Un'altra Genova? 

Contro i lavoratori di Melfi e contro la Fiom, che con buone ragioni possiamo ormai chiamare il "loro" sindacato, si è scatenata nei giorni più difficili della lotta per conquistare un tavolo negoziale ostinatamente negato dalla Fiat una vera e propria campagna mediatica di denigrazione. E a questa stessa campagna appartengono le provocazioni iscenate per interrompere da parte della Cisl il tavolo della trattativa appena avviato.

Nelle giornate dello sciopero si sono inanellate da un telegiornale a quello successivo una serie di colorite affermazioni che hanno teso a presentare questi lavoratori, impegnati nel primo vero conflitto sindacale nato all'interno della fabbrica "modello" dell'universo Fiat, come un manipolo di facinorosi e di violenti. Sembrava che l'unico obiettivo di questi lavoratori fosse il sabotaggio della produzione fine a se stesso. Insomma Melfi andava trattata come un problema di ordine pubblico e non come una vertenza sindacale.

Preso da un raptus senza precedenti a menar le danze è Maurizio Sacconi, che invoca per giorni l'intervento della polizia e poco ci manca che chieda la messa fuori legge della Fiom. Verrebbe voglia di chiamarlo il "Noske del Triveneto" se non ci trattenesse il senso del ri dicolo. Per il paffuto sottosegretario al Lavoro sarebbe troppo onore assurgere alla dignità della tragedia rappresenta da quella scheggia impazzita della socialdemocrazia tedesca, che fu il ministro degli interni della Prussia che nel 1918 fece ammazzare Rosa Luxemburg.

Comunque era del tutto evidente che il 26 aprile - così, per festeggiare la Liberazione dal fascismo - alla polizia e ai carabinieri era stato ordinato di smantellare i picchetti a ogni costo. E si comprendeva che a nulla sarebbe valso il fatto che nei giorni precedenti i pochi lavoratori che erano voluti entrare avevano potuto farlo tranquillamente a piedi, che dei 20 autobus e più giunti quella mattina a Melfi solo due avevano passeggeri a bordo. Il messaggio che si voleva dare al paese era che i lavoratori in lotta erano stati travolti e ridotti all'impotenza e che non c'era nulla di cui trattare. Insomma Sacconi avrebbe potuto annunciare che "l'ordine regnava a Melfi".

Dopo il primo intervento della polizia teso a vincere la resistenza passiva dei dimostranti seduti sulla strada, strappandoli a viva forza dall'asfalto, il muro umano si riforma più indietro. Ormai il picchetto è composto di più di cento persone. E allora inizia una lunga trattativa con gli esponenti delle forze dell'ordine. Sopraggiunge Niki Ventola che si unisce a me che ero lì fin dal mattino presto. Cerchiamo membri del governo senza successo. Ventola riesce a parlare con il capo della polizia. Io chiamo Angius perché parli con Pisanu e Ventola chiama Bertinotti perché faccia lo stesso con Letta. Le risposte dal governo sono evasive. E intanto i funzionari sul posto sono tempestati di chiamate al cellulare, sottoposti da Roma a una pressione inaudita. Alla fine cedono e ordinano la carica. Nessuna reazione da parte dei lavoratori. Certo, qualche cosa vola dai lati della strada, ma ancora non è chiaro quale sia stato l'oggetto contundente che ha ferito il vice questore di Rieti che guidava le operazioni.

Si teme a quel punto che quello che è accaduto sia solo l'inizio, che a Melfi ci sarebbero state ore di sistematica violenza a ogni turno. Ma come d'incanto, dopo un episodio minore alle due di pomeriggio, autobus e le poche decine di crumiri si dissolvono nel nulla. E parte la trattativa...

E' servita certamente anche la tempestiva solidarietà dell'opposizione politica. Io ero presente sin dal primo intervento della polizia, poi arriva Ventola, e ancora: Vito Gruosso, Fausto Bertinotti, Pietro Folena, il presidente della Basilicata, Filippo Bubbico, Gianfranco Pagliarulo, il giorno successivo Cesare Salvi, alla manifestazione di mercoledì Rizzo, Achille Occhetto e Antonello Falomi.

Il governo capisce, sia pure in ritardo, che non gli conviene provocare ai cancelli della Sata di Melfi un'altra "Genova". Non avrebbe retto di fronte all'opinione pubblica. E forse anche alla Fiat non sarebbe convenuto.

Tuttavia senza molta convinzione il governo di fronte al Parlamento continua a parlare di "violenti" e "facinorosi", di aggressioni da parte dei manifestanti ai poliziotti. Particolarmente imbarazzante diventa la discussione al Senato, dove la presenza di un testimone oculare quale io ero stato, consente di poter rinfacciare con tutta sicurezza al governo le sue menzogne. E il governo incassa e tace.

"La Rinascita", 7 maggio 2004

   
 
         
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