La crisi dei Ds   

Il risultato elettorale ha riportato alla luce quello che era già chiaro alla vigilia delle elezioni. Pesa sul centrosinistra come un macigno la crisi dei Ds, che riguarda non solo la loro capacità di attrarre consensi, ma gruppi dirigenti, ruolo e prospettiva.

E’ una crisi che interroga tutta la sinistra italiana. Ha poco da gioire Rifondazione comunista per aver raggranellato il suo 5 per cento. Bertinotti afferma che è stata vinta la battaglia per la sopravvivenza. Ma è lecito chiedersi: perché sopravvivere e per che cosa?

Non nascondo che avrei preferito che la discussione fosse effettivamente rinviata a dopo i ballottaggi, che Veltroni non avesse annunciato alcuna dimissione, che nessuno si fosse candidato o avesse candidato altri a sostituirlo. E non solo perché l’esito dei ballottaggi a Roma, Napoli e Torino è altrettanto importante per il futuro del paese del risultato delle elezioni politiche, ma anche perché questo avvio di discussione dimostra che nei Ds continua a permanere l’equivoco che la loro crisi riguarda essenzialmente i rapporti interni ai gruppi dirigenti e per questa via vada risolta.

Continuare così, come nella sostanza si è fatto dalle dimissioni di D’Alema da presidente del consiglio in poi, a mio parere non conduce da nessuna parte. Per la sinistra italiana è invece il momento dei bilanci: dei dieci anni e più che ci separano dalla “svolta” di Occhetto, dei cinque anni di esperienza di governo, delle lacerazioni identitarie prodotte dalla guerra del Kossovo. Ed è il momento di ridefinire la sua funzione facendo i conti con la prospettiva che la vittoria elettorale della destra apre al paese.

Quest’ultima per la maggioranza dei Ds è sicuramente l’operazione meno indolore, perché la costringe a mettere in discussione la scelta di fondo che l’ha caratterizzata in questi anni. Si tratta di prendere atto, cioè, che lo scontro con la destra in Italia ha per oggetto non la direzione del processo di modernizzazione del paese, ma è relativo (come si è cominciato a dire solo negli ultimi giorni di campagna elettorale) a due modelli sociali contrapposti.

La posta in gioco è il rapporto tra l’Italia e l’unificazione politica dell’Europa, e la relazione che questo processo stabilisce con gli orientamenti che hanno prevalso nelle ultime elezioni americane. Si tratta insomma per la sinistra italiana di operare un vero e proprio mutamento di prospettiva che conseguentemente comporta un cambiamento radicale nel modo di concepire i rapporti con il proprio insediamento sociale, di affrontare il dualismo che caratterizza ancora i rapporti tra il nord e il sud del paese, di definire il contesto entro il quale riaffermare il valore strategico che, dall’opposizione, assume la coalizione di centrosinistra.

E’ sintomatico che proprio su quest’ultimo aspetto la discussione sembra voler stancamente ripercorrere vecchie strade: si riaffaccia la suggestione d el partito unico del centrosinistra proprio nel momento in cui il relativo successo elettorale della Margherita chiarisce che il centro democratico acquista nella coalizione un ruolo quando afferma con forza la sua identità; c’è chi invece continua di fatto a considerare il centrosinistra uno stato di coabitazione di necessità senza indagare sulla portata strategica dell’alleanza tra sinistra e centro democratico; c’è poi chi come Rifondazione oppone un’idea di sinistra plurale che assume il valore di un arretramento della sinistra entro recinti sostanzialmente minoritari.

La stessa proposta di Amato di dare finalmente vita a un partito socialdemocratico di tipo europeo appare spesso animata da uno spirito di competizione con il centro democratico rappresentato dalla Margherita per risultare un’effettiva risorsa sia per la rinascita della sinistra che per il centrosinistra.

Ora di fronte a questo complesso di problemi si è avviata nel Ds una discussione che n on esclude un congresso che completi il suo dibattito entro luglio. Ma è realistico pensare che un confronto che dovrebbe voltare pagina rispetto a un’esperienza di un intero decennio possa avvenire in questi termini e in questi tempi? Evidentemente no.

L’unica spiegazione di una scelta che farebbe precipitare il confronto invece che sedimentarlo, come sarebbe necessario, sta probabilmente nella preoccupazione che, come spesso è accaduto in questi anni, scelte relative agli assetti e agli equilibri interni dei gruppi dirigenti fatte al di fuori di un limpido dibattito congressuale possano poi ostacolare la svolta di fondo di cui la sinistra ha bisogno.

Ma per evitare questo pericolo non ci sono scorciatoie e una resa dei conti senza esclusione di colpi tra gli stati maggiori (perché questo rischierebbe di essere un congresso a luglio) non prelude necessariamente all’apertura di un capitolo nuovo. Potrebbe servire invece quel “passo indietro” da parte di tutti, invocato nei giorni scorsi da Pietro Folena. E infatti sarebbe sicuramente un segno di stile, non privo di significato politico, se le dimissioni del segretario fossero accompagnate anche da quelle del presidente del partito.

"il Manifesto", 24 maggio 2001

   
 
         
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