Tra centro e sinistra
Una relazione da ricostruire

Il Manifesto, 7 febbraio 2008

Su una cosa Veltroni ha ragione. Gli italiani non ne possono più, non solo delle diecine di partiti cespuglio che hanno afflitto la politica del nostro paese dalla fine del sistema dei partiti di massa, ma di coalizioni eterogenee, messe insieme solo per sconfiggere il comune avversario, ma incapaci di concordare e gestire una coerente azione di governo. Sono i frutti di quel maggioritario “all’italiana” che ha funestato la vita politica del paese e di cui lo stesso Veltroni è stato, negli ultimi quindici anni, tra i più accesi sostenitori.

Ciò che non si comprende, tuttavia, è perché il leader del Pd abbia utilizzato in questi mesi tali considerazioni non per spendersi per l’unico sistema elettorale, quello “tedesco”, che avrebbe contemporaneamente permesso di realizzare la legittima aspirazione di un nuovo partito, qual è il Pd, a presentarsi in piena autonomia di fronte agli elettori e messo un argine, attraverso l’imposizione della soglia del 5%, alla frammentazione della rappresentanza, ma per decretare la morte di una qualsiasi possibile alleanza tra il centro e la sinistra.

E’ vero che – come ha scritto Alberto Burgio su questo giornale sabato scorso – la coalizione che ha governato il paese in questi due anni, da questo punto di vista, non ha dato una buona prova di sé. Del resto, per questa medesima ragione chi scrive sin da agosto dello scorso anno aveva avanzato l’ipotesi che, se si fosse voluto salvare l’esperienza di governo avviata da Prodi, ci sarebbe stato bisogna di ricontrattare un patto di governo tra centro e sinistra, capace di tener conto tra l’altro con maggiore realismo dei rapporti di forza tra maggioranza e opposizione al Senato. Tale ipotesi, se si fa eccezione per Cesare Salvi, non ha trovato ascolto nemmeno a sinistra nel timore di provocare per questa via la fine dell’esperienza di governo. Il risultato è che siamo finiti tutti, a cominciare da Prodi, prima ostaggi e poi vittime di Mastella e Dini, per non parlare dell’ineffabile professor Fisichella.

Il quesito che tutto ciò, tuttavia, lascia senza una risposta è se i problemi della società italiana, le possibilità di contrastare il declino di cui sembra soffrire il paese, la crisi di coesione nazionale che sta alla base dl difficile rapporto tra politica democratica e cittadini hanno comunque bisogno di un’alleanza tra centro democratico e sinistra, oppure se le più recenti fallimentari esperienze dimostrano che sarebbe meglio lasciar perdere, per l’oggi e per il domani.

Che sollevare una discriminante pregiudiziale a sinistra sia l’assillo di Veltroni e di larga parte del Pd lo dimostra il fatto che, stante questa legge elettorale, “l’andar da solo” del sindaco di Roma si tradurrebbe nei fatti nella costruzione di una coalizione, simile a quella che egli rimprovera a Berlusconi, tra il Pd e cespugli rissosi e eterogenei – da Di Pietro ai socialisti, forse ai radicali – che guarderebbe sicuramente con attenzione ai tentativi di quanti vorrebbero portare in dote a questo nuovo “circo Barnum” un pezzo di Sinistra democratica e di Verdi.

Ma il problema, oggi, è innanzitutto qual è la risposta della sinistra a tale quesito. Sarebbe necessario porsi interrogativi che non partano da noi ma dall’Europa, dalla crisi del processo della sua unificazione politica, dal posto che la sua economia deve occupare nei nuovi equilibri del capitalismo mondiale, che ascesa economica di Cina e India e crisi dei mutui americani stanno delineando. Insomma, si tratta di capire se, rispetto a questi cambiamenti sconvolgenti, la sinistra pensa di ritagliarsi un ruolo residuale di “resistenza” o di cercare di indicare, in piena autonomia, qual è la sua via d’uscita al “compromesso socialdemocratico” abbattuto dalla rivoluzione neoconservatrice degli ultimi trenta anni.

Non c’è dubbio, a mio parere, che la risposta a questo dilemma sta nei caratteri del “modello sociale europeo” a cui la sinistra intende ispirare la propria azione e nella convinzione o meno che esso potrà influire sui i processi reali che investono i paesi del Vecchio Continente, e quindi l’Italia. E’ del tutto evidente che esso sarà influente se saprà poggiare le sue fondamenta su un nuovo compromesso – che potrermmo definire anche “post-socialdemocratico “ - tra capitale e lavoro, visti gli attuali rapporti di forza a livello europeo e mondiale e la crisi irreversibile di tutte concezioni “sistemiche” di alternativa al capitalismo sperimentate e fallite nel corso del secolo passato. Ora un tale compromesso non può che corrispondere sul piano politico a un’alleanza tra centro e sinistra. Le formule politiche possono essere diverse da paese a paese, ma la sostanza resta immutata.

E’, se si guarda bene a ciò che è accaduto, un’alleanza che nemmeno nel nostro paese si è mai veramente tentata, se si fa eccezione per la recente e improvvisata esperienza dell’Unione. Non era tale il patto di desistenza con Rifondazione del 1996, non lo era l’Ulivo del 2001 per l’esclusione sempre del Prc.

Si tratterebbe quindi, per la sinistra italiana, non di indugiare lungo le strade percorse nel quindicennio trascorso, ma di aprire un capitolo nuovo, che – ne sono sicuro – troverebbe orecchie attente nello stesso Pd, nel mondo del lavoro organizzato, in settori dello stesso multiforme mondo dell’impresa.

Naturalmente, tutto questo avrebbe bisogno di una sinistra forte, autorevole e unita. E la Sinistra, l’Arcobaleno, che – spero - inizierà a vivere nelle prossime scadenze elettorali, potrebbe essere il punto di partenza di questa difficile ma importante impresa politica.

Il Manifesto, 7 febbraio 2008

   
 
         
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