La stabile instabilità del decisionismo di Renzi

Alternative per il socialismo, 35, febbraio-marzo 2015

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L’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica costituisce, senza alcun dubbio, una battuta di arresto nell’evoluzione in corso del sistema politico italiano verso quegli assetti sostanzialmente “postdemocratici”, indicati dal combinato disposto di riforme costituzionali, legge elettorale, manomissione delle tutele e dei diritti del mondo del lavoro, che costituiscono l’anima dell’azione di governo di Matteo Renzi. Sebbene sarebbe una forzatura affermare che la sua candidatura sia nata, esplicitamente e consapevolmente, in alternativa al patto del Nazareno, essa tuttavia ha prodotto la sua implosione (difficile dire, data la spregiudicatezza dei suoi contraenti, se temporanea o definitiva). Come anche non è difficile immaginare che la scelta di un diverso Presidente della Repubblica di quel patto avrebbe potuto essere il coronamento e l’attuazione, dando all’evoluzione del sistema politico i caratteri di un vero e proprio nuovo regime. E credo, pure, che si possa affermare, con un certo margine di certezza, che una soluzione di continuità vi sarà anche rispetto all’ultimo biennio della presidenza di Giorgio Napolitano, troppo appiattita a sostegno delle soluzioni indicate nell’azione di governo di Matteo Renzi, quali uniche alternative possibili alla crisi di sistema attraversata dalla democrazia italiana.
Che le cose stiano in questo modo, e che l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica inauguri una situazione politica aperta a più soluzioni anche opposte tra loro, è dimostrato dallo stesso precipitare dei rapporti tra le forze politiche all’indomani del suo insediamento al Quirinale, con un Pd che impone alla Camera le riforme costituzionali a colpi di mano e in totale solitudine, mentre le opposizioni non partecipano ai lavori dell’aula. Del resto, un sintomo che molti giochi di diverso segno si sarebbero potuti riaprire è testimoniato non solo dall’ampio consenso che la candidatura di Mattarella ha raccolto tra i Grandi elettori, ma anche dall’apprezzamento pressoché unanime, dal Movimento 5Stelle a Forza Italia, venuto anche da coloro che non l’hanno votato. Certamente, questo esito, per tanti inatteso, nasce anche dal fatto che le forze politiche italiane ( quelle contraenti del patto del Nazareno e che ruotano attorno all’attuale maggioranza di governo, e quelle che vi si oppongono) sono afflitte da un’intrinseca fragilità che rende ondivago il loro comportamento.
E’ la destra – e in particolare, sia pure per ragioni diverse, Forza Italia e Ncd – a essere maggiormente in fibrillazione. Ma tutto lascia presumere che abbiano un fondamento le affermazioni di Eugenio Scalfari, secondo il quale Matteo Renzi si sia orientato a proporre senza alternative la candidatura di Mattarella di fronte alla possibile convergenza di Sel, Movimento 5Stelle e settori della cosiddetta sinistra del Pd sulla candidatura di Prodi sin dalla prima votazione e in esplicita contrapposizione agli equilibri politici disegnati dal patto del Nazareno. Se questo fosse accaduto – e molti a sinistra si sono augurati che accadesse, e si sono mossi anche in tal senso –, alla quarta chiamata, cioè alla prima votazione nella quale sarebbe bastata la maggioranza semplice, Renzi e il Pd si sarebbero trovati in un serio imbarazzo. Per il partito del presidente del Consiglio sarebbe stato difficile spiegare quale potesse essere la ragione per cui, ancora una volta dopo il 2013, il Pd avrebbe fatto mancare al suo fondatore i voti determinanti per la sua elezione.
Dunque, se si fosse realizzato lo scenario evocato da Scalfari, il Pd, già reduce dalle forti tensioni al Senato sul voto sulla legge elettorale, dove Forza Italia è stata determinante, sarebbe piombato nella bufera. Il danno per Renzi sarebbe stato doppio: il suo partito avrebbe rischiato di andare in frantumi e, nell’ambito del patto del Nazareno, a dare le carte sarebbe stato Silvio Berlusconi. Nei giorni successivi all’elezione di Mattarella la maggior parte dei commentatori si è soffermata a sottolineare – anche con una certa enfasi - l’abilità politica dimostrata dal presidente del Consiglio. E non c’è dubbio che bisogna riconoscere a Renzi una certa prontezza di spirito nell’evitare la trappola entro la quale si sarebbe potuto cacciare, e nello scaricare le ripercussioni della sua scelta sul suo principale interlocutore di questa fase che com’è noto è Silvio Berlusconi. E non è un caso che quest’ultimo e il suo partito abbiano gridato al tradimento e all’inganno.
Ora la situazione che si è creata all’indomani dell’elezione del nuovo capo è segnata da una grande tensione. Ma, al di là delle polemiche che sono seguite all’elezione di Mattarella, altre sono le ragioni di fondo che hanno reso particolarmente faticoso e problematico il procedere di questa grande coalizione “all’italiana” costituita dal patto del Nazareno. Esse consistono, in primo luogo, nella fragilità e aleatorietà dei partiti politici italiani, sia di quelli che ne sono i contraenti che di quelli che vi si oppongono. La verità è che la transizione incompiuta del sistema politico italiano, che la cosiddetta Seconda Repubblica lascia in eredità al Paese, pesa come un macigno e continua a rendere incerti gli sbocchi a cui è destinata la nostra democrazia. La marcia trionfale delle riforme è, in fondo, solo una rappresentazione della propaganda di Renzi, né è detto che anche se esse arrivassero al traguardo il sistema politico italiano uscirebbe dall’attuale situazione di instabilità.
Pesa sulla vicenda politica italiana innanzitutto la fragilità dei partiti partoriti nella fase terminale della Seconda Repubblica. Partito Democratico e Popolo della Libertà erano nati, secondo la rappresentazione datane allora soprattutto da Walter Veltroni, in funzione di un’evoluzione del bipolarismo coalizionale italiano (centrodestra e centrosinistra) verso uno sbocco sostanzialmente bipartitico. Ma, con la crisi del governo Berlusconi, lo scenario entro cui le principali forze politiche del Paese si sono trovate ad operare è diventato immediatamente diverso dalle aspettative che ognuna di esse aveva maturato. Dall’alternanza e dal bipartitismo bipolare, soprattutto a causa di come Giorgio Napolitano ha inteso interpretare la sua funzione di rappresentante dell’unità e degli interessi della nazione, si è passati – prima con Monti, poi con Letta e Renzi – a una grande coalizione che, come è noto, almeno fino ad ora, verso destra ha superato di gran lunga il perimetro della maggioranza di governo.
Il Popolo della Libertà, anche a causa del declino della leadership di Berlusconi per il fallimento della sua azione di governo di fronte agli effetti derivanti dalla crisi economica internazionale e dall’esito delle sue vicende giudiziarie, ha pagato il prezzo più alto. Infatti, se si vuole trascurare la rottura con Fini, avvenuta quando Berlusconi era ancora saldamente in sella, il Popolo della Libertà si è diviso in tre tronconi: Ncd, Fratelli d’Italia e la rinata Forza Italia, dove del resto la stessa leadership di Berlusconi è messa, in modo più o meno palese, permanentemente in discussione. Ma anche il Pd è in preda a una forte crisi identitaria. Fallito il progetto di essere il polo progressista di un sistema bipolare, esso è diventato il perno centrale del sistema di relazioni trasversali su cui oggi si regge il Paese. Ma ciò avviene non senza traumi, e nel quadro di un perdurante scetticismo e disicanto dell’opinione pubblica di un Paese provato dalla crisi, di cui alto astensionismo e consenso ai 5Stelle sono le principali manifestazioni. Il tentativo di costruire il nuovo Pd di Renzi quale Partito della Nazione, secondo un’infelice formula coniata da Alfredo Reichlin, sia pure in altro contesto e con altre intenzioni, allo stato resta una formulazione retorica dal profilo incerto. E la crisi del rapporto tra Il Pd di Renzi e Forza Italia, intervenuta attraverso una serie di reazioni a catena dopo le elezioni del presidente della Repubblica, hanno riportato alla luce il “male oscuro” che corrode la politica italiana. Mi riferisco al trasformismo alimentato nella rappresentanza parlamentare da questa fragilità e “liquidità” delle forze politiche, dalle piccole alle grandi. Di fronte alla minaccia da parte di Forza Italia di considerare rotto il patto del Nazareno, la risposta del Pd di Renzi è stata far ricorso – dopo aver parlato con disprezzo dei “partitini” - ai diversi e vari cespugli presenti in Parlamento, ripercorrendo il metodo del ricorso ai cosiddetti “responsabili”, che ha caratterizzato l’ultima fase del governo Berlusconi dopo la rottura con Fini, e la loro cooptazione in un magma indistinto simile sempre più a una sorta di “partito unico”.
Del resto, il metodo politico del nuovo gruppo dirigente raccolto attorno a Renzi sembra essere sempre più ispirato a una sorta di decisionismo autoritario insofferente alla discussione parlamentare vissuta come un impaccio e un fardello (da cui il ricorso permanente alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia). A ciò va aggiunta la tendenza ad attingere a piene mani a una retorica di stampo populista che contrappone gli “interessi degli italiani” a quelli dei loro rappresentanti, a una politica delle alleanze praticata in forma riservata e dai contenuti opachi, in cui l’intreccio tra interessi privati e ruolo pubblico qualche volta appare inquietante. Né tutto ciò, nei contenuti, indica un’effettiva prospettiva di cambiamento. Per sua stessa ammissione lo sguardo del gruppo dirigente del Pd raccolto attorno a Renzi guarda al passato. Il contenuto delle riforme (istituzionali, sociali e economiche) riguarda, come è detto nella propaganda renziana, ciò che nei venti anni precedenti non si è riusciti a fare. Si tratta cioè, nella sostanza, - dall’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori al primato della governabilità sulla rappresentanza che caratterizza le riforme istituzionali – dell’attuazione di quel programma neoliberista che nemmeno Berlusconi è riuscito a portare a compimento. Non ci si pone alcun interrogativo sulle sfide inedite che la lunga crisi economica apertasi nel 2007 pone al Paese, come non c’è nessuna risposta che sia alla loro altezza, in questo in sintonia con il complesso delle classi dirigenti europee.
Questa fragilità delle forze politiche, ovviamente, non riguarda solo i gruppi dirigenti a livello nazionale, ma si ripercuote nel corpo del Paese. Credo non vadano sottovalutate le ragioni che hanno indotto Sergio Cofferati, dopo l’esperienza delle primarie in Liguria, ad abbandonare il Pd. Secondo quando afferma l’ex segretario della Cgil la parte vincente del Pd ligure non ha disdegnato di intessere rapporti con esponenti di centrodestra a loro volta contigui a settori della criminalità organizzata. E’ un problema che - dagli appalti del’Expo a Milano all’Emilia a antiche storie riguardanti la cintura milanese e denunziati ormai molti anni fa in totale solitudine da Nando Dalla Chiesa e Carmela Mazzarelli, alle vicende romane di Mafia capitale - sta assumendo i caratteri di una vera e propria emergenza nazionale. Si tratta della relativa permeabilità del ceto politico locale, probabilmente anche a causa della situazione di vero e proprio assedio in cui vive per i tagli indiscriminati agli enti locali, a fenomeni di corruzione e di contiguità con zone grigie del mondo degli affari.
Ora l’elezione di Mattarella non è ovviamente di per sé l’alternativa a questo stato di crisi organica in cui versa l’Italia, ma – come si è detto - il segno che le classi dirigenti del Paese stentano a dare ad essa uno sbocco stabile nell’ambito delle politiche neoconservatrici perseguite dalla maggioranza.
La situazione resta quindi – nonostante la sicurezza che Matteo Renzi esibisce a ogni occasione -instabile e aperta a più soluzioni. L’opinione pubblica potrebbe orientarsi repentinamente sia a destra che sinistra, come è accaduto con la vittoria di Syriza in Grecia e la crescente influenza di Podemos in Spagna, e sull’altro versante con la crescita del Front National di Marine Le Pen in Francia e, a suo modo, della Lega di Salvini in Italia. Quel che evidente è che, sul piano internazionale come su quello interno, regna l’instabilità. E per quel che concerne l’Europa l’ordine fissato a Maastricht attorno all’asse franco-tedesco, su cui la Germania ha costruito il suo primato dopo l’unificazione del Paese, è seriamente messo in discussione. Le classi dirigenti dell’Unione stentano a prenderne atto. A prevalere è una sindrome difensiva dello statu quo, insostenibile sia per l’evoluzione dei rapporti interni all’Unione europea che per l’incertezza che - a partire dalla crisi ucraina e dalla guerra commerciale con la Russia di Putin per arrivare alla comparsa dell’Isis in Medio Oriente e al suo insediarsi in Libia- caratterizza la situazione che si è creata ai suoi confini. Per questo la reazione dell’establishment europeo alla vittoria di Syriza in Grecia è stata rabbiosa. Ma non ha futuro. Essa cioè potrebbe anche soffocare sul nascere la nuova esperienza di governo in Grecia ma non salverebbe l’Europa dalla disgregazione e dal declino.
Quindi, come si vede, (sia se guardiamo lo stato delle cose da un punto di vista interno che da un’ottica internazionale) siamo nel pieno di una situazione politica in movimento e per tanti aspetti aperta a più soluzioni. Gli sbocchi possono essere opposti. Quel che è certo che nulla potrà rimanere come prima. E, come la Grecia e la Spagna dimostrano, in questo processo di crisi e trasformazione dei sistemi politici da cui anche l’Italia è investita, per una nuova sinistra in costruzione potrebbe aprirsi una prateria.
Eppure la crisi della sinistra e addirittura la sua – speriamo temporanea - estinzione restano il “buco nero” della situazione italiana. Si è cercato di più parti di indagarne le ragioni, ma finora nessuno è riuscito a venirne a capo, offrendo analisi persuasive sui motivi di un collasso così repentino e profondo e indicando possibili vie di uscita. E ciò accade in una situazione in cui le responsabilità di ciò che resta della sinistra italiana sono di portata storica. Una sua rinascita e una sua rinnovata espansione, infatti, potrebbero costituire quell’anello di congiunzione tra la Spagna e la Grecia che potrebbe effettivamente mutare i rapporti di forza in Europa e segnare il suo destino.
Lo spazio esiste, dunque, per chi volesse – per dirla con Gramsci – esercitare insieme al “pessimismo della “ragione” quell’ “ottimismo della volontà” indispensabile a imprese di tal fatta.

 

Alternative per il socialismo, 35, febbraio-marzo 2015

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