L’Europa e le politche dell’Unione.   

1. La discussione politica che ha caratterizzato il mese di agosto, quella che si è sviluppata attorno a Bankitalia e alle scalate di Bnl e Antonveneta e quella aperta da Mario Monti sul neocentrismo, rischia di cambiare radicalmente il quadro di riferimento entro il quale si svolgeranno le elezioni politiche del 2006. E se non è ragionevole ipotizzare che si possa arrivare alle elezioni con schieramenti diversi da quelli attualmente in campo, né che sia necessariamente pregiudicata la vittoria dell’Unione, così ampiamente anticipata dai risultati delle elezioni regionali della scorsa primavera, è possibile invece che ambedue gli schieramenti in lizza siano percepiti dall’elettorato come provvisori e che il nostro sistema politico debba cercare altre strade e altri assetti per portare a compimento l’interminabile “transizione italiana” iniziata con il collasso dei partiti di massa avvenuto tra il 1989 e i primi anni novanta.

Non sono pochi coloro che iniziano a pensare che, se dalle elezioni tedesche dovesse scaturire una nuovo Grande Coalizione tra Spd e Cdu, ciò potrebbe segnare la crisi del bipolarismo non solo in Germania ma in Europa. Anche per l’Italia, dunque, lo scenario - se non nell’immediato ma in una prospettiva ravvicinata - potrebbe radicalmente cambiare.

Se questa tendenza dovesse prendere piede, anche solo nelle aspettative di settori dell'opinione pubblica, per l’Unione sarebbe una sciagura. Anche se dovesse vincere le elezioni la sua esperienza di governo sarebbe condannata all’instabilità e potrebbe addirittura avere breve durata. Così potrebbero concepirla anche una parte di coloro che dovrebbero esserne protagonisti, da Rutelli a Mastella, e a un certo punto forse settori della stessa sinistra cosiddetta radicale, che potrebbero di fronte alle difficoltà avere la tentazione di ritornare a rinchiudersi nei propri recinti e sottrarsi alla difficile sfida del governo. Sarebbe una sciagura per il paese, che dopo la catastrofica esperienza di governo della destra e a causa del maturare di questioni antiche e mai risolte, ha bisogno di un periodo di stabilità politica per compiere quelle scelte impegnative capaci di scongiurare il pericolo che il declino della nostra economia diventi irreversibile.

Rispetto a questi problemi il passaggio delle primarie per designare la leadership del centrosinistra non costituirà certo un contributo di chiarezza. Decise per evitare che il fallimento del progetto “riformista”, voluto in primo luogo da Romano Prodi e quindi fatto proprio dalla maggioranza dei Ds, travolgesse - come a un certo punto era sembrato potesse accadere - la tenuta stessa dell’Unione, esse tuttavia costituiscono il sintomo di una tendenza non positiva alla forte personalizzazione del nostro sistema politico, all’affermarsi di un processo di “americanizzazione” tuttavia incapace di dare risposte stringenti ai problemi di fondo del paese. Per questa ragione, sebbene sia prevalsa anche a sinistra la convinzione che le primarie possano costituire un’iniezione di partecipazione e democrazia rispetto all’autoreferenzialità delle oligarchie politiche che guidano i partiti attuali, è mia opinione che meglio sarebbe stato che tutta la sinistra avesse realizzato una convergenza sul nome di Romano Prodi. Si sarebbe così circoscritto il significato delle primarie al suo valore politico immediato, quello di confermare una leadership del resto già decisa all’interno dell’Unione e da parte dei partiti che la compongono, e scossa solo dal fatto di essersi troppo incautamente esposta rispetto al fallimento della Federazione dell’Ulivo.

2. Comunque l'instabilità e l'incertezza che caratterizzano il panorama politico italiano non troverebbero una loro del tutto adeguata spiegazione, se non si tiene conto che esse sono alimentate, almeno in parte, da una pari instabilità e incertezza della situazione europea. Il problema di fondo che attanaglia l’Europa, e a cui i governi dei principali paesi europei non sanno trovare una risposta da ormai più di un decennio, è che rispetto agli Stati Uniti e ai paesi asiatici emergenti, e ancor più alla Cina, l’economia europea cresce molto a rilento. E in Italia questa crescita, a causa dell'effetto congiunto di mali antichi e della scellerata politica economica della destra, sembra restare inchiodata allo zero. A ben vedere è in questo che va cercata la ragione del fascino che il “verbo” neoliberista esercita sulle classi dirigenti europee, anche della sinistra, nella vana illusione che alla fine da esso possano venire le risposte a questo problema.

E se le principali forze del popolarismo europeo, originariamente di ispirazione cristiano sociale, hanno imboccato una deriva neoconservatrice, anche per l’innestarsi sul suo tronco di esperienze estranee alla loro tradizione come il partito di Aznar in Spagna e di Forza Italia, il socialismo europeo rischia di uscire dalle esperienze dell’ultimo decennio, soprattutto quelle che lo hanno visto svolgere una funzione di governo, diviso e smarrito.

Vi è il rischio, infatti, di una separazione tra sinistra politica e mondo del lavoro, in un certo senso anticipata prima in Inghilterra con Blair e poi in Germania con Schroeder dalla rottura dei governi a guida socialista con il sindacato. Può anche accadere, come sta avvenendo in Francia e in una certa misura nei paesi scandinavi, che la ricollocazione a sinistra di una parte dei socialisti avviene nel quadro di una reazione di tipo nazionalistico all’integrazione europea. E in Francia, dopo il referendum sulla Costituzione europea, si fanno sempre più insistenti voci su una possibile scissione del Partito socialista fondato ormai il lontano 1971 a Epinay. Né può costituire un’alternativa compiuta a tutto ciò l’esperienza di governo di Zapatero, nella quale - come ha acutamente dimostrato Ritanna Armeni in alcuni suoi reportage dalla Spagna su “Liberazione” alla fine dello scorso luglio - la radicale esposizione sui nuovi diritti indotti da un mutamento del rapporto tra condizione umana e senso della vita nel mondo contemporaneo si coniuga, paradossalmente, con una politica di basso profilo sul piano economico e su quello dei diritti sociali. La scelta della Federazione dell’Ulivo in Italia, da parte della maggioranza dei Ds, si colloca nel solco di queste tendenze del socialismo europeo, con in più il fatto che questo processo è apparso non tanto come una evoluzione interna alla sinistra socialista ma come una sorta di cooptazione della maggioranza della sinistra italiana all'interno di altre tradizioni culturali e politiche. Non è un caso che, quando nel 2003 Romano Prodi lanciò la proposta della lista dell'Ulivo per le elezioni europee, il manifesto che egli pose a fondamento del suo progetto, nel far riferimento alle basi ideali e politiche che lo ispiravano, citasse esplicitamente l'europeismo di matrice cristiana e liberale (da De Gasperi a Schumann, da Adenauer a Spinelli) senza fa mai alcun riferimento alle tradizioni del socialismo e del comunismo italiani e europei.

Una delle ragioni dello smarrimento del socialismo europeo sta nel fatto che nell’ultimo quindicennio, per fronteggiare la deriva neoconservatrice del popolarismo, non si è mai costituito un vero centrosinistra europeo, inteso non come evoluzione verso il centro delle forze d'ispirazione socialdemocratica ma come un’alleanza di portata strategica tra due soggetti politici autonomi ma convergenti, eredi delle due principali tradizioni, quella del socialismo e quella del cristianesimo sociale, che avevano in modo determinante contribuito alla costruzione dello stato sociale europeo del secondo dopoguerra, di quella nuova tappa della “civilizzazione” europea fondata sull'esperienza dell’unità antifascista e sulla rinascita della democrazia su basi di massa, dopo il crollo del fascismo e del nazismo.

Le ragioni del mancato sviluppo di quel centrosinistra di cui l'Europa avrebbe bisogno sono tante e andrebbero indagate a fondo. Una di queste ragioni può risiedere nel fatto che un centro democratico ha stentato su scala europea a costituirsi come soggetto autonomo (basti pensare che i parlamentari europei dei popolari italiani e poi della Margherita fino alla passata legislatura hanno aderito al gruppo del Partito popolare europeo). Di fronte a questo vuoto politico è stato, in un certo senso, inevitabile per i socialisti europei porsi il problema di trasformare se stessi in soggetti destinati a occupare il centro, recidendo però in questo modo legami con la propria base sociale, in qualche caso abbandonata alle suggestioni populistiche dei neoconservatori. “Nuovo Centro” di Schroeder, “terza via” di Blair, “ulivismo” all’italiana sono state le espressioni politiche più significative di questa tendenza. E quando un nuovo centro democratico si è iniziato a costituire in Europa con il gruppo parlamentare a cui aderisce Rutelli (del resto voluto fortemente da Prodi), l’interlocutore - cioè una sinistra socialista radicata nel sociale e con l’attitudine al governo - sembrava non essere più sul campo. Il rischio è che si trovino a confrontarsi invece due formazioni, provenienti da diverse tradizioni politiche del Novecento ma profondamente influenzate ambedue da tendenze neocentriste, pronte più a cooptarsi a vicenda che a stringere un’alleanza tra loro, cioè a formare una coalizione capace di parlare a un complesso panorama di forze sociali e di orientamenti politici e ideali, e quindi alla maggioranza degli europei.

3. E’ possibile invertire questo corso delle cose? E' possibile cioè che il socialismo europeo si ricollochi a sinistra e insieme sappia evitare che questo significhi una chiusura entro i limiti della propria tradizione e del suo antico insediamento sociale attraverso l'apertura di un'interlucuzione con un centro democratico in via di formazione?

Sì, è possibile e sarebbe anche necessario. Perché lungo la strada sin qui intrapresa è evidente che non ci sono le risposte alle contraddizioni irrisolte che investono il modello di sviluppo europeo. Perché dovrebbe essere ormai evidente che per questa via il socialismo europeo può sperdersi e frantumarsi. Perché lungo questo percorso - improntato a un rapporto feticistico con la modernizzazione - non è possibile trovare le risorse culturali, le alternative di valore necessarie, per fronteggiare l'offensiva reazionaria dei "teocons" e misurarsi con un mondo in cui sempre più i rapporti tra gli uomini sembrano essere improntati alla relazione, e più spesso al conflitto, tra le diverse fedi religiose.

La costruzione di una grande alleanza tra una sinistra unita, che inizi a colmare il fossato esistente tra sinistra radicale e sinistra moderata, e un nuovo centro democratico corrisponde dunque agli interessi attuali del Vecchio Continente. Per affrontare le sfide della globalizzazione e il problema irrisolto della sua bassa crescita, l'Europa deve mettere in discussione i fondamenti stessi del suo modello di sviluppo (come del resto ha gia fatto all'indomani della seconda guerra mondiale attraverso la costruzione del welfare state), porsi il problema della qualità della crescita e di una nuova divisione internazionale del lavoro. Ha bisogno, per fare tutto ciò, di guardare senza complessi sia al primato degli Stati Uniti che alla concorrenza della Cina, ponendo con forza il tema che, tra le regole che debbono governare il mercato mondiale, deve essere inclusa anche quella della graduale estensione dei diritti e del benessere di chi lavora. Insomma, non meno tutele e diritti sociali in Europa, ma più diritti e tutele nei paesi competitori. Ciò significa intanto che l'Europa ponga finalmente a fondamento della sua unione politica l’economia reale, una comune politica industriale, una riforma radicale delle sue politiche agricole, la rivendicazione di un mondo multipolare non solo dal punto di vista geopolitico ma anche da quello economico.

Certo, si tratta di una vera e propria rivoluzione, che per potersi realizzare ha bisogno di una vasta base di consenso. Può suscitare questo consenso la sinistra da sola? Può farlo un nuovo centro sostanzialmente subalterno alle culture liberiste prevalenti? O può suscitarlo una nuova aggregazione "riformista" rivolta prevalentemente agli strati di élite orientati dalla modernizzazione e pronta a lucrare, per svolgere la propria funzione di governo, sulla crisi di partecipazione che i sistemi elettorali maggioritari inevitabilmente provocano?

Nessuna di queste ipotesi politiche è adeguata allo scopo. Dovrebbe essere del tutto evidente che per realizzare un consenso attorno a un progetto di questa portata ci vuole il concorso di più forze capaci di incidere nel profondo della società europea. E' questo, in fondo il centrosinistra europeo di cui ci sarebbe bisogno. Del resto, o l’Europa imbocca questa strada o soccombe alle tendenze attuali della competizione internazionale. Sono in gioco la sue conquiste economiche e sociali, gli stili di vita che vi si sono imposti, la qualità della sua democrazia. Cose che stanno a cuore alla maggioranza degli europei.

Ebbene, un contributo decisivo a aprire questo nuovo corso europeo potrebbe venire proprio dalle elezioni politiche italiane e dalla vittoria dell’Unione, se la sua costruzione fosse posta su basi politiche adeguate. Infatti, questa alleanza da Rifondazione all’Udeur - nonostante le ipoteche “riformiste” e neocentriste da cui è stata sinora condizionata- è esattamente quel rapporto tra sinistra e centro democratico che da più parti si vuole esorcizzare. E sarebbe un bene se, dopo le primarie, Prodi si acconciasse a interpretarne finalmente questo suo carattere di fondo, questa condizione di fatto che è l'unica che riesce a garantirne stabilità e equilibrio. Inoltre, l’Italia è il punto più esposto alle sfide alte che l’Europa deve affrontare, è il paese europeo che più di ogni altro deve mettere a tema una riforma delle sue fondamenta economiche, del suo apparato produttivo, se vuole salvarsi dal declino. Questo non è un interesse solo della sinistra ma di tutto quella parte del paese che è portata a investire e a scommettere su un allargamento e un rilancio delle sue basi produttive.

Non c'è alcun dubbio che l'esperienza di governo dell'Unione non potrebbe reggersi a lungo se dovesse contare solo sul cemento costituito dalla comune avversione delle diverse forze che la compongono a Berlusconi e a tutto quello che egli rappresenta. Ma è anche vero che le differenze all'interno dell'Unione potrebbero essere una risorsa e cessare di costituire motivo di imbarazzo se fossero rappresentative della pluralità di soggetti chiamati in campo dal nuovo "compromesso storico" tra lavoro e capitale, necessario a realizzare quella convergenza di intenti in grado di dare corpo a un programma di svolta e di cambiamento..

Solo così l'esperienza di governo dell'Unione potrebbe garantire quella stabilità indispensabile - oggi insidiata dalle ipoteche neocentriste, ieri dalle chimere "riformiste" - per svolgere quella funzione di governo di portata storica di cui l'Italia ha bisogno.

“L’Ernesto”, 4, 2005

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista