Il lavoro dopo il Referendum   

Molti a sinistra, tra tutti coloro che hanno guardato con ostilità al referendum sull'art.18 o hanno appoggiato il sì controvoglia, oppure con incertezza e molto ritardo, sostengono che l'esito della consultazione ha reso più difficile la battaglia per l'estensione delle tutele e il rafforzamento dei diritti per chi lavora. Le cose non stanno così. Certamente il mancato raggiungimento del quorum è un insuccesso e i promotori del referendum dovrebbero per il futuro trarne una lezione.

Quando si pongono obiettivi di tale portata, si dovrebbe, probabilmente, con maggiore pazienza perseguire uno schieramento più largo di quello che si è riusciti a realizzare a sostegno del quesito referendario. Comunque, benché non si possa teorizzare che i referendum debbano servire a fare grandi sondaggi di massa, quegli 11 milioni di sì dicono a tutto il centrosinistra quale strada bisogna seguire per reimpostare e rilanciare la battaglia politica sul lavoro aperta dall'offensiva della destra.

Naturalmente, perché questo accada è necessario che permangano le condizioni politiche che il promettente risultato delle elezioni amministrative di primavera conseguito dalle opposizioni ha lasciato intravedere. Si tratta di vedere, cioè, se sarà confermato l'orientamento a realizzare una convergenza ampia di forze - da Rifondazione a Italia dei Valori - che si candidano a governare l'Italia.

E' ovvio che la strada che separa l’affermazione di un tale orientamento e la realizzazione di un'effettiva convergenza è irti di ostacoli. Infatti, su temi cruciali - dalla politica estera all'atteggiamento da assumere verso la riforma della legge elettorale e della forma di governo che la destra a un certo punto porrà sul tappeto - le differenze sono ancora grandi. E lo sono anche, allo stato degli atti, sulle politiche del lavoro.

Su ognuno di questi temi è dunque necessario lavorare per realizzare punti di incontro, quel compromesso programmatico tra tutte le forze del centrosinistra che tenga conto delle posizioni di partenza di ognuna di esse ma soprattutto degli orientamenti della gran parte dell'elettorato del centrosinistra, e poi in ultima istanza degli interessi del paese.

Il risultato del referendum ci ha detto, tra tante altre cose, che all'attacco della destra sui temi del lavoro non si può rispondere solo difendendo le conquiste del passato, del resto erose dal lungo scavo operato dal neoliberismo dominante da più di un decennio nella cultura e nel senso comune prima che nelle stesse politiche del lavoro.

Lo smantellamento delle relazioni industriali e del mercato del lavoro che la destra persegue con i suoi provvedimenti è talmente profondo che può essere contrastato solo opponendo a questa azione un progetto politico di segno opposto. E' quanto, sia pur disordinatamente, è venuto avanti nel corso di questi due anni, non solo attraverso la promozione del referendum per estendere l'art.18 alle imprese con meno di quindici dipendenti, ma persino con la presentazione da parte della maggioranza Ds e della Margherita della cosiddetta "Carta dei diritti dei lavoratori", che pure è figlia della cultura di governo del centrosinistra degli anni Novanta.

Bisogna riconoscere infatti che, a parte la contrapposizione artificiosa tra diritti dei lavoratori precari di cui la “Carta” si occupa e quelli dei dipendenti nelle imprese minori, la "Carta dei diritti" segnala un vero e proprio salto di cultura politica da parte delle stesse componenti moderate del centrosinistra. Se nell’azione dei governi di centrosinistra le politiche del lavoro - prima con il "pacchetto Treu" e poi con le norme relative ai cosiddetti co.co.co (collaborazioni coordinate e continuative) – sono state improntate al principio della "regolazione delle flessibilità", ora con la "Carta" esse si collocano, sia pure a loro modo, nel solco della lotte di questi due anni, e si ispirano perciò all'obiettivo di “estendere le tutele e rafforzare i diritti". Insomma, è lo sviluppo stesso delle lotte sul lavoro, a cominciare da quelle promosse dalla Cgil, che ci dice che una convergenza è possibile tra le posizioni più moderate e quelle più radicali presenti nell’ambito della sinistra e del centrosinistra.

Bisogna perciò mettere sul tavolo del confronto la ricca e articolata produzione di disegni di legge che nell'ambito del centrosinistra è stata fatta nel corso di questi anni. Mi riferisco non solo, ovviamente alla "Carta dei diritti" ma ai disegni di legge presentati al Senato da me e da Alfiero Grandi alla Camera che affrontano per via legislativa il problema dell'abbassamento della soglia di applicabilità dell'art.18. Questione che resta aperta nonostante l’esito del referendum.

Al Senato poi da questi disegni di legge sono stati tratti emendamenti che verranno discussi nell'ambito del confronto parlamentare in corso sull'art. 18 (legge delega 848 bis). Questa discussione potrebbe costituire l'occasione perché da parte di tutto il centrosinistra ci sia un mutamento di atteggiamento rispetto all’intangibilità della soglia dei quindici dipendenti che da parte dei settori moderati del centrosinistra è stata fino al referendum vissuta come un “tabù”. Vi sono poi i disegni di legge approntati dalla Cgil e che i Ds hanno presentato come propri al Senato. Vi è il disegno di legge di Alfiero Grandi che affronta il problema dei lavoratori “atipici” cercando di equipararli ai lavoratori dipendenti, quando le loro prestazioni di lavoro sono assimilabili alla collocazione di questi ultimi. Vi è poi il disegno di legge di Salvi sul reddito sociale, e quelli della maggioranza Ds e della Margherita sull'estensione degli ammortizzatori sociali e sul processo del lavoro.

Si tratta di posizioni diverse che, tuttavia, debbono essere verificate nel merito anche in relazione all'evoluzione della situazione determinata dall'azione del governo e della maggioranza. Per esempio, il decreto attuativo della legge 30, quella attraverso la quale la destra ha operato una forte manomissione e precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro, impone un ripensamento radicale della stessa "Carta dei diritti" presentata dalla maggioranza dei Ds e dalla Margherita. Essendo quest’ultima fondata sulla costruzione di un sistema di tutele per i precari, e avendo molto cambiato la legge 30 e il decreto attuativo che ne è seguito le attuali figure di lavoro precario, a partire dalla soppressione della figura delle collaborazioni coordinate e continuative che costituiva il principale punto di riferimento per l'impianto normativo della "Carta", non c’è dubbio che questa ha perso gran parte della sua attualità.

Insomma, si tratta di mettere a disposizione questo enorme materiale prodotto, spesso entro logiche di contrapposizione, per una nuova elaborazione comune, assumendo le differenze che finora si sono registrate come differenti punti di partenza per giungere a formulazioni comuni, o comunque convergenti, e non come "bandierine" con cui segnalare l'occupazione di un territorio, o peggio come una "clava" da brandire nei rapporti all'interno dell'opposizione.

Questa svolta nei rapporti a sinistra e nel centrosinistra sui temi del lavoro dovrebbe essere assecondata non solo dallo sviluppo positivo dei rapporti tra le forze politiche dell’opposizione, ma anche dalla necessità – dopo due anni di lotte ma anche di divisioni traumatiche – di fare un bilancio dei rapporti sociali e delle relazioni sindacali prodotte dall'offensiva della destra. Dovrebbe essere chiaro a tutti, ormai, che l'obiettivo delle leggi delega del governo in materia di lavoro è non solo quello di colpire i diritti del lavoratori ma la stessa contrattazione collettiva e i suoi attori. Se le norme contenute nella legge 30 passassero senza alcun contrasto quella che verrebbe colpita al cuore è la funzione stessa del sindacato nel conflitto sociale e come attore negoziale. Cisl e Uil sono disposte sino a tanto? Sull'attacco alle pensioni da parte della destra il fronte sindacale sembra presentarsi unito. Ciò non potrebbe aiutare un ripensamento che investa anche le politiche del lavoro?

Queste considerazioni rimandano a una questione di fondo, vista per tempo dalla Fiom nel corso della travagliata vicenda del contratto dei metalmeccanici, che dovrebbe divenire una delle chiavi di volta di un nuovo programma per il lavoro da parte delle opposizioni. Mi riferisco alla necessità di definire per legge norme che riguardino la rappresentanza del mondo del lavoro e i criteri di rappresentatività in sede di validazione dei contratti. E' un problema annoso, la cui soluzione è stata ostacolata nel corso della passata legislatura non a caso dalla Confindustria ma anche dall'attardarsi da parte della Cisl nella difesa delle prerogative negoziali del sindacato-associazione di iscritti. Come fa la stessa Cisl a non vedere che questa scelta, nel perverso rapporto con la destra stabilito con il Patto per l’Italia, l'ha collocata sul piano inclinato dello smantellamento di qualsiasi prerogativa negoziale del sindacato?

Il tema della rappresentanza dei lavoratori è altresì questione di alto rilievo costituzionale e istituzionale. Costituirebbe la più significativa attuazione con legge ordinaria del primo articolo della Costituzione dove si afferma che la Repubblica è “fondata sul lavoro". Riaprirebbe il capitolo della costruzione di una democrazia sociale e di una democrazia economica quali fondamentali contrappesi all'involuzione delle democrazie moderne, nelle quali il principio della rappresentanza, anche parlamentare, è stato troppo a lungo sacrificato a quello della "governabilità", e alle derive presidenzialiste e leaderistiche che ne sono seguite.

Incardinata sul tema della rappresentanza, la lotta per il lavoro troverebbe così la collazione strategica che merita nella elaborazione della nuova piattaforma di governo di un centrosinistra in costruzione, sarebbe cioè uno dei fattori costititutivi di una nuova prospettiva democratica alternativa alle tendenze neoliberiste prevalse negli anni Novanta e oggi in pericolosa evoluzione verso esiti di destra inquietanti, in Italia incarnati da Berlusconi e il suo governo ma su scala mondiale alimentati dalle politiche dell’attuale amministrazione americana e dei suoi principali esponenti.

"Critica Marxista", 3-4, 2003

   
 
         
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