Europa e futuro. Insieme si vince 

Il positivo risultato delle amministrative è in grado di indicarci una prospettiva che, più che la sinistra, riguarda il centrosinistra. Ci dice cioè che, se le forze politiche che sono all'opposizione in Italia fanno coalizione, costituiscono per l'elettorato una credibile alternativa all'attuale maggioranza, che il paese incomincia a dimostrare segni di stanchezza verso Berlusconi, e che la coesione dell'attuale coalizione di governo è meno forte di quanto potesse apparire.

A mio parere, inoltre, i risultati delle amministrative ci dicono anche che cosa debba essere una nuova coalizione di centrosinistra che torni a candidarsi alla guida del paese. Nelle provinciali e nelle comunali la legge elettorale in vigore ha infatti favorito l'alleanza di partiti distinti, che mantengono una propria identità e articolazione anche sul piano elettorale, anche se sono uniti da un programma comune e da una comune prospettiva di governo. Il recente test elettorale ci dice, cioè, che quanto più il centrosinistra assume i caratteri di una vasta coalizione democratica, tanto più viene esaltata la sua capacità espansiva, che lo schema di un'alleanza a cerchi concentrici - prima i "riformisti doc" uniti nell'Ulivo e poi l'alleanza con Rifondazione -, su cui insiste soprattutto Massimo D'Alema, ha lo sguardo rivolto al passato ed è stata foriera delle divisioni che hanno aiutato Berlusconi a conquistare il governo del paese.

Il discorso diventa, invece, più complesso e più problematico se, a partire dalle elezioni, dobbiamo ricavare elementi di giudizio sul futuro della sinistra. Certamente, l'affermazione dei Ds, il buon risultato dei comunisti italiani, la tenuta dei Verdi e di Rifondazione ci fanno superare quella sensazione di vero e proprio declino che i risultati raggiunti nelle elezioni per la quota proporzionale della Camera avevano fatto paventare. Pur senza perdere di vista che il balzo in avanti in percentuale più che da un incremento di voti in assoluto dipende dal fa tto che l'elettorato che guarda a destra questa volta non sia andato a votare, non si può negare che una ripresa di consensi si è avviata e che il rapporto con i movimenti ha fatto bene anche elettoralmente alla sinistra. Ma al di là di considerazioni di questo tipo, sostanzialmente congiunturali, è difficile poter andare.

Se vogliamo occuparci del futuro della sinistra bisogna recuperare uno sguardo un po' più lungo che vada oltre anche l'obiettivo di mettere in campo una coalizione vincente contro Berlusconi alla prossime elezioni politiche. Naturalmente un rapporto c'è tra il successo di questa operazione e i caratteri della futura esperienza di governo e l'avvio di un ragionamento sulle prospettive della sinistra nel nostro paese. Ma tale ragionamento non può eludere i temi strategici, storico-politici, che ci portiamo appresso almeno da un quindicennio (cioè dalla svolta dell'89) e che sono tutti sostanzialmente irrisolti davanti a noi.

Sintomatica da questo punto di vista è la divisione che si è verificata sul referendum sull'estensione dell'art. 18. Al di là dei risultati e delle conseguenze immediate che essi avranno nei rapporti a sinistra, questo passaggio non può costituire una fastidiosa parentesi che ci lasciamo alle spalle come qualcuno è portato a pensare. Infatti, quando una divisione avviene su un tema di portata strategica che riguarda il lavoro, la sua concezione e il ruolo che ad esso si assegna nella società moderna, ciò che viene messo in discussione è il principale fondamento identitario su cui una sinistra che opera in una dimensione europea poggia la sua ragion d'essere.

E un confronto più stringente sul contesto europeo e quale ruolo e fisionomia debba assumere la sinistra nel processo di unione politica della nuova Europa allargata diventa essenziale ai fini di questo ragionamento. Si interrogano il socialismo europeo e le altre forze della sinistra continentale su questo punto in maniera adeguata? La risposta a questo quesito è altresì dirimente per il modo in cui si affronta il tema della globalizzazione e dei movimenti da essa prodotti.

E' a questo punto del ragionamento che ritorna il tema del rapporto tra sinistra e centrosinistra in una prospettiva che punti a rifondare le ragioni di una sinistra autonoma all'altezza delle sfide del nuovo secolo. Se nella discussione sull'Ulivo che è in corso nel nostro paese continua a operare sottotraccia, per emergere di tanto in tanto alla luce del sole, il convincimento che non c'è prospettiva per una sinistra che non si trasformi in un'organica formazione di centrosinistra, che questa è la quintessenza del nuovo "riformismo" dell'epoca del neoliberismo, perché sono venute meno le ragioni dell'autonomia della propria ba se sociale di riferimento, ha poco senso parlare di "prospettive della sinistra".

Per quel che mi riguarda sono persuaso che sarà il corso stesso delle cose a far giustizia di una simile convinzione.

"La Rinascita", 25 giugno 2003

   
 
         
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