Il progetto di «Laboratorio politico»

Critica Marxista, 6, 2014

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Per la sinistra italiana è momento di bilanci. E di bilanci amari. La fine del ventennio dominato da Silvio Berlusconi coincide anche con l’insuccesso clamoroso di costruire una sinistra all’altezza delle sfide dei tempi nuovi. Il Pd ha portato a compimento una mutazione genetica da cui è difficile dire, ancora, che cosa sia derivato. Il resto delle forze di sinistra non riescono a uscire dalla marginalità e dalla frammentazione che si sono prodotte all’indomani della sconfitta della Sinistra l’Arcobaleno nelle elezioni del 2008. Se si vuole ancora cercare di aprire una direzione di marcia e ridare senso all’agire politico di una nuova sinistra, bisogna tornare alle radici di questa crisi irrisolta, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso quando cominciò a maturare la presa d’atto di un mutamento di fase profondo negli assetti del capitalismo mondiale da un lato e della storia nazionale dall’altro, accelerato poi dal crollo del comunismo nel 1989.
L’esperienza di Laboratorio politico, la rivista promossa dal quel filone dell’operaismo italiano che faceva capo a Tronti e Asor Rosa, tra il 1981 e il 1983, costituisce probabilmente il più importante tentativo – all’indomani del fallimento della strategia del compromesso storico e della politica di solidarietà nazionale, chiusa tragicamente con il rapimento e l’assassinio di Moro – di ridefinire nell’ambito della sinistra italiana il rapporto tra lavoro intellettuale, ricerca teorica e politica, in ultima istanza la sua stessa identità. Come ebbe a scrivere Asor Rosa nell’articolo di apertura dell’ultimo numero della rivista del giugno-luglio del 19831, bisognava prendere atto che gli anni Ottanta inauguravano «la fine di un ciclo» durato un decennio, che la sinistra italiana come del resto tutto il Paese fosse al centro di una mutazione di portata storica, nella quale venivano messi in discussione gli assetti della democrazia repubblicana e il profilo medesimo e le identità dei suoi protagonisti.
In verità, in tutti i numeri della rivista, la valutazione di tale mutamento di fase avviene attraverso un’analisi prevalentemente concentrata sulla situazione italiana, e con riferimenti teorici che non oltrepassano l’orizzonte della cultura europea della crisi della prima metà del Novecento, cioè senza espliciti riferimenti al progressivo affermarsi sul piano mondiale – a partire dalla fine della convertibilità del dollaro in oro decisa dall’amministrazione Nixon nell’estate del 1971 – di quelle tendenze che sul piano economico e su quello dei rapporti sociali sanciscono il progressivo prevalere delle posizioni neoconservatrici e neoliberiste. E tuttavia la consapevolezza dei cambiamenti in corso e della loro portata epocale risulta fortissima.
Nel saggio citato Asor Rosa parla di un «mutamento di ordine antropologico», che ha attraversato tutti gli anni Settanta, che «comporta una tendenziale inclinazione di masse ingenti di popolazione a preferire una pluralità di risposte mutevoli a quei processi di decisione che sono propri comunque all’agire politico». Ciò ha come conseguenza «un abbandono dell’ideologia socialista» che comporta a sua volta un «declino della pratica democratica». Il nuovo ciclo che si apre negli anni Ottanta tende a caratterizzarsi sostanzialmente – scrive Asor Rosa – come «post-democratico» e in tutto l’Occidente i regimi politici maturi tendono ad assumere i tratti di una «democrazia autoritaria».
Alla netta percezione del mutamento di fase che matura a partire dagli anni Settanta rispetto al trentennio post-bellico – caratterizzato dalla competizione con l’area dei paesi socialisti e dal “compromesso socialdemocratico” che fa da cornice all’ininterrotta espansione economica dei “trenta anni gloriosi” – corrisponde un netto rovesciamento dell’agenda teorica, attraverso la rapida assunzione delle categorie e dei terreni imposti dalla rivoluzione neoconservatrice ormai in atto. L’indicazione – in questo in sintonia con la mutazione di cultura politica che Craxi impone al Psi nella seconda metà degli anni Settanta, restituendo un inedito protagonismo tramite Mondo Operaio a quei filoni eredi del liberalsocialismo aperti alle influenze esercitate dal neoliberismo – è il rovesciamento del rapporto, a favore del primo, tra “governabilità” e “rappresentanza” quale terreno principale su cui costruire l’agire politico della sinistra, e il rapporto tra politica e società da esso prospettato.

La riflessione sul governo

La riflessione sul “governo” in tutte le sue declinazioni diventa una sorta di “manifesto” che tende a caratterizzare in maniera peculiare il profilo teorico-culturale della rivista. Al tema del governo sono dedicati ben due numeri: il primo (1/1981) che dà a questa scelta, per essere appunto il primo, quasi un sapore programmatico dell’ispirazione complessiva della rivista; e il terzo (3/1981) dedicato per la maggior parte ai problemi aperti nell’esperienze di governo delle socialdemocrazie europee.
Si tratta di un’impostazione del tutto differente, anzi per molti versi opposta, dal tema della trasformazione del Pci in forza di governo per come nel corso degli anni Settanta matura nel corpo di quel partito, in cui il problema resta – specie nell’elaborazione di Enrico Berlinguer – come portare le masse lavoratrici al governo del Paese. Per Laboratorio politico, invece, sin dal suo primo numero l’obiettivo non è, come nella tradizione gramsciana e togliattiana, rovesciare il rapporto tra “governanti” e “governati”, bensì quello del rapporto tra “governo e governanti”, e quindi – come recita il sottotitolo – l’esame di «ceto, staff, tecniche e strutture».
Nell’incipit dell’editoriale che presenta la nuova rivista2, Mario Tronti non può essere più chiaro: «Perché governo e governanti? – scrive – Perché, subito e fin dall’inizio, questo privilegio concesso alla politica dall’alto?» E continua: «I modi tradizionali di direzione dei rapporti sociali sono tutti scossi, molte esperienze storiche sono consumate e tutte le riserve di immaginario delle utopie sembrano esaurite […] Sul governare e decidere si concentra per tutti la massa dei problemi. Comincia da qui una scelta obbligata. Non ci vuole molta fantasia. Basta un po’ di realismo».
A partire da questa impostazione – sia pur resa esplicita nel giudizio di fase che la sottende da Asor Rosa solo nell’ultimo numero della rivista – sono messi a revisione i principali aspetti della cultura politica della sinistra e gli assetti tradizionali della democrazia italiana, a partire dal mutamento del ruolo e del profilo dei partiti di massa a cui è dedicato in particolare il saggio di Franco Cazzola che apre il numero 5-6 del 19823 (non a caso in questo numero gli anni Settanta vengono esaminati come il decennio delle “identità perdute”4), a finire al bilancio critico della strategia del compromesso storico, vista prevalentemente come laboratorio di una rinnovata ricostruzione da parte di Moro dell’egemonia della Dc, sia pur nel riconoscimento di una diversa e opposta ispirazione da parte del Pci)5.
L’atto di discontinuità con la tradizione della cultura politica di ispirazione storicista del Pci (che pure resta il principale punto di riferimento politico della rivista) è molto netta e come vedremo in seguito esso è teso, esplicitamente, a mettere in discussione l’identità stessa di quel partito. Ma tale discontinuità è fortissima anche rispetto ai tentativi di rinnovamento della cultura politica comunista che erano stati avviati tra gli anni Sessanta e Settanta.
Sino a Laboratorio politico, infatti, il rinnovamento del rapporto tra intellettuali e politica della sinistra, e il suo principale partito, il Pci, è segnato prevalentemente dal rapporto tra elaborazione intellettuale e processo di modernizzazione del Paese avvenuto nel corso del miracolo economico e sfociato, dal punto di vista dei conflitti sociali, nelle lotte studentesche del 1968 e in quelle operaie del 1969. E avviene in sostanziale continuità con la discussione aperta dal convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo del 1962 e dallo scontro all'XI Congresso del Pci in cui a essere messa in discussione è la categoria dell'arretratezza come chiave di volta dell'analisi della situazione italiana che fino nel pieno degli anni Sessanta segna l'interpretazione da parte del Pci della storia nazionale.

Il confronto con la “Scuola di Bari”

Con Laboratorio politico, dunque, si cambia radicalmente approccio, nella consapevolezza che negli anni Settanta si è concluso un intero ciclo della storia italiana e un altro se ne apre in un emergente nuovo contesto internazionale. Che questo ciclo, secondo i promotori della rivista, sia segnato prevalentemente da un’interruzione del rapporto virtuoso tra società e politica è testimoniato dal fatto che nel saggio di Asor Rosa, che nel 1983 apre l’ultimo numero della rivista, si offre una periodizzazione del passaggio tra anni Sessanta e il decennio successivo che è del tutto opposta a quella prevalsa nel Pci, in particolare nell’elaborazione di Enrico Berlinguer. Se per quest’ultimo le lotte del ’68 e del ’69 determinano quel mutamento dei rapporti di forza che richiedono un diverso e convergente rapporto tra le grandi correnti di ispirazione popolare, per Asor Rosa il nuovo ciclo che caratterizza  gli anni Settanta non nasce «dal ’68-69 (per lo meno, non nel senso stretto del termine), ma dall’interno stesso del sistema politico, e precisamente dalla riflessione critica e autocritica che alcuni leaders e gruppi fanno».  Insomma è questione che riguarda le élites e non le masse e un diverso rapporto di forza determinatosi nelle relazioni tra le classi.
Sulla base di questa impostazione, sistematicamente divergente da quella che il Pci negli anni del cosiddetto secondo Berlinguer andava elaborando, in Laboratorio politico si realizza, sia pur per il periodo circoscritto all’attività della rivista, l’egemonia di una parte dell’operaismo italiano  (quello che fa capo a Tronti, Asor Rosa e Massimo Cacciari, dopo la rottura alla fine degli anni Sessanta con Toni Negri e la sua deriva estremistica) sulla gran parte della generazione intellettuale uscita o influenzata dal '68, che nel corso degli anni Settanta si era raccolta attorno al Pci. Essa diventa il canale attraverso il quale si elabora un distacco tra intellettuali e sinistra politica, che avrà pieno corso a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, che prima che sul terreno più propriamente politico si realizza sul piano di una crisi di egemonia che si rivelerà ben presto irreversibile.
Nel corso degli anni Settanta, nel pieno dell’avanzata elettorale del Pci, vi erano stati altri tentativi di rinnovare i rapporti tra intellettuali e sinistra politica, oltre e al di fuori dai confini segnati dall’impianto storicista che aveva a lungo dominato gli orientamenti dell’intellettualità comunista nell’Italia postfascista. Tra questi di particolare significato fu quello che ebbe come epicentro Bari e l’attività della casa editrice De Donato, che tuttavia – a differenza  di quello degli operaisti che successivamente svolgeranno una funzione egemonica nel collettivo di Laboratorio politico – non usciva dal  solco della tradizione gramsciana e togliattiana, sia pur nel quadro di un rinnovato confronto con altri filoni, in parte di ascendenza azionista, del socialismo italiano (Trentin, Foa, Lombardi). Molta intellettualità che si era raccolta attorno all’attività della De Donato e al gruppo che la animava con più continuità – da Rusconi a Marramao, da Accornero a D’Antonio, da Donolo a Rodotà – si ritrovarono nel 1981 nel collettivo che dà vita a Laboratorio politico, la cui capacità di attrazione arriva a coinvolgere personalità di formazione cattolica come Paolo Sorbi o di area cislina come Ezio Tarantelli. E, del resto, tra il 1978 e il 1979 non mancano i tentativi, concretizzatisi in singoli progetti editoriali, di un confronto ravvicinato tra il nucleo centrale dell’esperienza della De Donato e gli stessi Tronti, Asor Rosa e Cacciari. A lungo si discusse dell’eventualità di una nuova rivista comune, a cui Vacca e De Giovanni – afferma Asor Rosa nel Grande Silenzio, il libro intervista con Simonetta Fiori6 – alla fine si sottrassero perché troppo “organici” alla cultura allora dominante nel Pci. Tronti, Asor Rosa e Cacciari, d’altro canto, con il convegno organizzato dall’Istituto Gramsci del Veneto, Operaismo e centralità operaia già nel 19787, si erano candidati a essere tra i principali interlocutori di Giorgio Napolitano, allora responsabile economico del Pci, in procinto di avviare quel processo di distinzione dall’impianto con cui Enrico Berlinguer si accingeva ad affrontare l’esaurimento della fase della solidarietà nazionale, che sarebbe diventato esplicito proprio nel corso della prima metà degli anni Ottanta.

Quale soluzione per il conflitto sociale?

Il cuore della divaricazione tra la ricerca di Laboratorio politico e quella in cui è impegnato il segretario del Pci sta, a mio parere, nel fatto che, mentre Berlinguer attraverso l’elaborazione della strategia dell’alternativa democratica e della ricerca di una Terza via si misura con il problema di una riformulazione del tema della transizione da un sistema di rapporti economico-sociali a un altro, negli esponenti dell’operaismo approdati all’«autonomia del politico» è questa stessa possibilità che viene messa in questione. Ciò avviene attraverso una disamina approfondita dei mutamenti delle dinamiche politiche e sociali attraverso l’assunzione del modello matematico della teoria delle catastrofi di Thom come nuovo paradigma d’interpretazione. A questo la rivista dedica un numero (il 5-6/1981) dal titolo Catastrofi e trasformazioni.
L’approccio dei contributi presenti nella rivista, a partire dalla comune assunzione della teoria della catastrofi, è molto aperto e problematico. E il loro punto di approdo non è univoco. Per esemplificare si va dalla sottolineatura di Cacciari, nell’ambito della distinzione concettuale tra crisi e catastrofe8, dell’ingovernabilità da parte della politica dell’antagonismo e del conflitto che caratterizzano i rapporti sociali, all’impostazione di Marramao che, nel saggio di apertura del numero in questione9, afferma esplicitamente che il «concetto di catastrofe» produce un «effetto di definitiva secolarizzazione (e quindi di relativizzazione)» di «categorie epocali come crisi, transizione trasformazione». «Delle nozioni di transizione e trasformazione – continua Marramao – viene a cadere la rilevanza epistemologica della dialettica soggetto-oggetto: rilevanza esplicitamente inerente alle filosofie della storia del progresso e/o della rivoluzione in tutte le loro varianti».
In ambedue i casi, di Cacciari e Marramao, l’assunzione della teoria della catastrofi (intese in altri interventi come sinonimo di “punto critico”) sancisce il primato della dimensione sincronica su quella diacronica. Vale a dire che il conflitto sociale sarà anche irriducibile nel presente ma non prevede nessuna soluzione di prospettiva. L’obiettivo dichiarato è la messa in questione dell’impostazione storicistica del tradizionale rapporto instauratosi nel Pci tra politica e lavoro intellettuale, ma implicitamente viene consegnato all’irrilevanza l’intera riflessione su un’impostazione non storicistica, ma sistemica, di una teoria della transizione (si pensi solo a Poulantzas10) che un certo rilievo aveva assunto a metà degli anni Settanta nel dibattitto sul rinnovamento del marxismo italiano.
È anche su questo approccio teorico che si fonda la esplicita messa in discussione da parte del nucleo centrale degli ispiratori di Laboratorio politico dell’identità stessa del Pci. Asor Rosa lo ricorda nell’intervista a Simonetti Fiori, ma lo afferma anche nel saggio del 1983 La fine di un ciclo. La proposta è che il principale partito della sinistra italiana si trasformi in un partito riformatore post-comunista e post-socialista. È su questa linea, del resto, che Asor Rosa diventa il principale ispiratore della segreteria di Occhetto fino alla Bolognina. E anche dopo la rottura con l’ultimo segretario del Pci è questo l’indirizzo con cui Tronti e Asor Rosa (quest’ultimo è tra i principali estensori della mozione che per il congresso di Rimini fa capo a Antonio Bassolino e il cui titolo è appunto Per un moderno partito antagonista e riformatore) partecipano al dibattito apertosi con la “svolta”.
Ora, è mia opinione che l’abbandono da parte della sinistra attuale di qualsiasi idea di transizione dall’assetto sociale esistente a un altro è la ragione fondamentale della sua progressiva dissoluzione. Né è un’obiezione sufficiente il fatto che, a partire da Enrico Berlinguer, quando questa prospettiva è stata mantenuta, essa non è riuscita a uscire da un’impostazione meramente ideologica (il comunismo come “orizzonte”, oppure come principio etico regolatore dei comportamenti individuali e collettivi) per diventare un’alternativa di portata storico-politica a una crisi di fase, come lo sono state a loro modo nel secolo scorso sia l’Ottobre che, su scala europea, la rivoluzione antifascista, o anche il processo di decolonizzazione all’indomani del secondo conflitto mondiale.
Certo è che può sembrare paradossale che questo accada proprio quando, per effetto della globalizzazione e della nuova divisione internazionale del lavoro, il proletariato industriale per la prima volta nella storia del capitalismo diventa un soggetto di dimensione mondiale. Il problema è, per dirla in sintesi, che la crisi del primato dell’Occidente e al suo interno della civilizzazione europea rendono inesplorato e problematico quel passaggio dalla “classe in sé” alla “classe per sé” su cui fondare il ruolo di una sinistra all’altezza dei tempi.
La situazione, del resto, è tale che è lecito chiedersi persino se, allo stato, questo passaggio sia possibile. Quel che è certo, tuttavia, a mio parere e che si vuol tentare comunque di aprire una strada e riformulare una prospettiva è necessario riprendere il filo della riflessione a partire dal periodo storico che stiamo esaminando, nel quale è precipitata la crisi del movimento operaio del Novecento, e da esperienze come quelle di Laboratorio politico che, per rimanere all’Italia, mostrarono una precoce intuizione dei problemi e delle difficoltà che si stavano aprendo e che restano tuttora irrisolte.

 

* Comunicazione al seminario promosso dalla Fondazione Istituto Gramsci e dalla Scuola Normale di Pisa su La crisi del soggetto. Marxismo e filosofia negli anni Settanta e Ottanta, Roma 26-28 novembre 2014.

1 A. Asor Rosa Fine di un ciclo, in Laboratorio politico, 1983, n. 2-3.

2 M. Tronti, Cercare, pensare, lavorare sul politico, in Laboratorio politico, 1981, n. 1.

3 F. Cazzola, Le difficili identità dei partiti di massa, in Laboratorio politico, 1982, n. 5-6.

4 Il numero in questione è in gran parte dedicato al tema Anni ?70. Le identità perdute.

5 Vedi Laboratorio politico, 1982, n.2-3.

6 A. Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, a cura di S. Fiori, Roma-Bari, Laterza, 2010.

7 Roma, Editori Riuniti, 1978.

8 M. Cacciari, Catastrofi, in Laboratorio politico, 1981, n. 5-6.

9 G. Marramao, Catastrofe, identità e sistema, ivi.

10 Si veda tra tutti N. Poulantzas, Il declino della democrazia, a cura di E. Melchionda, Milano, Mimesis, 2009.

Critica Marxista, 6, 2014

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