Cosa sta accadendo a sinistra 

Il congresso nazionale dei Ds si apre all’insegna di un paradosso. La linea indicata dalla mozione di Piero Fassino, che ha raccolto quasi l’80% dei consensi tra gli iscritti, alla luce dei fatti appare difficilmente praticabile, almeno nell’immediato. La Federazione riformista tra Ds, Margherita, Sdi e Movimento repubblicano è lungi dall’essere nell’intenzione dei partner dei Ds quel nuovo soggetto politico di cui parla la mozione di Fassino. E se qualche cosa sarà realisticamente a breve, è più probabile che sia il nucleo di fatto di quel "partito personale" che con una tenacia degna di miglior causa persegue Romano Prodi. Ma a questa prospettiva resistono sia la Margherita che i Ds, i quali si sentono schiacciati dalla tenaglia costituita dal tandem Bertinotti- Prodi in vista di primarie con troppa leggerezza accolte dalla maggioranza del principale partito della sinistra.

Ma anche quello che è accaduto tra le minoranze dei Ds è sicuramente il sintomo dell’incertezza di prospettiva che attanaglia il partito. Il fatto che, dopo la crisi del "correntone", non sia stato possibile ricostruire una sinistra dei Ds, che avrebbe sicuramente raggiunto e anche superato quel 20% di consensi che la vecchia sinistra Ds aveva capitalizzato al congresso di Torino del 2000, è esso stesso il segno di una crisi di ruolo e di funzione, che alla fine ha fatto prevalere logiche da ceto politico foriere di divisione e di frantumazione.

Sembra essere questa altresì una condizione generale a sinistra, non circoscrivibile alla vicenda dei Ds. Anche il fatto che Rifondazione comunista vada al congresso con ben cinque mozioni e che il segretario del partito abbia preferito la conta alla ricerca di una mediazione politica possibile è il segno di una difficoltà politica non secondaria. Come anche segno di una mutazione possibile del ruolo di Rifondazione comunista nel sistema politico italiano è - soprattutto dopo il successo di Vendola in Puglia - la conversione di questo partito alla pratica delle "primarie", esaltate impropriamente come una forma di democrazia diretta. Cosa che - altro paradosso! - potrebbe fare involontariamente di questo partito uno degli agenti del processo di "americanizzazione" in atto del sistema politico italiano.

Ma che cosa sta succedendo a sinistra? E come si colloca nel contesto generale della sinistra e del centrosinistra il congresso dei DS? Per le minoranze è maturo il tempo per interrogarsi intorno a questo problema, oltre che naturalmente ribadire le ragioni della contrarietà alla proposta della Federazione riformista. Si tratta di ragioni - come è noto - che attengono alla necessità che sia mantenuta in vita in Italia una forza autonoma della sinistra di ispirazione socialista, che mantenga un legame organico con il mondo del lavoro e con i suoi punti di vista sulle società contemporanee, che possa svolgere una funzione centrale all’interno della grande coalizione democratica che dobbiamo mettere in campo per battere Berlusconi. La proposta della Federazione rimette in pista sotto nuove vesti la sciagurata dottrina delle "due sinistre" (fondata sulla convinzione di una irriducibile diversità sul piano identitario tra una sinistra radicale o antagonista e una moderata) che è stata una delle cause della crisi della coalizione di centrosinistra nel 1998 e della successiva sconfitta elettorale del 2001.

E' fortissima, tuttavia, la sensazione che, qualsiasi sia la direzione verso cui ci si vuole muovere ("unità a sinistra" versus "unità riformista"), ci si trovi in una situazione di stallo. Non decolla la Federazione, che affida le sue fortune nelle speranze della maggioranza dei Ds ai risultati delle liste unitarie alle regionali piuttosto che a un organico progetto politico. Ma fatica anche a rompere gli ormeggi il progetto di una nuova convergenza a sinistra evocato dall’assemblea indetta dal Manifesto il 15 gennai o, o comunque è sicuramente rallentato dalla prossima scadenza delle elezioni regionali, dove alle liste dell’Ulivo nessun progetto unitario viene contrapposto a sinistra.

L’impressione è di una situazione generale di blocco del sistema politico (a cui contribuisce innanzitutto la vocazione "sovversiva" della destra italiana), di una condizione in cui sia da un lato che dall’altro stentano a venire avanti soluzioni adeguate. Si è cioè in presenza di quel particolare fenomeno, in cui da nessuna dalle parti in lizza viene offerta un’alternativa, che Max Weber definiva di "crisi organica" dei sistemi politici.

E allora la vera questione è perché tutto ciò? Credo che una risposta possa venire abbozzata se incominciamo a guardare in profondità nel tempo in cui ci è dato di agire, certamente con lo sguardo rivolto al fu turo ma facendo finalmente un bilancio sul quindicennio che ci separa dal crollo del muro di Berlino. Il problema principale è sicuramente quello che siamo alle battute finali della lunga transizione politica che ci separa dalla fine dei partiti di massa verificatasi tra il 1989 e il 1993 e dalla crisi delle grandi identità politiche del Novecento. Ma se il processo di esaurimento del vecchio è ormai completo, il nuovo stenta a nascere.

Bisogna riconoscere che la prospettiva "riformista" perseguita dalla maggioranza dei Ds - e al suo interno con particolare lucidità e coerenza da Massimo D'Alema - vuole essere una risposta a questa necessità. Le ragioni del suo possibile fallimento non stanno tanto nel fatto che sarebbe velleitario cercare una nuova identità a sinistra, quanto piuttosto che questa specifica ricerca in atto si colloca entro un ciclo di revisione che la socialdemocrazia ha tentato di se stessa, con la "terza via" di Bair e il "nuovo centro" di Schroeder, praticamente concluso dalle esperienze di governo degli anni Novanta e dalla lunga e inquietante, per i destini del mondo, fase neoconservatrice rappresentata negli Stati Uniti dalla presidenza Bush. Essa, inoltre, mentre in Germania e Gran Bretagna si è affidata a una possibile evoluzione politica che avrebbe dovuto riguardare le sole forze della socialdemocrazia, in Italia dovrebbe fare affidamento su forze di origine centrista - cattoliche o liberaldemocratiche - oggi organizzate nella Margherita, e che legittimamente sono ostili a confluire nell'ambito del socialismo europeo.

La proposta "riformista" comunque tutto può essere fuorché la risposta alla domanda di nuova identità che viene da sinistra. Essa, nel suo impianto di fondo, denunzia la sua subalternità al "pensiero unico" che ha dominato le culture politiche tra gli anni Ottanta e Novanta, non rappresenta un'alternativa all'assetto che il neoliberismo ha dato al mondo contemporaneo, non costituisce una soluzione alle contraddizioni del tempo presente, a cominciare dal tema della pace e della guerra.

A sinistra si è soliti reagire a tutto ciò declinando il rinnovamento dell'azione politica con la riaffermazione delle identità proprie della tradizione del movimento operaio. E' questo che, in fondo, accomuna la posizione delle minoranze Ds, che rivendicano la necessità di radicare senza incertezze il proprio partito nell'alveo del socialismo europeo, e quella che in Rifondazione è rappresentata dalla mozione "Essere comunismi", che contrappone al movimentiamo di Bertinotti la riaffermazione dell'identità comunista del partito.

E' del tutto evidente che un rinnovamento dell'identità della sinistra non può passare, come è accaduto finora, da una vera e propria rimozione della storia della sinistra del Novecento. E' questa del resto, a mio parere, il vizio d'origine della "svolta" di Occhetto nel '89, e aver proceduto per rimozioni successive del patrimonio del movimento operaio europeo è una delle ragioni di questa lunga e confusa transizione che sembra non avere mai fine.

Dunque e del tutto evidente che una nuova sinistra, che voglia riaffermare le ragioni dell'autonomia politica e culturale del lavoro e la sua rappresentanza, non può che ripartire dall'esperienza del comunismo e del socialismo europei. Rinnovare guardando a sinistra significa rielaborare criticamente quelle esperienze, e aver tentato di cancellarle - sia sul versante della sinistra moderata che di quella radicale - è una delle ragioni di una crisi che perdura.

E, tuttavia, è mia convinzione che la sinistra ha bisogno di abbattere la "muraglia cinese" tra comunismo e socialismo se vuole rispondere ai dilemmi del tempo presente e costruire un proprio futuro, una rinnovata identità che poggi le sue basi su una aggiornata e moderna critica del capitalismo.

Nel cuore della tragedia degli anni Trenta, di fronte cioè al dilagare del fascismo e del nazismo, "socialismo o barbarie" è stata la parola d'ordine che ha meglio espresso il dilemma di fronte a cui si trovato il movimento europeo. Fu l'antifascismo la via d'uscita, cioè l'incontro tra grandi tradizioni democratiche che seppero trovare una intesa di valore storico senza cancellare se stesse. Di fronte ai pericoli della guerra permanente e alle sfide del capitalismo globale, il dilemma è lo stesso e la risposta da trovare deve essere all'altezza di quella di allora. Perciò la costruzione di una nuova identità a sinistra è inscindibile dal compito storico di costruire un centrosinistra europeo, fa tto anche questa volta da grandi componenti che si incontrano senza negare se stesse.

Solo se sapremo, a sinistra fare una cosa simile la soluzione "riformista", cioè la scelta della maggioranza dei Ds, apparirà agli occhi dei più la misera cosa che in effetti è.

"L'Ernesto", 1, 2005

   
 
         
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