Anche i lucani, nel loro piccolo, s'incazzano 

In questi giorni la classe operaia della Fiat di Melfi e delle fabbriche dell'indotto ha avuto il suo battesimo del fuoco. E ha dimostrato una fierezza e una capacità di lotta che non hanno eguali.

"Gente strana voi lucani, o totalmente subalterni o radicalizzati come nessuno", mi ha detto l’altro ieri nel corso delle ore cruciali delle cariche della polizia un amico che nel decennio si è assiduamente occupato della Fiat di Melfi, interrogandosi spesso sul fatto che stentasse a affermarsi negli anni una forte conflittualità. Pensando forse anche alla lotta contro le scorie nucleari di Scanzano.

"Né l'una né l'altra cosa", avrei voluto rispondere, se non fossi stato occupato per la situazione di emergenza che si era creata nell'area industriale di San Nicola di Melfi. Il movimento di questi giorni dimostra una maturità democratica, una capacità di tenuta, una partecipazione di massa che non ha niente da invidiare a situazioni in cui il conflitto industriale ha una tradizione e più antiche radici.

La verità è che se la Fiat, al momento della decisione di costruire il suo nuovo stabilimento a Melfi, avesse fatto più attenzione alle subculture in quella zona prevalenti, avrebbe capito che il "prato" della conflittualità operaia non sarebbe rimasto perennemente "verde".

Infatti, in questa parte della regione, priva totalmente di precedenti esperienze industriali, la sinistra conosce da sempre un radicamento tra i più estesi di tutta la Basilicata, sia dal punto di vista elettorale che sociale. Alla lunga queste radici primo poi sarebbero riemerse, sia pure rinnovate da questa nuova generazione di lavoratori e alla luce della nuova esperienza di fabbrica. Non è un caso che nel corso di questi dieci anni la Fiom, a ogni elezione della Rsu, abbia visto crescere il numero dei suoi voti, anche nei momenti in cui il suo isolamento sembrava maggiore.

Naturalmente dopo dieci anni la misura era colma. La consapevolezza di essere lo stabilimento chiave del nuovo sistema Fiat, dopo la crisi dello scorso anno, e di avere il più alto tasso di produttività di ogni altra fabbrica dell'auto in Europa, ha portato a maturazione un sentimento di intolleranza verso i bassi livelli salariali, un'organizzazione dei turni massacrante e verso l'attuale regime di fabbrica in generale.

Si comprende perché per la dirigenza Fiat la lotta in corso a Melfi è dura da ingoiare. Proprio quando essa si appresta ad estendere ritmi e organizzazione del lavoro sperimentati in Basilicata agli altri stabilimenti, essi vengono messi in discussione nella fabbrica che ne è stata la culla.

Ma la vertenza di Melfi segnala anche il declino irreversibile della "fabbrica integrata". Alla Sata nulla è rimasto ormai dell'originaria organizzazione del lavoro. Anzi alcuni sostengono che il progetto dei primi anni novanta sia abortito sul nascere. Certo è che il passaggio dalla "fabbrica integrata" a quella a "rete", con i connessi fenomeni di terziarizzazione della produzione, ha sostituito ai processi di fidelizzazione della forza-lavoro un'accentuata tendenza alla sua precarizzazione. L'indotto, pensato secondo un sistema stellare per alimentare just in time lo stabilimento della Sata, è stato riconvertito in funzione di tutta la produzione automobilistica sul territorio nazionale e comincia a conoscere preoccupanti fenomeni di delocalizzazione.

Ciò ha significato, non un nuovo sistema di rapporti sindacali fondato sulla partecipazione sia pure subalterna e aconflittuale, ma l'assenza di qualsiasi forma di relazioni industriali. Ed era naturale che, alla lunga, tutto ciò avrebbe dissolto ogni residua illusione che si era cercata di inculcare in questi giovani lavoratori su un loro coinvolgimento nelle scelte relative alla produzione.

Ma la vertenza in corso a Melfi si collega idealmente anche alle lotte vittoriose di Scan zano contro il deposito di scorie nucleari e di Rappola sul tracciato dell'elettrodotto Matera-Santa Sofia. In Basilicata si sta delineando un'esperienza regionale d'indubbio valore nazionale, la costruzione a sinistra di un "circolo virtuoso" tra governo e conflitto, che oggettivamente tende a superare le scissioni e le contrapposizioni della seconda metà degli anni novanta.

Quando intorno al 1995, insieme a Vittorio Rieser, coordinai la prima inchiesta operaia sulla Fiat di Melfi, nell’introduzione ai rapporti di ricerca avanzai l’ipotesi che quella nuova classe operaia potesse essere una delle forze motrici di una rinnovata battaglia per la soluzione della questione meridionale. Confesso che nel corso di questi dieci anni il dubbio che avessi esagerato mi è venuto più volte. Ma nei giorni scorsi ai picchetti di Melfi, anche attraverso la lezione insostituibile costituita dal contatto umano, ho capito che non ero poi andato molto lontano dal vero. E ho capito anche come fossero in qualche modo profetiche le parole di Claudio Sabattini di qualche anno fa, quando gli era capitato di affermare che un nuovo ciclo di lotte operaie sarebbe partito da Melfi o non si sarebbe dato. E nulla può cancellare il rimpianto del fatto che non gli è stato concesso di partecipare, come sicuramente sarebbe avvenuto, a queste giornate.

"Il Manifesto", 28 aprile 2004

   
 
         
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