Il caso Basilicata 

Il percorso sarà non semplice e non mancheranno battute d'arresto. Ma dopo la lotta degli operai di Melfi e l'accordo che l'ha conclusa è ragionevole prevedere che molte cose cambieranno nelle relazioni sindacali del nostro paese. A dirlo con più chiarezza di tutti è stato Gianni Rinaldini nel suo intervento alla Conferenza della Cgil a Chianciano. Il leader della Fiom ha parlato infatti della possibilità di una "nuova fase dell'unità sindacale".

Si tratta di un'affermazione non da poco quella del segretario generale della Fiom, se pensiamo che viene da un'organizzazione che da anni, pur rappresentando oltre la metà dei metalmeccanici italiani, viene tenuta in un angolo attraverso la pratica degli accordi separati. Da questo punto di vista l'accordo di Melfi può cambiare molte cose, avendo per la prima volta Fim e Uilm accettato l'idea che l'ultima parola sugli esiti del negoziato spettasse ai lavoratori. Come è noto è stato questo la maggiore ragione di contrasto con la Fiom, che ha portato non più di un anno fa all'accordo separato sullo stesso rinnovo del contratto nazionale.

La conduzione della lotta di Melfi e la prospettiva indicata da Rinaldini a Chianciano fanno giustizia di tanti luoghi comuni che sono circolati in questi anni sulla Fiom anche a sinistra. Non si contano le volte nelle quali il sindacato dei metalmeccanici della Cgil è stato accusato da tanti novelli Soloni della sinistra moderata di estremismo e di buttare troppo facilmente all'aria il tavolo negoziale. I fatti di queste settimane alla Fiat di Melfi, che hanno fatto registrare in successione il punto di maggior rottura tra Fiom e Fim e Uilm ma anche quello di maggiore convergenza, che hanno visto la stessa Cgil spesso incerta sul da farsi e ossessionata dallo spettro della sconfitta del 1980, dimostrano che è la soggettività stessa dei lavoratori che - quando si manifesta - spinge verso un esito unitario delle lotte e una concezione dell'unità sindacale diversa da quella del decennio trascorso.

La lotta di Melfi conferma, infatti, che è terminata la stagione aperta dall'accordo sulla politica dei redditi e sul modello contrattuale del 1993. Quella stagione non va rinnegata ma ormai ha dato i suoi frutti. Ora, a decretarne la fine, ha contribuito la denuncia unilaterale di quel patto da parte del governo di destra, l'illusione di Cisl e Uil di poterlo rinverdire concedendo diritti e flessibilità in cambio di una rinnovata legittimazione a negoziare, come è accaduto con il Patto per l'Italia. Ma la ragione vera del suo esaurimento sta principalmente nel fatto che se un compromesso va ricostruito tra governo del paese e parti sociali, a differenza del 1993 che ha aperto una lunga fase di centralizzazione delle relazioni sindacali, esso deve partire dal basso, cioè dalle condizioni di lavoro e dall'organizzazione della produzione. La stessa battaglia per i diritti, di cui la lotta a difesa dell'art.18 e il referendum per la sua estensione sono stati i momenti salienti, deve trovare in un'azione sindacale che intervenga sull'organizzazione del lavoro il suo fondamento strutturale.

Ma la vertenza e l'accordo di Melfi reclamano novità non solo dal sindacato ma anche dalla sinistra politica. Dimostrano quanto sia ineludibile la necessità che il lavoro ritorni al centro di una strategia di cambiamento e diventi l'architrave della stessa funzione di governo che la sinistra aspira a svolgere nell'ambito di una grande coalizione democratica di centrosinistra.

La lotta di Melfi poi, nel suo richiamo ideale alla lotta di Scanzano contro il deposito di scorie nucleari e a quella di Rapolla sull'elettrodotto Matera-Santa Sofia, delinea i tratti di quel "caso Basilicata" che da mesi sotto i riflettori dell'opinione pubblica nazionale. Quello che sta accadendo nella piccola regione meridionale, da un decennio governata dal centrosinistra, allude ad un'attivazione della società civile, a un cambiamento - per dirla con Gramsci - del rapporto "governati" e "governanti" che dovrebbe costituire un modello per le future esperienze di governo della sinistra e della cultura politica che dovrà sorreggerle.

"La Rinascita", 21 maggio 2004

   
 
         
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