Un congresso straordinario dei DS 

Nessuno ormai nel centrosinistra nega che, di fronte alla miscela pericolosa costituita dalla rabbiosa reazione della destra al governo e del suo leader ai loro stessi fallimenti e dalla vera e propria emergenza sociale e democratica che ne è derivata per il paese, sia necessario dare vita a un'ampia coalizione democratica che vada da Rifondazione comunista al centro moderato e che si candidi a governare il più presto possibile l'Italia. Per questo obiettivo vi sono le forze, un potenziale consenso elettorale (come hanno dimostrato le amministrative della scorsa primavera), e con Romano Prodi un leader sostanzialmente riconosciuto da tutti.

Sono passati due anni da quando, all'indomani della sconfitta alle elezioni politiche del 2001 e di fronte alle prime inquietanti prove date dalla destra al governo a cominciare dai fatti del G8 a Genova, pressoché da soli sostenevamo la necessità di superare l'esperienza dell'Ulivo e di porre il problema della ricostruzione del centrosinistra sulla base di un'alleanza di un più ampio arco di forze. Sono stati due anni in cui, da questo punto di vista, si è perso tempo prezioso in discussioni senza molto costrutto (piccolo o grande Ulivo, quale rapporto con i movimenti, portavoci unici e decisioni a maggioranza nella coalizione esistente). Ma sono stati anche anni nei quali le grandi manifestazioni sindacali sull'art.18 dello Statuto dei lavoratori, sui temi della giustizia e contro la guerra in Iraq hanno messo in luce l'ampiezza delle risorse democratiche di cui dispone il paese, per certi aspetti mortificate e deluse già nella seconda fase della stessa esperienza di governo dell'Ulivo nella passata legislatura.

Ora ci troviamo di fronte a un altro nodo. Si sta consolidando tra le componenti moderate dell'Ulivo, a partire dalla proposta Prodi di una lista unica alle elezioni europee, il convincimento che una così ampia coalizione democratica capace di costituire un'alternativa alla destra al governo sarebbe possibile solo se il campo del centrosinistra si riorganizzasse e si affermasse al suo interno - per la forza dei numeri e per le capacità di attrazione nell'opinione pubblica che fa riferimento alle opposizioni - un nuovo soggetto "riformista", frutto della confluenza di Ds, Sdi e Margherita.

Dunque, la possibilità stessa di dare vita a una vasta coalizione di centrosinistra sarebbe, di fatto, subordinata alla realizzazione di questo obiettivo, giacché - come ha scritto Fassino domenica sull'Unità - in Europa "ovunque il bipolarismo pluripartitico, sia nel campo del centrodestra che in quello del centrosinistra, è incardinato su una forza principale grande, asse centrale e motrice a sua volta di un'alleanza plurale e ampia". Perciò anche in Italia, secondo Fassino, servirebbe "un soggetto politico forte, capace di guidare un'alleanza di centrosinistra larga, dal centro moderato a Rifondazione comunista".

Questo è il punto di sostanza della discussione politica avviata dalla proposta di Prodi. Tutto il resto - se bisogna costituire un nuovo partito o federare i soggetti esistenti, se risolvere ora o più in avanti il problema dell'appartenenza di questo soggetto alle attuali "famiglie" politiche europee - è questione di dettaglio. Attiene alla gradualità del processo, ma non ne mette in discussione l'indirizzo e lo sbocco.

Ma le cose stanno veramente così? Siamo certi che l'avvio della costituzione di un nuovo soggetto "riformista" acceleri il processo di coesione nel centrosinistra, e non produca invece nuove lacerazioni non solo a sinistra ma tra le forze del cattolicesimo democratico? Che sinistra alternativa e centro moderato non attendano altro che farsi "guidare", come scrive Fassino, da questo nuovo soggetto? Che la discussione che inevitabilmente si avvierà dentro Ds e la Margherita sul profilo identitario del nuovo soggetto e delle alternative che ad esso si opporranno non relegherà in secondo piano il confronto su un comune programma di governo nell'ambito di tutto il centrosinistra?

Sono interrogativi non di poco conto. A differenza di Prodi, Fassino e D'Alema e di tutti coloro che si sono affrettati a dare il loro consenso alla formazione di una lista unitaria alle elezioni europee, noi pensiamo invece che questa discussione possa rallentare la convergenza da tutti ritenuta necessaria nel centrosinistra o, comunque, renderne più complicato il percorso. E questo essenzialmente per una ragione di fondo: perché tenta di risolvere sul terreno di una presunta "egemonia riformista" quell'accordo programmatico per il governo del paese che solo la ricerca di un limpido e alto "compromesso" tra posizioni che restano complessivamente distanti può contribuire a realizzare. Quest’ultima, del resto, è la risposta più giusta alla domanda di unità che v iene dall’elettorato del centrosinistra.

Per questa ragione abbiamo sempre pensato e continuiamo a pensare che la realizzazione delle condizioni di una larga convergenza democratica potesse essere facilitata dal ruolo centrale nella coalizione di una forza di sinistra come i Ds, per i quali il pluralismo delle tendenze costituisce uno dei suoi tratti identitari e perciò capaci di parlare sia alla loro sinistra che al centro. E' nostra opinione, inoltre, che quanto più tutta la sinistra sia unita tanto più sarebbe possibile allargare l'alleanza di centrosinistra verso quei settori moderati disillusi dal fallimento della destra senza che questo sia causa di ulteriori lacerazioni nel centrosinistra.

La nostra contrarietà sia alla proposta di Prodi che alla prospettiva di un nuovo soggetto "riformista" - sia esso partito o federazione - nasce tuttavia non solo a causa dei problemi che può creare alla coalizione di centrosinistra ma da ragioni più di fondo. Tale proposta infatti trae origine dalla convinzione, resa più o meno esplicita, che con la fine del Novecento anche in Europa si sia esaurita la funzione storica di una sinistra autonoma e che le esperienze che sono nate nel suo seno debbano confluire in una formazione politica organicamente di centrosinistra. E' una prospettiva questa che fa riferimento socialmente alle classi medie orientate all'innovazione prodotte dalla rivoluzione neoconservatrice dell'ultimo quarto di secolo, invece che al complesso del mondo del lavoro pur assunto in tutte le sue trasformazioni. E' una prospettiva che sostanzialmente assume l'ineluttabilità di una evoluzione dei sistemi politici democratici in senso maggioritario, non in funzione del rafforzamento del principio dell'alternanza ma dell'accettazione supina dei meccanismi di esclusione sociale dalla rappresentanza.

Noi pensiamo invec e che compito storico di una moderna sinistra sia quello di riaffermare il ruolo autonomo del lavoro e l'obiettivo della sua liberazione come fattore di civilizzazione essenziale delle moderne società. L'esatto contrario di quello che il neoliberismo persegue e ha in gran parte prodotto in questi decenni. Autonomia del lavoro e sinistra politica autonoma sono da questo punto di vista complementari. Non c'è autonomia del lavoro senza un'autonoma sinistra politica e questa rischia di morire senza una rinnovata battaglia per la libertà del lavoro.

Non si tratta di chiudersi nel recinto delle conquiste sociali del Novecento, né pensiamo che la risposta stia nella costruzione di un nuovo partito del lavoro. Si tratta, piuttosto, di operare un vero e proprio rovesciamento di modello sociale rispetto ai guasti che il neoliberismo ha prodotto - nei rapporti sociali, sul piano dell'ambiente e dei rapporti tra i ricchi e i poveri del mondo - sino agli inquietanti esiti degli anni più recenti: dalla guerra preventiva ai disastri della globalizzazione capitalistica, alle tentazioni neoprotezioniste come risposta alla perdurante crisi economica, al terrorismo.

In questo nuovo passaggio d'epoca vi è un ruolo da svolgere per gli eredi del movimento operaio europeo nel quadro di un'Europa rinnovata, autonoma dagli Usa e dalle pulsioni imperiali dei neoconservatori che li governano, capace di rivedere i parametri del patto di stabilità sancito a Maastricht con nuovi contenuti ispirati a criteri di qualità occupazionale, sociale e ambientale, di modellare il processo costituente che la coinvolge secondo i valori progressivi della sua civiltà politica alimentati nel secolo scorso nella lotta contro il fascismo e il nazismo.

Ora la domanda che si pone per i Ds è se è possibile che questa discussione con le implicazioni a cui abbiamo accennato possa essere pilotata solo dall'alto, attraverso una consultazione che ricorda troppo da vicino metodi e riti del "centralismo democratico".

Per fare la "svolta" nell'89 Occhetto fece ben due congressi. Molto meno si pensa di fare ora, quando ci troviamo di fronte a un appuntamento altrettanto importante, cioè quando del processo allora avviato si decide quale debba esserne l'esito.

Per questa ragione insistiamo: c'è bisogno di un congresso straordinario dei Ds.

Paolo Brutti, Piero Di Siena, Angelo Flammia,
Alfiero Grandi, Giorgio Mele

   
 
         
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