Francesco ed io.    

Francesco Laudadio è morto a 55 anni nell’aprile di quest’anno in una clinica di Bologna per malati terminali, dove per mesi ha guardato negli occhi la morte che stava arrivando. I suoi fratelli mi hanno detto che l’ha fatto con la graffiante ironia con cui era solito affrontare le sfide più difficili dell’esistenza e che era il tratto del suo carattere che per primo si imponeva all’attenzione di chi lo avvicinava, e che ha affrontato quest’ultima prova con quella stessa serenità, la quale dava alla sua vita di ragazzo quell’alone di solarità che lo circondava, e che nel corso degli anni aveva dolorosamente rischiato di smarrire.

Francesco era approdato al mondo del cinema a metà degli anni settanta, dando corpo a una sua giovanile passione, il cui peso nella sua esistenza non avevo mai sospettato pur avendo avuto con lui tra il 1968 e il 1972 una consuetudine pressoché quotidiana. E’ stato tra i registi italiani di valore - dal suo primo film Grog fino all’ultimo Signora - quello che più di altri ha anticipato temi e tendenze, con un acume e una genialità d’eccezione, ma anche quello artisticamente meno risolto. Come del resto risolta non è stata la sua stessa esistenza. “Francesco era ‘troppo’ in tutto”, ha detto nella serata a lui dedicata a Mola di Bari a luglio di quest’anno Silvia Napolitano - insieme a cui Francesco iniziò l’avventura del cinema in quegli ormai lontani anni settanta - cercando di dare una spiegazione alle ragioni per le quali si è come perduto nella vita come nell’arte.

I giornali, nei giorni della sua morte, hanno diffusamente reso conto di questo suo singolare percorso di artista del cinema ma nessuno (se si fa eccezione per un bellissimo articolo di Rosanna Lampugnani sull’edizione pugliese del Corriere del Mezzogiorno) ha fatto un cenno sia pur fugace alla “precedente” vita di Francesco Laudadio, interamente spesa nella politica e per la sinistra.

Per me questa è stata una percezione dolorosissima, come se una parte stessa della mia vita fosse stata rimossa e occultata. Forse anche perché in quegli anni eravamo vicinissimi. Diversi in tutto e comunque affini, fino al punto che (come può capire chi può apprezzare i riferimenti autobiografici del racconto che pubblichiamo) sono state tante le volte che io avrei voluto essere come lui e viceversa.

Mentre all'università si era formato un gruppo dirigente i cui componenti erano sostanzialmente alla pari, Francesco è stato nel '68 barese il leader unico e indiscusso degli studenti medi. Migliaia di giovani lo amavano e lo avrebbero seguito in ogni impresa. Attraverso la guida di Francesco, prima come dirigente della Fgci e poi come capo del Comitato antimperialista antifascista, un'intera generazione di una città mercantile e di destra, che rispettava ma non amava e soprattutto non capiva neppure Aldo Moro, si spostò a sinistra. Qualcosa di profondo cambiava nella sinistra pugliese, da sempre radicata nelle campagne e quasi accampata in città, come chiusa in postazioni minoritarie. Che l'esperienza di cui Francesco era alla guida avrebbe contribuito a cambiare lo spirito pubblico di Bari lo sottolineò in un articolo apparso in quegli anni sul Contemporaneo, supplemento di Rinascita, Franco De Felice, esponente di quell'"école barisienne" che Francesco diversamente da me non amava, perché non ne apprezzava a suo dire la vocazione tendenzialmente elitaria.

E infatti quello che ci aveva fatti "riconoscere", a me e a Francesco, era il fatto che per ambedue stare a sinistra, prima che aderire al comunismo (che pure è stato la bussola della nostra vita), era stata la scelta di una classe, quella dei lavoratori, diversa da quella da cui ambedue venivamo. Io più curioso della classe operaia di fabbrica, Francesco emotivamente legato al mondo bracciantile della sua Puglia. Comunque insieme ai lavoratori. La nostra fu un'amicizia, oltre che un sodalizio politico, che si cementò più che nelle lotte studentesche nelle notti passate al fumo dei copertoni bruciati nei picchetti bracciantili di Ruvo e Corato, nelle albe trascorse al mercato delle braccia di Canosa presi di mira dalle minacce dei caporali che reclutavano i braccianti per il lavoro, davanti e dentro le fabbriche occupate. Tenere insieme del movimento operaio tradizione e innovazione: questo era il nostro assillo. E non a caso, ognuno per suo conto, Francesco e io fummo poi appassionatamente berlingueriani.

Con tutto ciò e con la scelta del funzionariato, fatta una volta rientrato nel Pci, a un certo punto, alla metà degli anni settanta, Francesco ruppe di netto e iniziò la sua lunga avventura nel mondo del cinema. Ritorno alla Comune, testamento sentimentale e esercitazione letteraria di un giovane di non più di 27 anni, è la testimonianza di come anche sul piano dei rapporti interpersonali niente poteva più essere come prima.

Confesso che non capii quella scelta, come negli anni successivi non ne capii altre in un certo senso simili alla sua. Non capii, ma non mi interrogai più di tanto, forse per sottrarmi a quella resa dei conti che Francesco, per il rigore morale che lo contraddistingueva, non aveva risparmiato a se stesso.

Per me la morte di Francesco ha significato cominciare a pensare che quel libro dei conti sia il caso di riaprirlo. Si tratta di iniziare a fare un bilancio dell'eredità del '68 e della generazione che ne è stata protagonista, di scavare a fondo sulle contraddizioni di un movimento mondiale che, nei processi oggettivi e di fondo che lo alimentavano, anticipava la fine del Novecento e dei suoi paradigmi, ma che la stessa generazione che ne era protagonista si è affrettata a sistemare entro le categorie di una sinistra di cui si avvicinava il declino. Troskismo, marxismo-leninismo, operaismo, spontaneismo, anarchismo furono le figure dell'ideologia a cui la nostra generazione seppe ricorrere, ricavandole tutte dal passato glorioso del movimento operaio, qualche volta nell'illusione che riesumare dei filoni che erano stati sconfitti avrebbe potuto costituire una soluzione nuova per il futuro. La verità è che non riuscimmo a dare una risposta originale alla rottura storica che il '68 rappresentava rispetto al Novecento, cioè di un processo di liberazione radicale della condizione umana in cui fosse rovesciato, a vantaggio dei primi, il rapporto tra individuo e masse, tra libertà e uguaglianza. E non è un caso che anche coloro che guardavano alle novità che sembravano presentarsi all'orizzonte preferirono a Marcuse e alla sua "filosofia della liberazione" la "rivoluzione culturale" e Mao.

Questa contraddizione irrisolta, non avendo avuto una compiuta elaborazione sul piano critico e razionale, per molti di noi si rovesciò senza freni e senza filtri nel "vissuto". Così fu per Francesco. Così fu anche per tante storie lontanissime dalla sua, che furono travolte dalla spirale del terrorismo. C'è chi si sottrasse, senza misurarsi fino in fondo, trovando riparo nelle professioni e anche nella politica.

Comunque l'immagine di Francesco che voglio portare con me è quella di quando l'ho visto e ascoltato per la prima volta. Era il 7 novembre del 1967, cinquantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Nel teatro Piccinni di Bari gremito di gente appare sul palco un ragazzo biondo dalle cui parole emana un magnetismo che afferra e sa dare corpo alla speranza di un mondo nuovo. Per noi l'Ottobre a cinquant'anni di distanza (si pensi: solo un decennio in più dal tempo che oggi ci separa da quegli anni) era parte integrante del nostro tempo storico, lo spartiacque di un'epoca che sentivamo nostra. Ma quelli erano anche i giorni in cui ci affannavamo a negare contro ogni evidenza che quell'immagine di "Cristo deposto" che tutti i giornali del mondo pubblicavano in bella vista non fosse il Che ucciso in Bolivia, e con quell'insensato diniego forse non volevamo vedere che quello era il segnale che un'epoca della rivoluzione mondiale si stava chiudendo invece che aprendo.

Ma quella apparizione di Francesco resta per me come un'icona che mi porto dentro, capace di spingermi a ripensare le contraddizioni della mia generazione, la cui linea di condotta - se si scava a fondo - resta comunque ispirata a un insopprimibile sentimento di libertà per tutte e per tutti. E se un'eredità vogliamo lasciare alle generazioni che verranno, di quella esperienza bisogna ricostruire il senso. Finché ce n'è concesso il tempo.

"Decanter", 3-4, 2005

   
 
         
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