L'affare Unipol e i Ds.    

Uno dei risultati del forsennato attacco a cui è stato sottoposto, da parte della destra e della grande stampa, il gruppo dirigente dei Ds per la vicenda Unipol è che la cortina fumogena delle strumentalizzazioni e dello scandalismo di bassa lega impedisce di andare alla sostanza delle responsabilità politiche del maggior partito della sinistra italiana. Esse non sono riassumibili né nella del tutto infondata compromissione con le operazioni di Consorte, né nel fatto di aver "tifato" per l’Opa dell’Unipol su Bnl, e nemmeno di aver mantenuto una sorta di "collateralismo" con il movimento cooperativo. Ma in qualcosa che sta a monte di tutto ciò.

Mi riferisco all’analisi del capitalismo italiano e delle dinamiche sociali e economiche che lo attraversano che ha ispirato le politiche della maggioranza dei Ds a partire dalla metà degli anni novanta. E’ sembrato a un certo punto al gruppo dirigente dei Ds, sin dai processi di privatizzazione della Telecom, che di fronte all’eclissi dell’industria di stato e al declino del capitalismo delle grandi famiglie l’emergere di una nuova generazione di capitani della finanza, cresciuti anche all’ombra della bolla borsistica degli anni novanta e dei processi di privatizzazione del sistema bancario, potesse infondere un nuovo dinamismo all’economia italiana, disegnare un nuovo rapporto tra economia e politica dopo la fine della centralità della Democrazia cristiana e l'esaurimento della rovinosa parabola del Psi di Craxi a seguito di Tangentopoli.

Se così non fosse l’affermazione estiva di Fassino ("ma cosa c’è che non va in Ricucci?") sarebbe in effetti del tutto incomprensibile. La verità è che al segretario dei Ds, come allo stesso D’Alema sin dai tempi della sua presidenza del consiglio, è sfuggito che questa nuova generazione che ha aspirato a detenere le leve di comando della finanza e dell'economia del nostro paese, tesa a accumulare ricchezze solo attraverso operazioni finanziare dal forte impatto speculativo, è una delle facce del declino della nostra economia, la manifestazione più evidente della sua volatilità, della divaricazione schizofrenica tra tendenze negative della produzione, delle esportazioni e dei consumi e processi di accumulazione della ricchezza. E' un errore di valutazione che prescinde dalla stessa sottovalutazione, che pure c'è stata, delle possibili implicazioni di carattere penale delle imprese di Fiorani e soci.

Tutto ciò è tanto più preoccupante perché ci troviamo di fronte a un gruppo dirigente che si accinge a governare il paese. Se dovesse tornare a farlo coltivando simili punti di vista non c'è da rallegrarsi. Non si può quotidianamente tuonare contro il declino della nostra economia, accelerato dalle politiche economiche e finanziarie del centrodestra, e contemporaneamente mostrare simpatia verso quegli attori della finanza che ne sono la manifestazione più vistosa. Qui ci vuole qualcosa di più della pur doverosa neutralità della politica rispetto a operazioni che riguardano il mercato dei capitali e il mondo delle banche. Ci vorrebbe - questo è il punto - un’analisi meno approssimata sugli assetti dell’economia e della finanza, che superi la retorica un po’ allusiva sui "poteri forti" buona per tutte le stagioni e tutte le politiche, per definire quale debba essere l’indirizzo che l’Unione deve imprimere all’economia del paese. Non solo, quindi, regole più cogenti come si invoca da più parti, ma scelte di politica economica e rilancio (mi si permetta questo termine che a molti può apparire desueto) della programmazione.

E' quello, del resto, di cui ci sarebbe bisogno per affrontare i nodi veri della nostra economia: vale a dire una più forte integrazione europea sul terreno delle politiche industriali e energetiche; un rilancio di una seria iniziativa anche sul piano della ricapitalizzazione delle nostre imprese che ponga al centro della discussione il problema annoso del mancato decollo dei fondi collettivi e dei fondi pensioni, essi stessi non esenti tuttavia da rischi (come la vicenda Enron insegna); una ridefinizione del ruolo degli investimenti pubblici per ridare competitività al sistema delle imprese e al paese nel suo complesso.

Insomma l’esatto contrario del contesto economico in cui possono nascere e prosperare le operazioni finanziare e il "risiko" bancario che hanno riempito le cronache dell’estate e rischiano di concentrare su di sé il dibattito politico in vista delle elezioni, distogliendolo dai problemi di fondo dell'Italia e dalla messa a nudo delle responsabilità enormi della destra al governo.

Il Manifesto, 6 gennaio 2006.

   
 
         
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