenti.

Sentiamo, inoltre, il bisogno di una tendenza che anche dall'interno dei Ds porti un contributo alla costruzione di un orientamento a sinistra che riproponga una moderna critica del capitalismo - insomma di una sinistra critica - , terreno su cui molti di noi sono impegnati da tempo con Tortorella e Chiarante nell'ambito dell'azione dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra.

Ci è stato risposto con una accelerazione delle soluzioni organizzative senza quella discussione politica che sarebbe stato necessario fare, con l'argomento che bisognava dare un segnale prima che le difficoltà del correntone si tramutassero in una sorta di "sciogliete le fila".

I fatti hanno dimostrato che la nomina del nuovo coordinatore non ha arginato un bel nulla, che le differenze politiche tra i più autorevoli esponenti del correntone su lista unica, partito riformista, e perfino percorso delle riforme istituzionali rimangono grandi, che una discussione resta tutta da fare. Dunque se vogliamo dire la verità è difficile fugare l'impressione che si è preferito pagare un'ipoteca a chi chiedeva un taglio sull'ala sinistra del correntone - innanzitutto con "Socialismo 2000", e in via subordinata anche con noi - nel vano tentativo di non perdere i contatti con tanti is piratori autorevoli della nostra mozione al congresso di Pesaro.

Gli sviluppi più recenti del dibattito politico - lista Prodi e partito riformista - rendono ancora più evidente perciò l'esigenza di ricostruire una sinistra all'interno dei Ds. Essa, allo stato attuale delle cose nasce dalla convergenza tra le nostri posizioni e quelle di Socialismo 2000, che sono oggettivamente molto vicine. Ma la nostra iniziativa non chiude le porte a nessuno, né intende - voglio essere chiaro- voler precostituire un diritto di primazia o una rendita di posizione sugli assetti futuri di una sinistra Ds in costruzione. Rimaniamo disponibili alla più ampia convergenza possibile nei Ds, a partire dai compagni e le compagne con cui abbiamo condiviso la battaglia apertasi al congresso di Pesaro, ma nella chiarezza degli indirizzi politici e degli intenti in questa fase così delicata della vita dei Ds e per il futuro della sinistra italiana. Intanto, dob biamo sapere chi siamo e quanti siamo all'interno del nostro partito. Non vogliamo calare dall'alto divisioni nelle realtà locali che non corrispondano allo stato dei rapporti reali tra i compagni e le compagne ma l'urgenza della vicenda politica ci impone a accelerare i tempi per capire quanti nei Ds sostengono la nostra battaglia sul piano nazionale indipendentemente da quelli che saranno i rapporti interni di partito nelle diverse realtà regionali.

5. Dobbiamo fare tutto ciò mentre stringono i tempi per la costruzione di quella convergenza politica e programmatica (sottolineo: politica e programmatica, perché non c'è programma che tenga se non si crea la necessaria solidarietà politica) tra tutte le opposizioni all'attuale maggioranza di centrodestra. I sostenitori della lista Prodi e della costruzione del nuovo soggetto riformista sostengono che questa loro scelta contribuirà a rafforzare il processo di convergenza con la sinistra alternativa e il centro moderato, per la forza coesiva che una grande forza riformista saprà esercitare sui partner della coalizione. Solleviamo seri dubbi che questo teorema corrisponda effettivamente alla realtà e temiamo invece che la discussione aperta dalla proposta di Prodi possa essere foriera di nuove lacerazioni e divisioni, intanto nei Ds e nella Margherita, e poi con gli altri alleati di centrosinistra. Molte incognite restano intanto sulla strada della stessa realizzazione della lista Prodi: chi ci starà alla fine? Come con l'attuale sistema elettorale si governerà il voto di preferenza che non contribuirà certo a far rispettare spontaneamente gli equilibri precedentemente pattuiti? Come si scioglierà il tema cruciale per la collocazione del futuro soggetto riformista dell'appartenenza ai gruppi del parlamento europeo degli eletti nella lista di Prodi in Italia?

Tutte questioni che possono produrre un serio contraccolpo per il cammino che deve portare all'unità di tutte le opposizioni. E poi, dopo aver riempito di mine il campo del centrosinistra, perché stupirsi del fatto che ci si lascia alle spalle "morti e feriti"? Allora ogni appello all'unità potrebbe apparire retorico.

Anche per questa ragione è necessaria una nuova sinistra dei Ds, una componente che ha da tempo posto il problema che, di fronte alle tentazioni eversive - degli equilibri sociali, dell'ordine costituzionale e della stessa integrità nazionale - presenti e sempre più prevalenti nella maggioranza di centrodestra, l'obiettivo di una grande coalizione democratica dovesse costituire l'oggetto prioritario del confronto in questa fase politica. Una coalizione che certo doveva sperimentare un rapporto nuovo tra partiti e movimenti, e anche tra gruppi dirigenti nazionali e qu ella nuova classe dirigente che si sta affermando nelle esperienze amministrative delle grandi città, delle regioni come delle province, ma che doveva innanzitutto con chiarezza definire la cornice politica entro cui inserire tutto questo: a nostro parere un rapporto strategico tra una sinistra unita e un centro democratico autonomo sulla base di un compromesso programmatico per il governo del paese, frutto del confronto tra posizioni distinte e qualche volta anche lontane.

Una sinistra Ds che sappia parlare a sinistra e nello stesso tempo sappia intessere un dialogo rispettoso della loro autonomia con quelle forze che nella Margherita e nell'Udeur rivendicano la difesa della propria identità politica e culturale è perciò una esperienza utile al fine di concorrere alla nascita di quel clima politico che può portare alla unità di tutte le opposizioni.

A questo fine ci pare opportuna e condivisibile la pr oposta di Rifondazione di andare a una manifestazione comune di tutte le opposizioni. Chi sottolinea delle ovvietà, e cioè che in democrazia i governi non si fanno cadere nelle piazze, denuncia solo una maldestra presa di distanze da un passaggio politico che invece potrebbe essere essenziale. Come si fa a non capire, o a dimenticare, che prima di ogni convergenza politica di vertice o qualsiasi confronto sul programma, conta per cementare una coesione tra i diversi pezzi del popolo del centrosinistra più un evento come quello proposto da Bertinotti e la solidarietà di fondo che in siffatte situazioni si crea? Che programma e convergenze al vertice possono essere aiutate e non ostacolate da una comune esperienza di lotta?

Consapevoli come siamo che con ogni probabilità sarà Berlusconi e il suo governo a chiamarci prima della scadenza naturale della legislatura a un confronto "muro contro muro", sul terreno dell'attacco allo stato sociale a cominciare dalle pensione e dal completamento della delega sul lavoro, sul piano delle riforme istituzionali, e forse anche sul terreno di uno strappo grave nei rapporti tra i poteri dello Stato, sappiano tutti che il nostro sforzo di ridare vita a una nuova sinistra Ds e lavorare alla più ampia unità della sinistra e del centrosinistra sono due aspetti di un'unica azione. E' così che interpretiamo l'obiettivo che ci siamo dati di riorganizzare le nostre forze, cioè come un passaggio che mette in campo idee, progetti e risorse il grado di contribuire all'unità delle opposizioni e creare quella coalizione democratica che si candida a governare per salvare il paese.

Incontro nazionale Sinistra Ds, 14 luglio 2003

   
 
         
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