L'alternativa al partito riformista 

Nel bene e nel male la discussione che si è avviata a partire dalla proposta di Prodi di una lista unitaria dell'Ulivo alle elezioni europee ha portato alla luce una questione che da tempo covava nel centrosinistra.

Mi riferisco alla difficoltà degli attuali partiti di rappresentare l'effettiva evoluzione delle culture politiche presenti a sinistra e nel centro democratico, di sfuggire a quella sensazione di autoreferenzialità che producono persino nella propria opinione pubblica di riferimento, all'impressione di essere più figli della crisi delle forze politiche della prima Repubblica che anticipazione del nuovo di cui il paese ha bisogno.

A ben vedere, la proposta, formulata innanzitutto da Massimo D'Alema di dare vita a un nuovo partito riformista, parte - sia pur perseguendo esiti politici opposti - da quella stessa esigenza di riorganizzare il campo del centrosinistra che nel corso del 2002 era stata posta da quei settori di opinione pubblica legata al centrosinistra che avevano puntato sulla leadership di Sergio Cofferati. L'ipotesi, in quel caso, era quella di dar vita a un diverso rapporto tra partiti e movimenti, qualche volta declinato in alcuni settori dei movimenti con sfumature antipolitiche che alla fine ne hanno costituito il 'tallone d'Achille'. E tuttavia anche quella ipotesi partiva dalla constatazione che la geografia politica che si era determinata dopo la crisi degli storici partiti di massa aveva lasciato irrisolto il problema di una effettiva capacità delle forze politiche di rappresentare la società e i conflitti che l'attraversano.

Dunque di questa riorganizzazione c'è bisogno, se si vuole uscire dalla situazione di stallo in cui il centrosinistra vive dalla caduta del governo Prodi e da cui non è più uscito. Si può discutere dell'opportunità di aver aperto ora questa questione. Si può cioè avanzare la preoccupazione che riorganizzare il campo della sinistra e del centrosinistra e, contemporaneamente, avviare il processo di unità politic a di tutte le opposizioni per costruire un'alternativa di governo a Berlusconi possa costituire un rischio, una sorta di 'doppio salto mortale'. E che la prima impresa possa nuocere alla seconda. Ma al nodo strategico di una diversa fisionomia delle forze che compongono il centrosinistra alla fine non si può sfuggire.

Quello che conta perciò è in quale direzione questa riorganizzazione avviene, in funzione della costruzione di quale sistema politico essa procede. Non c'è dubbio che la proposta di dare vita a un nuovo partito "riformista", a un'organica formazione politica di centrosinistra, nasce dalla convinzione che le trasformazioni prodotte nelle società avanzate dalla rivoluzione neoconservatrice e neoliberista hanno cancellato irreversibilmente le ragioni storico-politiche che giustifichino l'esistenza di un'autonoma presenza della sinistra, che in Europa sia d'ispirazione socialista. L'esito è quello della costruzione di un partito che abbia come punto di riferimento non più il lavoro, inteso nella sua funzione sociale complessiva, ma le classi medie orientate all'innovazione. Il suo profilo è quello di una forza che si muove nel mercato politico come competitore con la destra per il governo, ma nel quadro di un sistema politico e elettorale fondato sui principi del maggioritario e della governabilità e quindi fonte di allontanamento dalla politica delle fasce più deboli della società, destinate a rifugiarsi nell'astensionismo o a essere catturate in chiave subalterna dalle varianti neopopulistiche della cultura politica della destra.

Non basta, né serve, come fa il "correntone" contrapporre a questa prospettiva la proposta del "Grande Ulivo", coniugata a una pur forte e positiva radicalizzazione delle proprie posizioni dal punto di vista programmatico. Perché una simile scelta, motivata con una sorta di ritorno allo s pirito del '96, ha un vago sapore 'resistenziale' che non risponde ai quesiti stringenti che sono sul tappeto. E poi perché non fa i conti fino in fondo con le ambiguità dell'Ulivo che si è presentato a volte come una 'coalizione di partiti', ma più spesso come un 'partito coalizione', un soggetto politico organicamente di centrosinistra, tale quale sarebbe alla fine proprio il nuovo partito 'riformista'.

La vera alternativa, dunque, alla proposta del partito riformista è quella di una grande formazione politica unitaria della sinistra italiana. Vi sono mille ragioni nelle contraddizioni che attraversano l'Italia, l'Europa e il mondo, nelle quali radicare questa prospettiva, che sia insieme erede delle tradizioni del movimento operaio del Novecento e figlia delle trasformazioni di questo passaggio di secolo. Si tratta di una sinistra, quindi, che non sia né alternativa né antagonista, ossia residual e rispetto al processo di aggregazione sulla destra dei moderati dell'Ulivo, ma protagonista di un rinnovato rapporto tra sinistra e settori ampi dell'opinione pubblica e della società, che faccia - a differenza di Rifondazione - del suo rapporto con il centro democratico una componente essenziale delle sue scelte strategiche e della sua collocazione storico-politica.

La necessità di una forza che sappia indicare un'alternativa al processo di crisi delle democrazie avanzate che, attraverso il maggioritario, tendono a trasformarsi in sistemi politici delle élites, e rilanci il tema della partecipazione come grande risorsa dello sviluppo della democrazia moderna sta nelle cose. E' questo il ruolo che può svolgere una moderna sinistra, che fa dunque del lavoro di nuovo il centro della sua interpretazione delle società contemporanee, non in nome di un angusto neo-operaismo ma perché il lavoro costituisce la co mponente che il neoliberismo ha tentato di cancellare radicalmente dal terreno della rappresentanza politica e sociale, e perciò da cui necessariamente bisogna ripartire, se si vuole costruire un altro modello sociale e di sviluppo rispetto a quello delle destre dominanti. Si tratta di una sinistra che nasca dalla confluenza non solo di partiti, ma di associazioni e movimenti, che abbia certo tra i suoi tratti genetici l'attitudine a governare ma non sacrifichi a questa l'esigenza di rappresentare quella riforma della politica che può costituire il fondamento di una formazione orientata alla rappresentanza e alla partecipazione.

Questa sarebbe 'l'Epinay' di cui la sinistra italiana avrebbe bisogno. E questa, a mio parere, sarebbe l'alternativa che bisognerebbe porre ai Ds - a tutti i Ds - rispetto alla proposta del partito "riformista", se vogliamo che il lungo travaglio della transizione politica italiana di cui essi sono una parte essenziale non sfo ci in un esito sterile e infecondo.

"Aprile", Novembre 2003

   
 
         
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