La politica della sinistra e l’economia reale

Critica Marxista, 4, 2007

Perché la sinistra italiana non ha una sua politica economica e nell’esperienza di governo in corso la sua azione si limita a contenere gli effetti socialmente più iniqui dell’impianto monetarista, proprio della maggioranza dell’Unione? Lo scontro molto aspro sull’età pensionabile in corso nella maggioranza di governo non si discosta da questo scenario. E la stessa lotta ai processi di precarizzazione del lavoro che la sinistra conduce all'interno del centrosinistra - che costituiscono in effetti sul versante dei rapporti di produzione e di scambio la spina dorsale del sistema economico attualmente dominante - è declinata più dal lato della battaglia in difesa dei diritti soggettivi di chi lavora che come intervento teso a spostare i rapporti di forza generali nella produzione e nei servizi.

Riccardo Bellofiore su “Liberazione” dell’8 luglio afferma che ciò dipende dal fatto che la sinistra non conosce il capitalismo contemporaneo. E che quindi anche l’indicazione che sullo stesso giornale qualche giorno prima (il 3 luglio) veniva data da Rossana Rossanda, secondo cui una nuova sinistra in costruzione dovrebbe essere “anticapitalista”, rischia – in assenza di una conoscenza adeguata dei caratteri costitutivi della società attuale – di rimanere una mera petizione di principio.

Bellofiore ha ragione. L'impianto teorico e pratico di tipo “antiliberista” che la sinistra – da Rifondazione alla Sinistra Ds, oggi Sinistra democratica – ha dato nel corso di questi anni alla sua critica della società attuale, sostanzialmente mutuata dall’elaborazione dei movimenti “no-global”, appare a un esame accurato non in grado di sostenere un'analisi dei caratteri specifici, delle loro articolazioni e differenziazioni, delle dinamiche economiche in corso, sia su scala mondiale che nelle diverse aree del mondo. Se infatti l'impostazione antiliberista (merito importantissimo di questa corrente di pensiero a sinistra) rende ragione della tendenza generale, che si è imposta a partire dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, a ricostruire il processo di accumulazione attraverso la precarietà del lavoro e il ridimensionamento dello Stato sociale, nulla ci dice sulle politiche economiche seguite dalle classi dominanti e dai governi delle diverse potenze industriali e sulle differenze che vi sono tra loro.

E’ del tutto evidente infatti che c’è una diversità, e anche un contrasto, tra le politiche che sono prevalse nel corso degli ultimi trent'anni negli Stati Uniti, fondate su un aumento del deficit e dell’indebitamento dello Stato e delle famiglie e sull’andamento prevalentemente speculativo dei mercati finanziari (le cosiddette "bolle"), assunti come fattori trainanti della crescita, e la scelta monetarista incentrata sull’equilibrio dei bilanci pubblici propria della Banca centrale europea e dei maggiori paesi dell’Unione europea.
Questa differenza di fondo tra gli Stati Uniti e l’Europa dipende naturalmente dalla diversa collocazione delle due principali entità geoeconomiche del capitalismo mondiale rispetto all’attuale divisione internazionale del lavoro e alle dinamiche impresse dai processi di globalizzazione, e anche dal diverso rapporto che esse intrattengono con i paesi emergenti dello scacchiere asiatico e con la necessità che questi hanno di collocare sul mercato finanziario a livello globale l’enorme liquidità accumulata nel corso del loro impetuoso e disordinato sviluppo.

In Italia, se un contrasto c’è stato tra politiche economiche del centrosinistra e del centrodestra esso è consistito nel fatto che, mentre quest’ultimo sembrava attratto dal modello neoliberista americano e dalle sue politiche economiche ( si vedano gli interventi non solo di Tremonti ma anche di De Rita nel quinquennio trascorso), il centrosinistra ha ancorato il suo disegno economico all’orizzonte della stabilità dei bilanci e della moneta proprio dell'Europa.
E’ stata evidentemente implicita convinzione della sinistra italiana, a partire da Rifondazione, che con l'indirizzo macroeconomico proprio del modello europeo vi fosse la possibilità di un'intesa altrimenti impossibile in presenza della "via americana" praticata dal centrodestra, fondata sul combinato disposto di deficit spending e macelleria sociale. Che, insomma, dentro l'orizzonte europeo si sarebbe trovato uno spazio per una politica di equità sociale, per realizzare quel compromesso tra capitale e lavoro capace di dare una dimensione strategica e non congiunturale al centrosinistra.
La verità, tuttavia, è che a sinistra una discussione condotta esplicitamente in questi termini non è stata mai fatta. Anche nella fase della stesura del programma dell'Unione non c'è stato un esplicito confronto tra politiche economiche generali diverse per misurarne la possibile effettiva convergenza. Ciò dipende probabilmente dal fatto che la scelta del centrosinistra è stata dettata prevalentemente dalla necessità di contrastare una destra particolarmente aggressiva e pericolosa. Si è trattato di una scelta fatta sull'onda dell'emergenza. Non c'è stata, cioè, una ricerca approfondita sulla possibilità di costruire una convergenza effettiva tra politiche economiche diverse nell'ambito della comune scelta europeista.

Se si guarda all’esperienza italiana, in questo mancato, esplicito, chiarimento sui confini entro cui era possibile costruire una politica macroeconomica condivisa sta forse la principale ragione dell’instabilità del governo dell’Unione. La sinistra sembra essere costretta a un ruolo di puro condizionamento, o di aperto contrasto come nel caso della discussione sulle pensioni, di scelte di politica economica generale a cui però non si è in grado di contrapporne altre della stessa ampiezza e portata.

L’unica eccezione è stato il tentativo di un nutrito gruppo di economisti di sinistra, che, alla vigilia del Dpef dello scorso anno, sostennero contro le scelte tese a dare priorità al risanamento della finanza pubblica una politica di stabilizzazione del debito.
Si trattò di una posizione sostanzialmente inascoltata, in parte per la sordità e l’arroganza delle componenti moderate dell’Unione e dello stesso ministro del Tesoro, ma anche perché essa stessa sfuggiva alla necessità di indicare quale potesse essere una soddisfacente mediazione tra quell'impostazione e i vincoli stabiliti in sede europea.
A questo punto un interrogativo si pone. La situazione di stallo attuale dipende dai limiti soggettivi della sinistra, che pur ci sono, oppure bisogna arrivare alla conclusione che con le politiche economiche attuate nel modello europeo un compromesso è difficile da realizzare?

La domanda è d’obbligo anche per chi a sinistra (come chi scrive) nel corso di questi anni ha sempre pensato che tale compromesso fosse auspicabile e che l’alternativa ad esso sarebbe stata per la sinistra la marginalità e il declino. Bisogna interrogarsi infatti sulla ragione per cui esperienze di governo di centrosinistra, che di questo compromesso dovrebbero essere l’espressione politica, o sembrano essere votate al fallimento, come rischia di accadere in Italia, o di esse non c’è traccia nel resto dell’Europa, dove – quando la sinistra assume responsabilità di governo – è essa stessa spesso orientata a attuare politiche di centro. La risposta a questo dilemma è possibile solo se, nella riflessione e nel dibattito sui temi della politica economica, la sinistra riparte dall’”economia reale”. Questo significa, innanzitutto, che la sinistra deve assumere il superamento della precarietà del lavoro come “variabile indipendente” del suo agire economico, nel senso che lo fu il salario per gli allievi di Sraffa negli anni Sessanta, all’indomani del miracolo economico e dell’affermarsi di quello che all’epoca fu definito il neocapitalismo e di un sistema produttivo fondato sui consumi di massa. E ciò non perché si intenda sostenere che l’equilibrio tra i diversi fattori economici non sia influenzato da un tale obiettivo, ma perché esso possa essere la leva per realizzare nuovi equilibri.
Partire dell’economia reale significa, in secondo luogo, poi porre in una dimensione europea il tema delle risorse energetiche, della loro rinnovabilità. Nessuna politica economica nuova può esistere senza un ripensamento delle scelte energetiche, che risulta cruciale anche al fini di realizzare l'indispensabile alleanza tra produzione, scienza e ambiente.

In terzo luogo è necessario ripensare a un nuovo rapporto tra pubblico e privato (a il suo interno ridefinire una strategia dei “beni comuni”), indicare lo spazio che nei bilanci pubblici debbono trovare gli investimenti in produzione e servizi, superando attraverso la crescita la sterile alternativa tra riduzione del debito e spesa sociale.
Si tratta poi più immediatamente di giungere, in sede politica, a un giudizio condiviso sull’attuale positiva congiuntura internazionale, sui suoi caratteri, sui suoi limiti e sulle previsioni di durata del ciclo espansivo, per valutare le trasformazioni che essa determina nella divisione internazionale del lavoro e quindi il posto che Europa e Italia si apprestano a occupare nel mercato globale.

Alla sinistra tocca, insomma, provare a cercare in forme più sistematiche di quanto abbia fatto finora i punti d’intesa tra le proprie posizioni e la cosiddetta agenda di Lisbona che segna gli obiettivi che l’Europa si è data.. Solo così intervento pubblico, programmazione, intervento sull’organizzazione del lavoro e sua evoluzione possono ritornare ad essere strumenti di una politica economica aggiornata e non essere visti come totem di un passato ormai defunto.

E solo così sarebbe possibile per la sinistra ritornare ad essere percepita nel nostro paese come una grande forza “nazionale”. Infatti, se si parte dall’economia reale, è facile comprendere come nell’attuale divisione internazionale del lavoro si stia consumando un processo di denazionalizzazione della nostra economia, che probabilmente le scelte europee, a cominciare dall'imposizione di rientro dal debito, non aiutano di per sé a contrastare. Sarebbe anacronistico affrontarlo elevando barriere protezionistiche. Ma porlo a tema, significa forse veder più chiaro in quello che accade nelle concentrazioni bancarie, nell’involuzione speculativa del capitalismo delle grandi famiglie, nei cambiamenti che investono la piccola e media industria dei distretti, in quel che sta accadendo nel Mezzogiorno.

Critica Marxista, 4, 2007

   
 
         
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