Cooperazione, i rischi dell'omologazione

La rinascita della sinistra
20 gennaio 2006

L'affare Unipol - dopo aver respinto la grottesca campagna di calunnie in cui si sta esibendo il presidente del consiglio - deve diventare per la sinistra politica l'occasione per una riflessione approfondita sul sistema delle cooperative in Italia, sulla sua evoluzione negli ultimi dieci anni e sulla necessità di una sua riforma. E' quanto, del resto, la scorsa settimana ha affermato Fausto Bertinotti. E a ciò credo voglia alludere lo stesso gruppo dirigente dei DS quando dice che bisogna ripensare la "governance" del sistema cooperativo.

Tutto ciò mi sembra preliminare a quello stesso accenno di discussione che pure è iniziata sulla necessità di superare la divisione tra cooperazione "rossa" e cooperazione "bianca" quale antitodo a ciò che da parte della Margherita (in verità prima della destra) è stato chiamato il "collateralismo" delle cooperative ai Ds. Non c'è dubbio che questo sia un obiettivo da perseguire. Non c'è, d'altronde, da menare scandalo del fatto che il principale partner della cooperazione sociale della Lega delle cooperative sia la Compagnia delle Opere che fa capo a Comunione e Liberazione, sapendo che questo rapporto, insieme al protagonismo dell'Arci e di tante altre associazioni del volontariato cattolico, ha costituito per più di un decennio un importante cemento per l'azione del Forum del terzo settore.

E tuttavia se non si hanno le idee chiare su che cosa debba diventare la cooperazione, anche processi unitari che superino le antiche appartenenze corrono il rischio di produrre nuovi collateralismi invece che superarli tutti. E a che cosa debba essere la cooperazione, negli ultimi venti anni la sinistra politica ha dedicato perfino meno attenzione della pochissima che ha avuto per l'evoluzione del sindacato dopo la stagione unitaria degli anni settanta e la controffensiva neoliberista che prende le mosse negli anni ottanta. In assenza di una discussione e di un riorientamento, lo sviluppo del movimento cooperativo oltre i suoi tradizionali recinti ha provocato nelle cooperative economicamente più forti una scelta di omologazione all'impresa privata, nei rapporti con il potere pubblico, con il lavoro, e in ultimo con le logiche prevalenti sui mercati finanziari.

Il fatto che nell'Unipol di Consorte si siano prodotti nella recente vicenda relativa alle scalate bancarie comportamenti e linee di condotta del tutto simili e convergenti con quelle dei settori a maggiore vocazione speculativa della finanza italiana è solo la punta di un iceberg che si è formato nel corso di decenni. Nel corso degli anni ottanta, ad esempio, non sono mancate polemiche e discussioni su una sorta di indifferenza da parte dei grandi consorzi cooperativi della produzione e lavoro rispetto al profilo e ai rapporti dei loro partner privati nell'acquisizione dei grandi appalti pubblici. Le relazioni con i Rendo e i Costanzo in Sicilia ne costituirono l'aspetto più noto e anche, allora, il più chiacchierato. Le coop di consumo, per tante ragioni il fiore all'occhiello del movimento cooperativo italiano, non hanno esitato a attuare, in forza dell'obiettivo di abbattere il costo del lavoro, forme di decentramento e di terziarizzazione dell'organizzazione del lavoro nei loro ipermercati. Non bisogna poi dimenticare che la Lega delle cooperative ha firmato al pari di tutte le organizzazioni imprenditoriali il patto per l'Italia voluto dal governo di centrodestra, che sta alla base dell'attuale politica di precarizzazione del lavoro. Né si sono avuti segnali di ravvedimento anche quando la stessa Cisl ne ha decretato il fallimento.

Questa analisi impietosa non ignora i meriti che il movimento cooperativo continua ad avere nel nostro paese e che questa sorta di smarrimento delle finalità mutualistiche e del carattere alternativo dell'impresa cooperativa rispetto a quella privata riguarda un numero limitato di imprese in un universo della cooperazione che è molto ampio e variegato. Ma bisogna pur dire che si tratta delle imprese più grandi, quelle che influiscono sull'assetto generale del sistema imprenditoriale e della finanza, la testa d'ariete con cui il movimento cooperativo nel suo complesso interviene nell'economia del paese.
E tuttavia è del tutto evidente che è impossibile restituire le imprese cooperative alla loro peculiare missione attraverso l'esercizio della "predica" moralistica o con un atteggiamento nostalgico rispetto a quel che stato nel passato il movimento cooperativo. Se a sinistra non si ritorna a pensare a un modello imprenditoriale e a un assetto economico nel quale l'impresa cooperativa, mantenendo i suoi caratteri e le sue finalità, concorra a fare sistema, sarà difficile contrastare la tendenza al'omologazione tra cooperazione e impresa privata. E questo può farlo solo la politica, tornando a pensare per il nostro paese e per l'Europa nel suo complesso, dopo l'orgia liberista degli anni ottanta e novanta, a un nuovo modello di economia "mista", non più fondata prevalentemente sul rapporto tra impresa pubblica e impresa privata, ma tra questa e l'impresa sociale, appunto la cooperazione.

Solo in questa prospettiva del resto sarà possibile reagire alla campagna di Berlusconi e Confindustria (su questo ancora alleati) sull'annullamento dei vantaggi fiscali di cui godono le imprese cooperative.

E' in questa prospettiva di un nuovo modello di economia "mista" che la grande liquidità di cui sono dotate le grandi imprese cooperative, frutto di quei vantaggi fiscali ma anche dell'obbligo della indivisibilità degli utili, può concorrere al rilancio di un sistema di imprese che di fronte alle sfide della competitività internazionale ha bisogno di ricapitalizzazioni e investimenti a medio e a lungo termine.
Perciò non c'è dubbio che ci vogliono regole che rendano più trasparente il rapporto tra politica e mercato e aiutino a evitare incursioni indebite della politica nelle imprese. Ma anche viceversa. E' altresì necessario una politica capace di progettare un nuovo sistema di imprese coerente con la necessità di rilanciare lo sviluppo. E' quello che si può chiamare, a voler essere chiari, ritorno alla programmazione.

   
 
         
Copyright © Piero Di Siena.net 2005 | best view 800x600 | webmaster | Aggiungi il sito ai tuoi Preferiti | contatt@mi | credits
Melfi l'Unità il manifesto liberazione emergency.it critica marxista