“E ora i Ds nel proporzionale”

Lo scontro tra Prodi e la Margherita sulla lista dell'Ulivo dà ragione a quanti di noi avevano temuto che porre contemporaneamente il tema della costruzione dell'Unione e della riorganizzazione delle forze che avrebbero dovuto comporla alla fine avrebbe messo a rischio l'unità del centrosinistra e la possibilità stessa di costruire un'alternativa a Berlusconi. E bisogna responsabilmente prendere atto che la Federazione riformista - qualunque cosa si pensi di questo progetto politico, lo si approvi o lo si respinga - , lungi da essere un fattore di coesione del centrosinistra, sta diventando la causa della sua destabilizzazione.

Ora bisogna correre ai ripari. E, qualunque siano i progetti di lista per la quota proporzionale che si intendono avanzare - a cominciare dalla nuova versione della lista unitaria proposta da Romano Prodi, rivolta a tutti coloro che, all'interno dell'Unione, fossero ad essa interessati - bisogna contemporaneamente dimostrare che essi non sono tali da mettere di nuovo a repentaglio i rapporti unitari all'interno della coalizione di centrosinistra.

E' un compito che spetta innanzitutto al gruppo dirigente dei Ds - a Fassino e D'Alema in primo luogo - che sembra come prigioniero di qualsiasi proposta venga da Prodi. Toccherebbe infatti al principale partito del'Unione svolgere quella funzione di mediazione e di cerniera tra tutte le forze politiche del centrosinistra che la scelta "riformista" ha reso impraticabile. E buon senso vorrebbe che alla decisione della Margherita i Ds facessero seguire quella di presentare per il 2006 nella quota proporzionale la propria lista di partito.

Questo naturalmente non vuol dire che il problema della riorganizzazione del campo del centrosinistra non abbia fondamento. Del resto la stessa proposta di Berlusconi del "partito unico" della destra come risposta alla crisi della sua coalizione di governo dimostra che tale problema si colloca nel quadro più generale di compimento di quella lunga transizione del sistema politico italiano che si è aperta con la crisi della prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta. E il fatto che siamo di fronte a partiti la cui identità è derivata dalla botanica (l'Ulivo, la Margherita, la Quercia) o dal gergo calcistico (Forza Italia), e non dalle grandi correnti di pensiero della tradizione politica europea, dimostra come questa transizione resti incompiuta.

Ma la vicenda di questi giorni, a cominciare dal dibattito interno alla Margherita, dimostra che essa non può essere portata a compimento attraverso strappi successivi, alla vigilia di decisivi appuntamenti elettorali, e in relazione a scelte tattiche ad essi attinenti.

"I partiti non s'inventano", ha affermato giorni fa, in occasione dell'ottantesimo compleanno di Alfredo Reichlin, Giuliano Amato, polemizzando implicitamente con la nuova proposta di Romano Prodi. E questa volta non si può non convenire con le opinioni del "dottor sottile". Ma "i partiti non sono monumenti intoccabili" gli è stato, in quella occasione, obiettato da Fassino e da D'Alema. E anche questo è vero.

Ma la domanda giusta sarebbe allora: come possono nascere partiti destinati a durare per un'intera fase storica, che non diano l'impressione di essere quasi dei "vuoti a perdere"? Chi scrive è persuaso che sia necessaria una riorganizzazione del campo del centrosinistra, sia sul suo versante moderato che su quello della sinistra. Ma se vogliamo liberare tale necessità dall'ipoteca dell'improvvisazione e dalla frenesia di leadership contrapposte, forse sarebbe utile che i gruppi dirigenti del centrosinistra si misurassero sui contenuti di una tale operazione.

Se ci si pone in questa prospettiva dovrebbe apparire evidente che la realizzazione di un tale obiettivo si colloca non prima ma dopo la costruzione di un programma di governo e la sua realizzazione da parte del centrosinistra.

Questa volta invocare i programmi non significa eludere i temi politici come spesso accade. Se vuole utilmente governare il paese, il centrosinistra deve proporre un compromesso tra i diversi attori sociali che l'esperienza del governo della destra ha infranto. Non basta che tutti - dalla Confindustria ai sindacati - siano contro Berlusconi, perché questo compromesso si realizzi. Esso deve misurarsi tra l'altro con una crisi economica e finanziaria che viene da lontano, e che il governo attuale ha solo aggravato, e in un contesto europeo che esito del referendum francese e crisi politica in Germania hanno reso particolarmente complicato. La prossima esperienza di governo dovrà misurarsi con il problema di quale debba essere la collocazione dell'Italia sul mercato globale e in una divisione internazionale i cui contorni sono, peraltro, molto incerti.

Insomma muterà il volto del paese. Può la riorganizzazione del centrosinistra prescindere da questo processo? Anticiparlo invece che esserne una conseguenza? Non c'è nessuna giaculatoria sul "riformismo" che possa sostituire questo percorso. E questa strada non si aprirebbe nemmeno se le forze del centrosinistra, intanto, non mutassero immediatamente rotta e ritornassero a creare le condizioni immediate per assumere unitariamente il governo del paese.

"La Rinascita", 3 giugno 2005

   
 
         
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