Solo l'alleanza può battere B.  

L’incontro tra D’Alema e Prodi ha reso esplicito quello che era evidente sin dal principio. La proposta di Prodi di una lista unica dell’Ulivo alle elezioni europee ha un senso solo nella prospettiva della nascita di un nuovo partito, organicamente di centrosinistra, che dovrebbe sorgere dalle ceneri sia delle formazioni politiche della sinistra che di quelle del centro democratico. Che neghi alla radice l’autonomia delle une e delle altre. E’ una prospettiva che non è la mia. E mi auguro che non lo sia di tanti nei Ds, in nome di una democrazia partecipata e pluralista e della necessità che il mondo del lavoro continui a avere una sua autonoma rappresentanza politica.

Se sono vere le dichiarazioni riportate dalla stampa, lo stesso D’Alema non esclude la possibilità che questa scelta produca nei Ds una vera e propria scissione. E il presidente del partito sembra far intendere che di fronte alla prospettiva del “nuovo partito riformista” questo è un prezzo che vale la pena pagare.

Ora, naturalmente, non tocca a D’Alema, ma agli organismi dirigenti del partito, stabilire quale debba essere il destino dei Ds. Ed è bene che questa discussione, condotta finora fuori dalle sedi formali, sia rimessa nelle mani di coloro che sono legittimati a decidere. Una riunione della Direzione dei Ds non può dunque essere ulteriormente rinviata. Ed è bene che ognuno in quella sede, a cominciare da Piero Fassino, si assuma la responsabilità delle proprie scelte fino alle estreme conseguenze.

Vorremmo solo far notare che l’aver provocato questa discussione appare un atto di irresponsabilità molto grave, se l’obiettivo che dovrebbe essere prioritario per tutti è quello di costruire rapidamente una vasta convergenza democratica di tutte le forze del centrosinistra da opporre alla politica, insieme fallimentare e avventuristica, della destra. E che l’abbia fatto Romano Prodi, dai più indicato come il più accreditato leader di tutto il centrosinistra, è sintomatico degli orientamenti e delle culture politiche che attraversano i gruppi dirigenti dell’opposizione e lungo quale percorso questi pensano di ricandidarsi a governare l’Italia.

Comprendo – anche se non condivido e lo trovo irrealistico – che qualcuno si possa augurare che alla fine della lunga transizione che ha travagliato il sistema politico italiano, dopo la svolta dell’89 e Tangentopoli, vi siano due “partiti-coalizione”, uno di centrodestra e l’altro di centrosinistra. E che quest’ultimo sia “riformista” nel senso che, ritenendo ormai irriversibile il modello sociale imposto dal neoliberismo, si presenti come una sua correzione parziale che non ne metta in discussione le radici e l’impianto.

Tuttavia, sembra arduo disfare partiti e costruirne dei nuovi e contemporaneamente avviare un processo che porti a una nuova grande coalizione democratica.

Di fronte a Berlusconi e alla politica della sua maggioranza quale dovrebbe essere la priorità assoluta? Basterebbe il buonsenso per capire che costruire la più vasta alleanza e un compromesso politico-programmatico in vista del governo del paese tra tutte le opposizioni dovrebbe essere l’imperativo assoluto dell’ora presente. E’ del resto quello che chiede l’elettorato di centrosinistra e anche quanti sono stati delusi dalla destra al governo. Solo così si può battere Berlusconi.
Perché ai vertici dell’Ulivo tutto ciò sembra secondario? E’ una domanda che farei volentieri a Prodi e D’Alema.

"La Rinascita", 05 settembre 2003

   
 
         
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