Partito della Nazione e carattere della democrazia italiana

Alternative per il socialismo, 36, 2015

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Dal patto del Nazareno al partito della Nazione
La crisi del “patto del Nazareno”, stipulato alla vigilia della formazione del governo Renzi, tra gli esponenti del nuovo corso del Pd e Berlusconi, verificatasi in occasione dall’elezione di Mattarella alla presidenza della Repubblica, avrebbe potuto essere anche una rottura temporanea se intanto l’equilibrio nei rapporti di forza tra i contraenti fosse rimasto immutato. La verità è che Forza Italia è ormai un esercito in rotta e la leadership di Silvio Berlusconi è da tempo in discussione. In queste condizioni è difficile, per una classe dirigente, che praticamente - salvo brevi intervalli - ha dominato l’Italia per venti anni acconciarsi a un ruolo subalterno. Forza Italia, per salvarsi dalla disgregazione, è stata costretta dunque a rientrare nei propri ranghi. Ma in questo modo non ferma la propria emorragia verso il centro, iniziata con la formazione del Nuovo centrodestra e che continua in maniera molecolare sia a livello nazionale (Bondi e consorte) che in periferia. Basta infatti guardare alla composizione delle liste per le elezioni regionali dove quelle del Pd, e quelle ad esso apparentate, sono piene di esponenti provenienti da quello che fu il Polo delle Libertà. Vi è poi il lavorìo sottotraccia che gli uomini di Verdini non hanno smesso di fare per mantenere rapporti con Renzi, in nome di legami lobbistici maturati nel mondo bancario e finanziario toscano che sono evidentemente più forti di qualsiasi appartenenza politica.
Nel quadro di questi rapporti di forza a Renzi è apparso evidente che la relazione con Berlusconi non era più così essenziale (a meno che da parte di quest’ultimo non ci sia un ritorno a Canossa) come lo era stata invece solo qualche mese prima all’inizio della sua avventura politica. Di fronte all’assenza di alternative politiche credibili, sia a destra che a sinistra, l’obiettivo sta diventando quello della costruzione di una grande forza centrista di tipo nuovo capace di raccogliere nel ceto politico e nell’elettorato il bisogno di uscire dalla palude che ha segnato l’epilogo della Seconda Repubblica e insieme di fare argine alle derive populiste rappresentate, sia pure in modo diverso, sia dalla Lega che dal Movimento 5Stelle. L’indicazione della trasformazione del Pd in Partito della Nazione, da riproposizione caricaturale della formula togliattiana o da giaculatoria sull’interesse generale da rappresentare in alternativa al vecchio ceto politico ridotto a “casta” autoreferenziale, sta diventando l’unico progetto in campo di riorganizzazione della rappresentanza organizzata che guarda oltre il recinto della Seconda Repubblica e del sistema politico fondato su quell’alternanza imperfetta tra centrodestra e centrosinistra che essa intendeva incarnare.
L’insistenza da parte di Renzi, in sede di discussione sulla nuova legge elettorale, sul premio di maggioranza da assegnare alla lista vincente e non alla coalizione, è esplicitamente connesso a questo progetto di vera e propria rifondazione del Pd. A chi nel ceto politico, secondo le antiche tradizioni trasformistiche della politica italiana, è saltato sul carro del vincitore, dagli scissionisti di Sel al seguito di Gennaro Migliore a gran parte dei numerosi fuoriusciti dal Movimento 5Stelle (senza alcun effetto sul consenso che Grillo continua a raccogliere soprattutto tra l’elettorato più giovane), il messaggio è chiaro. Non sono concessi margini di autonomia nella relazione con il Pd di Renzi: o si è dentro il gran calderone del Partito della Nazione in costruzione oppure si è fuori dai giochi.
Alla vigilia del voto della Camera sulla legge elettorale nella lettera scritta ai dirigenti regionali e provinciali del partito di cui è segretario, Renzi ha affermato che in quel voto era in gioco il destino del Pd. E dal suo punto di vista ha ragione, nel senso che a quella legge elettorale è collegato il progetto stesso, appunto, di trasformazione del Pd in Partito della Nazione che per Renzi e il gruppo dirigente raccolto attorno a lui è l’unico modo per dare una prospettiva alla formazione politica di cui fanno parte.
Naturalmente, è del tutto evidente che in questo processo la posta in gioco è il carattere stesso della democrazia italiana. L’osservazione di Enrico Letta - secondo la quale lo splendido isolamento con cui Renzi è andato al braccio di ferro sulla legge elettorale, non solo con la minoranza interna al suo partito ma con tutte le opposizioni dentro e fuori dal Parlamento, rischia di lasciare sul campo “un cumulo di macerie” - descrive in modo esemplare le implicazioni autoritarie, e sotto certi aspetti “totalitarie”, del progetto del presidente del Consiglio e forse svela appieno la natura e il carattere dell’ideologia della “rottamazione” con cui aveva iniziato la sua scalata politica al Pd e al governo del Paese.


Liste e coalizioni per le elezioni regionali
E’ naturale che l’attenzione dell’opinione pubblica e degli organi di informazione siano prevalentemente concentrati sull’azione di governo di Matteo Renzi , dalla controriforma del mercato del lavoro alla battaglia campale condotta a colpi di voti di fiducia sulla legge elettorale, al tentativo di smantellamento della scuola pubblica che ha provocato una reazione per molti versi inaspettata di insegnanti e famiglie e ha costretto l’esecutivo a fare una sia pur parziale marcia indietro. Meno sotto i riflettori è quello che sta avvenendo nel Paese, dove la sfiducia cresce, resta invariata la propensione di quasi metà dell’elettorato ad astenersi dal voto, e il Pd confida nel fatto che al progetto di Renzi non si contrappone nessuna credibile alternativa.
Ma è nel corpo del Paese, e non solo ai vertici, che sta avvenendo la mutazione del Pd, attraverso un processo che porta a compimento una tendenza degenerativa che dura da anni che ha molecolarmente trasformato le forze politiche – chi più chi meno – in una congerie di lobbies e aggregazioni clientelari di tipo notabilare che si stanno variamente dislocando in relazione al nuovo corso che Renzi sembra aver impresso alla nazione. Ne sono uno specchio evidente liste e coalizioni che si sono formate in vista delle elezioni regionali e comunali. Si sta formando dunque sul piano locale, non senza strappi e lacerazioni che in questa o quella parte rischia di far implodere il partito, una sorta di incubatore del nuovo Pd che recluta le sue forze sia nel vecchio centrodestra che nel vecchio centrosinistra.
Del centrosinistra così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni non c’è più quasi nessuna traccia, a causa del rapido dissolvimento delle forze di sinistra all’indomani della formazione del Pd ma anche della mutazione in corso del Partito democratico.
Crisi dei partiti e declino dei corpi intermedi
Il problema ora è cercare di capire come si sia arrivati a questo punto e dove stanno le radici della grande mutazione che ha travolto innanzitutto la sinistra italiana in tutte le sue componenti, prima quella cosiddetta radicale dopo il fallimento che travolse il 2008 la Sinistra l’Arcobaleno, e oggi sotto i colpi del renzismo quella moderata, che aveva dato vita al Pd, pensando così di costituirsi stabilmente come classe di governo all’altezza dei cambiamenti in atto.
Nel corso di questi anni si è a lungo riflettuto sugli aspetti economici e sociali che stanno alla base della rivoluzione neoconservatrice che domina il mondo da oltre un quarantennio, e anche sui mutamenti di carattere istituzionale che tutto questo ha prodotto. Ampia è anche stata la discussione sulla evoluzione dei partiti e sulla loro trasformazione da partiti degli iscritti a partiti degli elettori, da partiti di massa a partiti personali, e sulla crisi che da questo ne è derivata. Senza in verità che anche a sinistra si facesse molto per contrastare il corso delle cose, pensando anzi a volte che da esso si potesse trarre profitto (si pensi solo alla tendenza che ha caratterizzato l’intera vicenda di Sel a costituirsi come uno dei tanti partiti personali).
Invece, solo episodicamente la riflessione si è soffermata sull’evoluzione e il destino di quelle forme organizzate che sono state il vero lievito della democrazia di massa. Mi riferisco al sistema dei corpi intermedi costituito da sindacati e cooperazione, ma anche dalle associazioni di categoria, dagli ordini professionali, dalle organizzazioni degli imprenditori, a cominciare da Confindustria. Non si può dire, se non per rari casi, che anche da parte della sinistra si siano esaminati a fondo i processi che hanno portato al deperimento e all’involuzione dei principali soggetti di quella che era stata la democrazia organizzata in Italia.
Da questo punto di vista, clamorose sono state le omissioni e le rimozioni rispetto al pluridecennale processo di trasformazione del mondo della cooperazione nel nostro Paese, a partire dalle cosiddette cooperative “rosse”. Nei mesi scorsi le cronache sono state piene dei gravi fatti di corruzione che hanno coinvolto un’importante cooperativa di produzione e lavoro emiliana e le cooperative di servizio implicate nella vicenda di Mafia Capitale, ma da tempo doveva essere chiaro che il sistema di protezione politica in cui il movimento cooperativo era cresciuto, in nome di forme di autotutela del lavoro associato, disancorato dalle ragioni che l’avevano giustificato, si stava trasformando nel suo contrario. Dalla vicenda Unipol a quella del Monte Paschi di Siena molti segnali di allarme erano giunti. E sono stati tutti ignorati in nome del fatto che non ci fossero implicazioni di ordine penale per il ceto politico di sinistra che aveva continuato a coltivare rapporti con il mondo della cooperazione. Quello che è certo è che oggi siamo di fronte a forme di degenerazione che obbligherebbero a una riflessione di fondo sull’evoluzione dell’intero sistema cooperativo. E invece – segno dei tempi- il presidente della Lega delle cooperative diventa ministro del Lavoro e principale artefice delle politiche neoliberiste del governo Renzi.
Lo stesso può dirsi per il sindacato. E’ ormai un luogo comune che il movimento sindacale debba rinnovarsi di fronte alle grandi trasformazioni del mondo del lavoro. E’ tornato ad affermarlo, autorevolmente, l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un’intervista a Repubblica il 1° maggio. Meno chiaro è in che direzione esso debba farlo. Credo che tutti concordino sul definitivo tramonto della concertazione triangolare tra governo, sindacati e organizzazioni padronali, che a partire dalla prima metà degli anni Novanta fino alla crisi del 2008 ha sostanzialmente fatto da cornice all’azione sindacale. Ma cosa debba sostituirla non è chiaro. Cisl e Uil sembrano orientate ad assecondare la tendenza a ridurre la contrattazione entro i soli confini aziendali e a subordinarla ai vincoli imposti dalle forme di competitività dettate dai processi di internazionalizzazione della produzione e dei servizi, e in aggiunta a potenziare tutta quella parte dell’attività sindacale che, dai patronati ai Caf, è cresciuta negli ultimi anni a dismisura e che, tra l’altro, costituisce la fonte di finanziamento principale del sindacato. Da parte della Cisl, soprattutto, si è teorizzato che questa funzione di erogatore di servizi potesse diventare il cuore dell’attività sindacale rispetto a quella negoziale, in nome di un radicale mutamento della sua natura e della sua funzione. Ciò, d’altra parte, in contraddizione con l’altra tendenza, prevalsa soprattutto nelle relazioni industriali con la Fiat di Marchionne, a riconoscere rappresentatività al sindacato solo in quanto contraente di accordi con la controparte. La sua legittimazione deriverebbe così non dal mandato dei lavoratori ma dal riconoscimento che viene dalla parte padronale.
La Cgil ha provato a resistere a queste tendenze ma, negli anni della direzione di Epifani e nei primi anni di quelli di Susanna Camusso, con oscillazioni e incertezze, culminate nell’accordo sulla rappresentanza del 2014, non a caso contestato dalla Fiom, che sembrano ora diradarsi nel contrasto in corso con le politiche sociali del governo Renzi.
L’indebolimento della funzione dei corpi intermedi è del resto avvenuta anche sul versante padronale. Che cosa sia oggi la Confindustria è difficile dirlo. Viene spesso da sinistra presentata come la vera ispiratrice dell’azione di governo di Matteo Renzi, ma forse a ben vedere ne è solo un’appendice. Il fatto è che a essere minata è la sua effettiva rappresentatività del mondo padronale per come esso si sta trasformando. Fece clamore l’uscita della Fiat da Confindustria per sottrarsi al rispetto del contratto collettivo di lavoro dei metalmeccanici. Ma sugli effetti di quel passo sull’organizzazione degli imprenditori italiani è poi scesa una coltre di silenzio. Come nessuna discussione è in corso sul fatto che, di fronte al processo che vede trasformarsi quel che resta dell’industria italiana in una sorta di terminale di società transnazionali, a essere messa in discussione è la rappresentatività di un’organizzazione degli imprenditori costituita su basi nazionali.


Enti locali guidati dalla sinistra: un’occasione mancata

L’altro importante capitolo della crisi del nostro sistema politico, in quanto democrazia organizzata in relazione al ruolo di forti corpi intermedi, è quello dell’indebolimento dell’istituto regionale e degli enti locali. Numerosi e di lunga durata sono i fattori di un tale declino. Innanzitutto, alla base c’è un deficit di cultura politica e istituzionale che nasce nel corpo del centrosinistra. Per fronteggiare l’azione disgregatrice della Lega attorno al 2000 i governi dell’Ulivo si resero protagonisti, attraverso la riforma del Titolo V della Costituzione, di una riforma del sistema delle autonomie e del suo ordinamento in direzione di una trasformazione del rapporto con lo Stato di tipo neocorporativo, che attraverso l’istituto delle cosiddette materie concorrenti ha trasformato le relazioni tra Stato centrale e autonomie in una sorta di relazioni di tipo contrattuale e pattizio. La crisi dei partiti ha fatto il resto, buttando il ceto politico regionale in una condizione di autoriproduzione di sé che le inchieste sui rimborsi ai gruppi e ai consiglieri regionali hanno portato clamorosamente alla luce. D’altra parte gli enti locali, soprattutto i comuni sono stati le principali vittime dei tagli alla spesa pubblica, esponendo quelli più grandi all’incubo permanente del dissesto di bilancio e riducendo quelli piccoli a entità amministrative prive di peso e comunque di rappresentatività a causa della soppressione di fatto dei consigli comunali e delle loro prerogative.
Nonostante ciò, tuttavia, a partire dal 2008 i diversi appuntamenti in importanti città hanno visto l’elettorato di centrosinistra investire su amministratori provenienti dall’ambito della sinistra, o in alternativa al Pd come nel caso della vittoria di De Magistris a Napoli, e da ultimo con Accorinti a Messina, o nell’ambito delle primarie indette per scegliere i candidati sindaci del centrosinistra come è accaduto a Milano con Pisapia, a Genova con Doria e a Cagliari con Zedda. Si è trattato di un fenomeno per certi versi ampiamente anticipato da quel movimento politico che ha portato Nichi Vendola a guidare la Puglia per dieci anni, sconfiggendo nelle primarie per ben due volte consecutive i candidati sostenuti dalla parte moderata del centrosinistra (prima Ds e Margherita e poi il Pd). Si è trattato come di un’ultima prova d’appello da parte dell’elettorato progressista verso la sinistra prima che la disillusione e la crisi alimentassero il grillismo e l’astensione.
Ebbene, a sinistra nessuno ha saputo far tesoro di queste potenziali risorse. A cominciare dalla Puglia nessuno ha trovato il tempo e il modo di riflettere su come la guida di importanti realtà locali da parte della sinistra potesse diventare il terreno per impostare un capitolo nuovo di una politica generale che, a partire dagli enti locali, si ponesse il problema di ricostruire forme di democrazia organizzata nel nostro Paese. Del ruolo politico di questi amministratori si è persa traccia, a parte il tentativo presto abortito di far svolgere ad essi una funzione di qualche peso nella formazione delle liste per le elezioni politiche del 2013, per lo più attraverso rapporti trasversali come quello che a un certo punto era sembrato stabilirsi tra Emiliano e De Magistris.
Il risultato è che, a parte il bilancio positivo che è possibile fare dal punto di vista amministrativo di esperienze come quella pugliese e anche milanese, da quello politico il disastro è comune al resto del Paese. Pisapia ha gettato la spugna, annunciando che non si ricandiderà per un secondo mandato. Vendola lascia in Puglia una sinistra in pezzi nel quadro di un sistema politico, per tutto l’arco delle forze in campo, sostanzialmente disastrato. Degli altri amministratori locali nel dibattito politico nazionale non c’è alcuna traccia.


Che fare?
Di fronte a un quadro così desolante di decomposizione avanzata del sistema politico democratico, in cui la via d’uscita indicata da Renzi sembra non avere alternative, è giunto al fine il momento che a sinistra si prenda coscienza che essa riuscirà a ricostruire se stessa se sarà in grado di mettere in campo un progetto di ricostruzione di una democrazia organizzata che sia all’altezza dei tempi e al passo con le trasformazioni che la pluridecennale rivoluzione neoconservatrice ha prodotto. Del resto la “coalizione sociale” lanciata da Landini e dalla Fiom in nome di un’opposizione alle politiche del governo Renzi, che un qualche significativo riscontro ha avuto ad esempio nell’importante mobilitazione del mondo della scuola, o diventa il progetto di ridare peso e ruolo a corpi intermedi rinnovati o rischia di essere anch’essa un generoso tentativo, ma tuttavia incapace di invertire il corso delle cose.
I punti di partenza restano la riforma dei partiti e dei sindacati, seguendo il dettato della Costituzione. E resta aperto il problema di come in sede di discussione del superamento del Titolo quinto la sinistra si faccia portatrice di un progetto di rifondazione della Repubblica delle autonomie.
La bussola che dovrebbe guidare la sinistra in questo impegno dovrebbe essere fondata sui principi della “rappresentatività” e della “partecipazione”, anche aprendo un fronte di iniziativa sul terreno della legislazione. Da tempo Luigi Ferrajoli insiste che la sinistra si faccia promotrice di un disegno di legge sulla riforma dei partiti. Parimenti sarebbe il caso che si riprendesse la proposta più volte avanzata all’interno della Cgil sulla rappresentanza sindacale definita attraverso il libero voto dei lavoratori, come in qualche modo del resto avviene già nel pubblico impiego.
Si oppongono a imboccare con decisione una tale strada valutazioni, dettate da un approccio realistico, su rapporti di forza sul piano politico e parlamentare che impedirebbero un esito positivo a siffatte iniziative. Ma è facile prevedere che, prima o poi, nel processo di riorganizzazione attorno al nuovo Pd, sarà Renzi ad affrontare questi nodi e in una direzione diametralmente opposta a quella del rafforzamento del principio della rappresentanza e della partecipazione. E come è avvenuto nel caso delle riforme istituzionali e della legge elettorale, quello che resta della sinistra sarà costretta a una battaglia di interdizione e di contenimento senza che all’opinione pubblica appaia evidente il progetto alternativo che la anima.
Solo così del resto nuove forme di aggregazione e di mutualità che attraversano la società civile – dal diffondersi dei Gruppi di acquisto solidale alle fattorie sociali, dalle esperienze mutualistiche che Emergency sta avviando sul territorio nazionale nel campo della sanità al tema della gestione dei beni comuni che si era avviata dopo il referendum sull’acqua – possono trovare il contesto giusto per svilupparsi e pesare sugli assetti complessivi della società e dello Stato.
Si tratta di un lavoro complesso e di prospettiva, a cui la sinistra italiana arriva dopo aver dissipato la quasi totalità delle sue risorse, per una sostanziale subalternità alle idee dominanti anche quando ad esse ci si è opposti radicalmente. Ma è difficile immaginare un cammino più agevole per invertire la rotta e tornare a svolgere una funzione capace di cambiare il corso delle cose.

 

Alternative per il socialismo, 36 2015

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