Le bombe su Baghdad polverizzerebbero la sinistra  

Nell'attuale discussione che attraversa e tormenta l'Ulivo («grande» o «piccolo» Ulivo, decisioni a maggioranza e asse preferenziale tra Ds e Margherita) si sovrappongono due questioni che forse sarebbe meglio tenere distinte. Il confronto, anzi lo scontro, che attraversa le varie componenti dell'Ulivo sembra riguardare i caratteri che deve assumere la coalizione di centrosinistra e così è presentato dalla maggior parte dei suoi protagonisti. Ma questa è solo l'apparenza.

Sotto questa veste - se si guarda bene a ciò che sta accadendo - viene agitato un altro tema aperto da tempo: quello del punto d'approdo a cui deve giungere l'evoluzione della sinistra italiana non ancora toccato dopo la ormai lontana svolta dell'89. Per molti nella maggioranza dei Ds tale punto d'approdo non può che essere un soggetto politico organicamente di centrosinistra, che nella vicenda italiana può nascere dalla convergenza tra Ds e Margherita e piegare a questo fine il profilo del nuovo Ulivo, che diverrebbe così una sorta di «sezione italiana» di quella «casa comune dei riformisti» che Amato e D'Alema pensano debba essere il Partito del socialismo europeo.

Non c'è dubbio che il prepotente ritorno in campo di Massimo D'Alema nel dibattito sull'Ulivo incomincia a far emergere con una certa chiarezza questo progetto, più di tutte le discussioni che vi sono state finora sul funzionamento della coalizione. Ad esso si potrebbero fare moltissime obiezioni, a cominciare da quella che riproporrebbe la prospettiva strategica che ha visto le sinistre europee perdere le elezioni in importanti paesi, a iniziare dal nostro. Ma ciò non toglie che sia del tutto legittimo, aiuterebbe a fare chiarezza, aprirebbe un grande spazio a sinistra per una nuova forza autonoma, porterebbe cioè a quella trasformazione dei soggetti politici a sinistra più volte auspicata da Riccardo Barenghi sulle colonne di questo giornale.Il problema è che lungi dal concorrere a risolvere le contraddizioni che affliggono il centrosinistra, come si tende a far credere da parte dei suoi sostenitori, tale progetto li aggroviglierebbe forse in modo inestricabile.

Tale direzione di marcia, infatti, provocherebbe alla lunga non solo fratture insanabili nei Ds, ma anche nella Margherita, mettendone in discussione ruolo e funzione. Per non parlare della divaricazione crescente con comunisti italiani e Verdi, nonché con quei movimenti che in questi mesi hanno espresso il sentimento di opposizione alla destra che attraversa il paese. Ma anche con quelle componenti presenti nella Margherita e sicuramente rappresentate dall'Udeur che non intendono venir meno a una funzione che si richiami al ruolo di un centro democratico.

Si potrebbe obiettare che la costituzione di un forte polo cosiddetto «riformista» nella coalizione alla lunga produrrebbe un effetto di stabilizzazione a cui sinistra Ds, comunisti italiani, Verdi, centristi e infine la stessa Ri fondazione dovrebbero accodarsi. Ma ammesso che questa prospettiva fosse auspicabile e corrispondesse effettivamente alla costruzione di quell'alternativa a Berlusconi e alla destra di cui il paese ha necessità (cosa di cui è lecito dubitare fortemente), di quanto tempo vi sarebbe bisogno?

Non c'è alcun dubbio, infatti, che si tratterebbe di un'operazione non di breve periodo, la cui fase iniziale (come del resto le vicende di queste settimane dimostrano) sarebbe caratterizzata da lacerazioni e strappi con cui sarebbero alle prese soprattutto Ds e Margherita al loro interno, più che da fattori di coesione. C'è questo tempo a disposizione? Oppure le difficoltà ormai evidenti entro cui si dibatte la maggioranza di centrodestra non dovrebbero indurre tutte le opposizioni a Berlusconi di percorrere strade improntate a un maggiore realismo?

Non si tratta di pensare a «spallate» della piazza tese a far cadere il governo. Il problema non si pone in questi termini, anche se dovrebbe essere chiaro a tutti nel centrosinistra che forti movimenti di opposizione non possono che fare del bene. Ma risulta ormai del tutto evidente che sul piano della credibilità democratica, con la legge Cirami, e su quello della gestione della politica economica la maggioranza di destra sta attraversando una grave crisi di credibilità. Sembra finita la «luna di miele» con Confindustria e il governatore della Banca d'Italia, l'Udc di Casini e Buttiglione appare sempre più insofferente all'asse tra Tremonti e la Lega. L'azione della Cgil ha impedito che tutti i sindacati, anche Cisl e Uil, fossero ridotti al silenzio.

La gravità della crisi economica internazionale e, insieme, quella della Fiat - non certamente addebitabili a responsabilità della maggioranza e del governo - tuttavia mettono crudamente in evidenza come alla gu ida del paese vi sia una classe dirigente del tutto inadeguata ad affrontare e risolvere problemi di questa portata.Quanto potrà durare tutto ciò? E quale significato politico bisogna dare al consesso che si è tenuto tra rappresentanti dei «poteri forti» e esponenti dell'Udc e della Margherita a casa Dini?

Senso della misura e prudenza vorrebbe quindi che nel centrosinistra si cambiasse il terreno della discussione fin qui praticato e si partisse, come l'opinione pubblica che guarda alle forze che lo compongono da mesi chiede, dall'unità di tutta l'opposizione, politica e sociale. E che l'esercizio di un'unitaria azione di opposizione non venga concepito come una sorta di pratica politica di serie B, rispetto a quella che si dovrebbe avere quando si è alla guida del paese, ma costituisca la base su cui costruire un comune programma di governo alternativo alla des tra.

Si parla tanto nell'Ulivo in questi giorni di «cessione di sovranità» da parte dei partiti e dei gruppi parlamentari che lo compongono, ma se da parte di tutti vi fosse l'atteggiamento a far prevalere l'interesse comune a stare insieme invece che i rispettivi disegni di parte forse i risultati sarebbero maggiori di quelli che possa garantire un qualsiasi statuto di regole astratte.

Naturalmente su tutto ciò incombe la posizione che nelle prossime settimane le forze dell'Ulivo sapranno avere su un eventuale attacco all'Iraq. Bisogna che tutti se ne rendano conto: questa volta infatti le bombe su Baghdad, che speriamo di riuscire ancora a scongiurare, potrebbero irreversibilmente ridurre in macerie nel centrosinistra e nella sinistra ogni aspirazione all'unità.

"il Manifesto", 18 ottobre 2002

   
 
         
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