Art. 18. Un passaggio aspro e complesso della storia repubblicana   

Lo scontro politico e sociale sulla modifica dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che disciplina i licenziamenti individuali secondo "giusta causa", è diventato il passaggio cruciale di uno dei momenti più aspri e complessi della storia repubblicana. Non ci sono margini per una qualche mediazione politica: la partita ha assunto un carattere estremo che prevede o la sconfitta di Berlusconi e del suo governo o una nuova sconfitta dell'opposizione politica e sociale.

E' stato l'estremismo che anima la cultura politica del presidente del Consiglio che ci ha condotti a questo punto, dopo che il governo ha tentato in tutti i modi di dividere i sindacati e isolare la Cgil non lesinando nemmeno le più vergognose calunnie su una presunta quanto incredibile collusione tra il mondo del lavoro, il suo principale sindacato e il terrorismo.

A testimoniare l'estrema delicatezza di questa fase politica arriva puntuale l'assassinio del prof. Biagi da parte delle Br. E' un copione noto almeno a partire dall'assassinio di Ruffilli, da quando le Br hanno trasformato in strategia consapevole quello che forse era accaduto indipendentemente dalla loro volontà con il delitto Moro. Vale a dire, con l'assassinio si interviene sull'agenda politica del paese, nei rapporti tra i suoi gruppi dirigenti, per fini concreti che restano tuttavia ancora oscuri.

L'opposizione e il movimento sindacale, perciò, debbono andare fino in fondo: per non darla vinta al terrorismo, per non vedere delegittimato - come parte della maggioranza di destra vorrebbe - il conflitto politico e sociale condotto nell'ambito della legalità repubblicana e dei rapporti democratici sanciti dalla Costituzione, per difendere e sviluppare un diritto fondamentale delle persone che lavorano.

Da questo punto di vista sbaglia chi pensa che la materia disciplinata dall'art. 18 sia, in fondo, poca cosa e che lo scontro è così aspro per ragioni che rimangono estranee all'effettivo oggetto del contendere. Questa è anche l'opinione di quei settori della Confindustria vicini alla Fiat i quali criticano il loro presidente e il governo per avere su una questione di scarso rilievo aperto una guerra sproporzionata. Se pure è apprezzabile la moderazione di queste posizioni in un momento nel quale il padronato italiano sembra essere prigioniero del "fondamentalismo" di Berlusconi e di D'Amato, esse sottovalutano la posta in gioco. Questo è accaduto, del resto, per lungo tempo anche a importanti componenti del centrosinistra.

L'oggetto dello scontro è infatti non il dispositivo previsto dall'art.18 ma - come ha detto ripetutamente Sergio Cofferati - il principio che vi sta dietro. Forse senza la completa consapevolezza del legislatore del 1970, l'art.18 porta alla luce per la prima volta nel campo del lavoro un diritto individuale fondamentale che attiene alla libertà delle persone. Non ho esitazioni ad affermare che l'art. 18 è la più importante applicazione nella legislazione ordinaria del primo articolo della nostra Costituzione il quale afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro.

Per queste ragioni questa battaglia politica e sociale non può essere declinata in termini difensivi, ma bisogna che il principio universale che è contenuto nel concetto di "giusta causa" trovi una nuova disciplina che vada oltre il sistema di tutele dell'art. 18 che ne limita gli effetti ai lavoratori dipendenti delle imprese al di sopra delle 15 unità lavorative. Non sono certo che il metodo più opportuno sia quello del ricorso a un referendum parallelo alla lotta avviata dal sindacato e da tutta l'opposizione, come sostiene Rifondazione comunista, ma è certo che ormai sono maturi i tempi per estendere la tutela del reintegro a tutti i lavoratori dipendenti, come anche il principio della "giusta causa" ai cosiddetti lavoratori atipici.

Cos&igrav e; sarebbe più chiaro che la battaglia sull'art. 18 non parla tanto della difesa di tutele collettive, ereditate dall'epoca fordista, ma dello sviluppo di libertà individuali che debbono caratterizzare la nuova frontiera dei diritti del lavoro.

Del resto, è di questo che ci ha parlato la manifestazione del 23 marzo, la più imponente di tutta la storia della democrazia italiana (2 milioni di persone, o forse 3: ma come si fa a contarle?) nella sua serena compostezza e tranquillità. E ne sono sicuro: a tanti come me quelle centinaia di migliaia di bandiere rosse al vento, che testimoniavano sentimenti e passioni antiche e insieme voglia di futuro, hanno aperto il cuore e fatto rinascere speranze che sembravano spente.

"Valori", maggio 2002

   
 
         
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