E’ morto Gava, l’ultimo Doroteo

Liberazione, 9 agosto 2008

Solo la morte forse potrà strappare Antonio Gava , spentosi a 78 anni dopo una lunga malattia, dall’oblìo che l’ha circondato da quando colui che era stato sicuramente l’uomo più potente della Dc post-morotea (forse più dello stesso Andreotti) ormai nel lontanissimo 1993 venne arrestato per associazione mafiosa con il clan camorrista dei Nuvoletta. E anche negli ultimi anni, quando coloro che furono i “cavalli di razza” della sua Dc napoletana degli anni Ottanta, da Cirino Pomicino a Scotti, rientrano in politica attiva, di Antonio Gava sembra perdersi ogni traccia.
Sicuramente complice di questa uscita definitiva dalla scena è stata la lunga malattia che lo ha perseguitato sin dal 1990, anno del suo primo ictus, ma essa non basta a spiegare tutto, se persino l’assoluzione definitiva del 2006 non riuscì a smuovere l’indifferenza dell’opinione pubblica nei suoi confronti.
Probabilmente la spiegazione più plausibile è che Gava era la Dc e, una volta morto questo partito, egli non fosse più nulla. E ciò non solo perché Antonio Gava era il “doroteo” per antonomasia, e il “doroteismo” il ventre molle e l’anima insieme della Dc, ma anche perché del declino di quello che fu il più grande partito della prima Repubblica egli è stato l’interprete più autentico.
Gava era innanzitutto l’erede di un’importante dinastia politica. Suo padre Silvio, avvocato veneto, trapiantato a Castellammare di Stabia negli anni Venti e formatosi alla scuola del cattolicesimo solidale della sua regione di origine – perciò di quanto più lontano si possa immaginare da Napoli e dalla Campania – mette le risorse politiche e culturali che gli derivano dal suo popolarismo sturziano nella guerra senza quartiere, fatta di scontri ma anche di emulazione, al potere incontrastato di Achille Lauro e del suo partito monarchico sulla città di Napoli. Con quell’impasto di sanfedismo, plebeismo e anche di qualcosa che oggi si potrebbe definire comunitarismo, che fu il “laurismo” a Napoli negli anni Cinquanta, il confronto alla fine risultò vincente. E nel corso degli anni Sessanta la Dc dei Gava divenne la padrona incontrastata di Napoli, con un’idea più moderna e a volte anche più spregiudicata della gestione del potere di quella del vecchio Lauro. Ma anche ereditando dal “laurismo” alcuni tratti di folclore partenopeo, fino al punto che Antonio, il rampollo del cattolico che veniva dal Veneto, non disdegnava abbigliamento e movenze che avrebbero ben figurato nel teatro di Merola.
Quando Antonio Gava approda nel 1972 in Parlamento, tuttavia, la Dc napoletana messa in piedi dal padre e da lui stesso rischia di essere travolta dall’indignazione per l’incuria e il degrado in cui versa la città, messe in luce dall’epidemia di colera. E il potere dei Gava subisce una battuta d’arresto. E tuttavia ciò non gli impedisce di essere più volte ministro e di preparare così il ritorno incontrastato degli anni Ottanta, quando si trattò di gestire le enormi risorse che il terremoto dell’80 e i programmi di ricostruzione che ne seguirono portarono a Napoli e in Campania. Fu allora che Antonio Gava mise a punto il suo sistema di potere, modellandolo su quei rapporti sociali e quel sistema di relazione tra politica e affari che quella grande “rivoluzione passiva” che fu per il Mezzogiorno il post-terremoto dell’80 mise in campo.
Fu quella la base da cui Antonio Gava partì alla conquista della Dc nazionale. Non ci fu maggioranza – quella che elesse De Mita a segretario e quella che lo defenestrò a vantaggio di Forlani – che non avesse in Gava e nella sua “Corrente del Golfo”, come i dorotei furono ribettazzati in onore alle basi partenopee del loro nuovo leader, i principali artefici. Si può dire senza tema di smentite che non solo sul piano politico, ma nella stessa concezione del potere e della mediazione degli interessi, Antonio Gava fu il più importante sostenitore del Caf, cioè di quell’equilibrio che si illuse di contrastare il declino della centralità di una Dc sopravvissuta al disegno moroteo con una sorta di partenship con il craxismo in ascesa. E, attraverso una complessa e tuttora oscura trattativa a tre – tra potere politico, camorra e terroristi – egli riuscì per il suo compagno di partito e di corrente Ciro Cirillo, rapito dalle Br, ad ottenere la liberazione che solo pochi anni prima si era rivelata impossibile per Aldo Moro. A fronte di quali prezzi ancora oggi non è dato sapere.
La vittoria nel Mezzogiorno nei primi anni Novanta, a cominciare da Napoli, di tante amministrazioni progressiste fu anche una consapevole reazione al sistema di potere, allo stile politico, che Antonio Gava aveva impersonato negli anni Ottanta. Non è un caso infatti che l’allora astro nascente del Pci della Campania, Antonio Bassolino, della lotta a Gava e al suo sistema di potere fece il suo cavallo di battaglia. Anche in indiretta polemica con il vecchio gruppo dirigente del Pci napoletano che, soprattutto con Gerardo Chiaromonte, appariva più prudente nel giungere a conclusioni troppo precipitose per quel che riguardava i rapporti di Gava con la criminalità organizzata.
Non ci è dato sapere, a più di venti anni di distanza, se la malattia ha consentito a Antonio Gava di gustare il piacere della rivincita che avrebbe potuto sicuramente provare nel vedere come quelle esperienze di governo locale, guidate dal centrosinistra in Campania e nel Mezzogiorno, nate all’insegna dell’alternativa a quanto egli aveva costruito nel decennio precedente, siano via via rimaste irretite – quasi prigioniere – in rapporti tra politica, amministrazione e interessi non molto dissimili da quelli coltivati negli anni Ottanta.
E per la sinistra ritorna un nodo troppo spesso eluso, il fatto cioè che nessun cambiamento politico anche modesto può durare a lungo se viene meno quella “riforma intellettuale e morale” di cui c’è bisogno.

Liberazione, 9 agosto 2008

   
 
         
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