Il regime in costruzione e i dilemmi della sinistra

Critica marxista, 5-6, 2015

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È sempre più evidente ormai che l’azione di governo di Matteo Renzi punti alla creazione di un nuovo regime politico. Del resto, per tanti aspetti, ciò corrisponde a un’aspettativa che è largamente presente nell’opinione pubblica. I venti anni e più di “transizione incompiuta” consegnataci dalla cosiddetta seconda Repubblica – per responsabilità di ambedue gli schieramenti, di centrodestra e di centrosinistra, che si sono contesi la guida del Paese – esigono uno sbocco e una soluzione. Qualunque essi siano, pensano ormai molti italiani.
È in corso, d’altra parte, sulla scia di tali sentimenti diffusi una trasformazione del panorama politico completamente segnata dal populismo e dall’antipolitica. Populismo dal basso, alimentato orizzontalmente dalla rete, è quello di Grillo e del Movimento 5Stelle; populismo dall’alto, che si regge sull’occupazione delle istituzioni, quello di Renzi e del suo Partito della Nazione in costruzione; populismo xenofobo quello di Salvini. Per non parlare dell’ipoteca costituita da quell’ormai cinquanta per cento dell’elettorato che è orientato a disertare le urne, e le cui motivazioni possono essere molteplici e tutte da indagare.
Renzi sa che il suo successo politico è condizionato dalla capacità di dare uno sbocco a questa situazione. E una crisi di sistema dai caratteri “organici” come quella che l’Italia si trascina dalla fine della prima Repubblica non può non avere soluzioni altrettanto organiche. Per questo Renzi non può che puntare alla costruzione di un nuovo regime politico.

Un blocco interclassista
Non si tratta necessariamente di un disegno già precostituito, ma più probabilmente di un processo i cui elementi costitutivi si chiariranno in corso d’opera. La linea di tendenza è tuttavia evidente. Sul piano economico e sociale – dalle misure sul lavoro a quelle sulla scuola, alla legge di stabilità per il 2016 presentata al Parlamento – l’indirizzo di carattere liberista è chiaro. Precarizzazione sistemica dei rapporti di lavoro, alleggerimento della pressione fiscale a famiglie e imprese senza distinzione di reddito e contemporanei tagli allo Stato sociale, presentati come riduzione degli sprechi, sono gli assi della politica economica del governo. Ma a differenza delle versioni tecnocratiche delle politiche di “austerità” essa punta, attraverso la leva fiscale, a costruire un blocco interclassista tendenzialmente maggioritario. Su quello istituzionale l’assalto alle molteplici forme della rappresentanza democratica è dato con una determinazione degna di miglior causa. Non si tratta solo della legge elettorale e della riforma del Senato, dei colpi inferti al sistema delle autonomie locali attraverso la riforma del Titolo V della Costituzione e la campagna per l’istituzione delle macroregioni, ma soprattutto dell’attacco sistematicamente condotto contro i corpi intermedi, dai partiti ai sindacati, alle forme di mutualismo e di democrazia economica come la cooperazione, investiti di per sé da oltre un ventennio da una crisi profonda e da un declino senza apparenti vie di uscita.
A ben vedere Renzi – a differenza di quanto correntemente viene affermato nel dibattito politico e giornalistico in corso - mantiene fede al suo originario programma. E se per forza di cose è oggi costretto, nel suo disegno maggioritario, a cooptare pezzi della vecchia classe dirigente, in contraddizione con l’obiettivo di smantellare il vecchio ceto politico del centrosinistra, dal punto di vista generale il suo progetto di “rottamazione” ha invece esteso il suo raggio d’azione e investe i principali presidi della democrazia organizzata.
E, tuttavia, se la natura stessa della crisi spinge Renzi verso la costruzione di un nuovo regime politico, sarà inevitabile che all’azione tesa alla distruzione dei vecchi equilibri segua ben presto l’indicazione della costruzione di un nuovo ordine che dovrà riguardare non solo le istituzioni, come con la manomissione della Costituzione già sta avvenendo, ma il rapporto tra politica e società civile.

In mezzo al guado
È a ciò che allude, del resto, il progetto di trasformare il Pd in Partito della Nazione. E credo che, ben presto, si dovranno affrontare proposte e iniziative dall’alto che puntino a una trasformazione - più che alla distruzione - del ruolo dei sindacati e del complesso dei corpi intermedi, in armonia col nuovo disegno in costruzione degli assetti del Paese. Da questo punto di vista non bisogna sottovalutare la novità che il nuovo partito di Renzi potrebbe rappresentare anche dal punto di vista del profilo ideologico e della formazione di un nuovo senso comune. Poco si è riflettuto infatti sull’originale miscela, rispetto al panorama politico precedente, tra posizioni squisitamente liberiste sul terreno economico sociale, tendenzialmente autoritarie dal punto di vista istituzionale, e istanze decisamente progressiste sul terreno dei diritti civili e umani, dai temi delle unioni tra persone dello stesso sesso a quelli dell’immigrazione che rendono la formazione politica promossa da Renzi diversa sia dalle precedenti formazioni di destra che dal Pd delle origini.
Se si guarda allo stato del Paese, ai rapporti politici e sociali sottoposti a una permanente fibrillazione, è del tutto evidente comunque che siamo solo agli inizi di un processo. E che la partita è aperta per tutti. Anzi per Renzi l’anno che si avvicina sarà per molti versi cruciale e pieno di incognite. Il fatto che non gli sarà possibile collocare i suoi progetti di trasformazione del sistema politico entro una trama di ampie alleanze, come aveva tentato di fare con il Patto del Nazareno, rende ancora incerta e perigliosa la sua rotta di governo. E le elezioni amministrative della prossima primavera – che vedranno impegnate, da Roma a Milano, da Torino a Napoli, le principali città italiane - saranno un ostacolo arduo da superare. La risorsa di cui allo stato delle cose Renzi dispone non è la costruzione già consolidata di un largo consenso ma la crisi entro cui si dibattono le possibili alternative al suo disegno. Infatti, il Movimento 5Stelle resta un’incognita dal punto di vista della tenuta democratica del Paese; la destra continua a vivere un processo di disgregazione che non risparmia nemmeno quelli che, come il Nuovo centrodestra, hanno deciso di salire sul carro di Renzi; ciò che resta della sinistra, dentro e fuori il Pd, è fermo al palo e perennemente a rischio di estinzione.
Allo stato dei fatti, dunque, Renzi è in mezzo al guado. Egli sa che non può fermarsi e quindi procederà per strappi successivi, cercando di lasciare terra bruciata alle spalle. Come si è detto – con, in forma minore, il progetto di Grillo e quello di Salvini – il Partito della Nazione (cioè “il partito degli italiani che vogliono fare”, secondo uno stile retorico degno di ben altri tempi) è l’unico progetto in campo di adeguamento dei soggetti politici alle sfide della crisi in atto. Ma resta allo stato dei fatti un progetto. La realtà del Pd è quella invece di un soggetto in decomposizione, diviso tra potentati e clientele, tra leadership locali che ripercorrono (da Emiliano a De Luca) la traiettoria tracciata da Renzi, ma sono indisponibili a essere cooptate nello staff del presidente del Consiglio. La vicenda romana, apertasi con Mafia Capitale e culminata nel fallimento dell’esperienza di Ignazio Marino con il cumulo di macerie che ne deriverà, è la rappresentazione estrema e esasperata di quello che è oggi il Pd nel Paese.
Ce la farà Renzi a navigare indenne in mezzo a questa marea di detriti e portare a compimento il suo progetto? Allo stato attuale la carta principale del presidente del Consiglio è di non avere alternative. E se il quadro generale non cambia, anche la situazione internazionale, piena di incognite e come non mai aperta al rischio di un conflitto generalizzato, a causa della crisi di egemonia delle vecchie grandi potenze, gioca allo stato degli atti paradossalmente a suo favore.

Una nuova sinistra unita
Solo una nuova sinistra unita, degna di questo nome, potrebbe costituire un’effettiva alternativa. Ma la sinistra italiana, ridotta com’è al lumicino, sembra non avere le risorse politiche e culturali per assolvere a un compito di tale portata. Si vedano l’esito della discussione sviluppatasi questa estate sulle pagine del Manifesto, per la generosa iniziativa della direzione del giornale, e il percorso tormentato per dare vita a un nuovo soggetto politico a sinistra del Pd. Invece di prospettare una propria interpretazione della crisi italiana e lavorare a un progetto organico alternativo a quello prospettato da Renzi, invece di indicare un nuovo modo di essere partito in grado di aderire a tutte le pieghe della società contemporanea e di rappresentarla democraticamente, invece di procedere ad un’analisi differenziata del processo di trasformazione in atto del sistema politico e del carattere delle forze in campo, che è lungi dall’essere compiuto e stabilizzato, e delle contraddizioni da cui esse sono attraversate, il confronto avviene lungo linee tendenzialmente autoreferenziali e resta impantanato intorno al dilemma se avere o meno rapporti con il Pd in vista delle prossime elezioni amministrative. Come se la definizione di un sistema di alleanze, politiche e sociali, non fosse parte costitutiva della costruzione del profilo autonomo di un nuovo soggetto politico. La verità è che l’opposizione da sinistra a Renzi, interna e esterna al Pd, gioca di rimessa. O si arrocca, pensando così di riconquistare l’identità smarrita, o si limita a svolgere un’azione di mero condizionamento, fino a produrre veri e propri pasticci, come è accaduto per la riforma del Senato alla cosiddetta sinistra del Pd. La stessa strategia referendaria, che giustamente si tenta di mettere in campo per un’ultima estrema azione di interdizione dei risultati raggiunti da Renzi per via legislativa, stenta a dotarsi degli strumenti capaci di dare vita a quel movimento di massa e di opinione pubblica necessario alla sua affermazione e al suo successo. Già abbiamo assistito alle fughe in solitaria di Civati e del suo movimento nel promuovere referendum che, come quello sulla scuola, è stato avviato anche contro il parere delle associazioni e dei movimenti che avevano condotto la battaglia contro riforma del governo. E’ augurabile che la promozione dell’iniziativa referendaria sulla riforma elettorale, e poi della campagna nel referendum sulle riforme costituzionali, proceda invece di pari passo con la costruzione di una rete di rapporti politici e organizzativi capace di penetrare in tutte le pieghe della società italiana e in tutti gli angoli del Paese, giacché un referendum per avere successo deve mettere in movimento milioni di persone. La stessa “coalizione sociale” promossa dalla Fiom, se non si trasforma da una sommatoria di sindacati e movimenti in individuazione del nuovo ”blocco sociale” che possa consentire al lavoro di svolgere una funzione egemonica nella soluzione della crisi italiana, rischia essa stessa di avere vita breve.

Dilemmi
L’Italia si trova nel mezzo di una svolta di portata storica, sia sul piano interno che internazionale. Sta cambiando la faccia del mondo all’insegna dell’instabilità e in assenza di un qualsiasi equilibrio tra le maggiori potenze, vecchie e nuove, che sono in campo. E l’Europa, nel quadro dei rapporti di forza che si vanno delineando, è esposta al rischio di soccombere. La sinistra, che è la parte politica che più di altre ha pagato un prezzo alle trasformazioni in corso, si trova, come in altri momenti della sua storia, di fronte a un dilemma. Essa ha l’urgenza di contrastare nell’immediato prima che giungano a compimento, intervenendo nel vivo di contraddizioni ancora irrisolte e di processi non compiuti, le politiche messe in atto dalle classi dominanti per dare un nuovo organico assetto al proprio sistema di potere. Ma questa azione rischia di essere inefficace e votata alla sconfitta se non si rinnova la visione d’insieme dei processi in atto. E questo, probabilmente, ha bisogno di tempo e di un lavoro di lunga lena.
E’ un dilemma che si affronta solo buttandosi nel mare aperto dei cambiamenti, sapendo che gli spazi esistono per costruire una nuova prospettiva. Infatti, a differenza di quanto è accaduto in Italia, in Grecia, in Portogallo, in Spagna, e persino in Inghilterra, si è dimostrato che è possibile raccogliere da sinistra l’insofferenza crescente verso le politiche dominanti. Se l’Europa continua a scricchiolare, è anche possibile che la parte maggioritaria della sinistra tedesca si sottragga all’abbraccio, per essa mortale, della “grande coalizione” a cui si è prestata in omaggio agli interessi nazionali.
Del resto, la sinistra è anche l’unica entità in Europa che, per storia e culture di riferimento, può dare una prospettiva alla democrazia, che costituisce il bene più prezioso, oggi insidiato, del processo di civilizzazione del Vecchio Continente. Bisogna, però, che essa si doti di una nuova visione strategica e si dia una rinnovata prospettiva ideale, capace di dare volto alle aspirazioni di fondo che attraversano la società contemporanea in trasformazione.

 

Critica marxista, 5-6, 2015

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