Il Congresso Ds
Le gambe della sinistra e il "partito riformista" 

Non c’è alcun dubbio che la scelta "riformista" di Fassino e D’Alema esce rafforzata dal Congresso dei Ds. E sarebbe necessario che le minoranze di sinistra interne, che hanno condotto tutta la campagna congressuale all’insegna della impraticabilità di questa scelta e sottileneando la sua eterogeneità rispetto agli indirizzi del socialismo europeo, riflettano sul fatto che essa si colloca nel solco aperto dalla "terza via" di Blair e del "nuovo centro" di Schroeder, cioè dei leader dei principali partiti socialdemocratici europei.

Che cosa significhi questa scelta nel nostro paese lo si ricava, non dalla relazione di Fassino né dall’intervento di D’Alema, ma da quello che il segretario dei Ds ha cominciato a dire a congresso terminato, a partire dalle conclusioni, sull’"eredità" di Craxi e sulle possibili convergenze con la destra sui temi della politica estera, una volta che il centrosinistra avesse vinto le elezioni politiche.

La deriva "riformista" - nella sua versione "italiana", vale a dire con una vocazione sostanzialmente trasformistica - è dunque in atto. E che alla fine del percorso vi sia un unico partito non lo dice solo D’Alema, ma sono in tanti ormai a dirlo, da Fassino a Veltroni. E la stessa opzione di Sergio Cofferati per un sistema elettorale maggioritario puro che azzeri nei fatti il pluralismo politico presente nel nostro paese arriva, nella sostanza, alle stesse conclusioni.

Naturalmente le scelte congressuali saranno sottoposte alla prova degli appuntamenti politici - dal risultato delle liste dell’Ulivo alle elezioni regionali alle primarie volute da Prodi - e saranno questi a decreterne il successo e il fallimento. Ma le sinistre interne ai Ds non possono solo affidarsi al corso delle cose. E tanto più sperare in insuccessi che possono essere esiziali, a questo punto, per le sorti di tutta la coalizione democratica.

E’ maturo il momento, a questo punto, che da parte delle minoranze dei Ds si opponga al progetto dell’"unità riformista" il disegno di unificare la sinistra. Non è su questa parola d’ordine che è stata condotta la campagna congressuale, né dalla mozione Salvi né da quella Mussi. Ma, a mio parere, non ha alcun senso l’obiezione che abbiamo ascoltato nel corso di questi mesi che non ci sono le condizioni perché si realizzino convergenze effettive a sinistra. Tali condizioni, o la loro assenza, sono state sicuramente pari a quelle che in questi mesi sembravano avere la realizzazione della Federazione riformista. Ciò non ha impedito a Prodi e al gruppo dirigente della maggioranza dei Ds di perseguire comunque questo obiettivo. E finora, sostanzialmente, con successo.

A questo scopo è necessario perciò porsi l’obiettivo di ricostruire una sinistra dei Ds. Non sono state chiare ai più le ragioni per le quali le componenti di sinistra sono andate al congresso con due mozioni. La stessa conduzione del congresso nazionale ha dimostrato un elevato grado di incertezza e confusione da entrambe le parti. Nessuna spiegazione persuasiva vi è stata, per esempio, da parte del gruppo dirigente dell’area guidata da Cesare Salvi sulla decisione di votare D’Alema come presidente del partito. Ma anche la decisione di convergere sulle posizioni della maggioranza relative ai temi del lavoro da parte dell’area di Mussi, lasciando isolata la sinistra Ds per il socialismo su una questione per tanti versi cruciale, non ha spiegazione.

La verità è che le sinistre interne ai Ds, partendo da una condizione di divisione, corrono il rischio di smarrire nella dialettica interna al partito quella autonomia necessaria a farne un interlocutore affidabile del processo di unità a sinistra che, prima o poi, dovrà colmare il vuoto prodotto dalle scelte della maggioranza dei Ds. Ma senza la sinistra dei Ds questo processo non avrebbe tutte le gambe su cui camminare.
Ed è questo il nodo che, all’indomani delle elezioni regionali, qualcuno dovrà pur cominciare a sciogliere.

"Aprile", febbraio 2005

   
 
         
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