Il voto italiano e la prospettiva europea

Critica Marxista, 1, 2013

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Il risultato delle elezioni, che fa per il momento del Movimento 5 Stelle in un certo senso l’arbitro dei destini dell’Italia, ci consegna un Paese la cui crisi economica e finanziaria, ma soprattutto politica e civile sembra ormai essere senza ritorno. E sembra miseramente fallito anche il tentativo, di cui il principale artefice è stato il presidente della Repubblica con la formazione del governo Monti, di riavviare un processo di riorganizzazione del sistema politico, che facesse uscire l’Italia dalla transizione infinita che ha caratterizzato la Seconda Repubblica, dopo quella che possiamo definire la “falsa ripartenza” del 2008.
Con la nascita del Pd e del Pdl alla vigilia delle elezioni del 2008, infatti, si era pensato che la lunga crisi del nostro sistema politico potesse avere finalmente il suo esito in un sistema bipartitico compiuto, fondato su una legge elettorale maggioritaria e sul primato di fatto dell’esecutivo sul Parlamento.
La crisi politica, resa più acuta dalla lunga crisi economica generale apertasi sul piano finanziario proprio nel 2008 e che in Europa soprattutto si sta trasformando in una lunga recessione dell’economia reale, ha reso evidente quanto questa soluzione fosse inattuale. Infatti, persino in Gran Bretagna dove maggioritario e sistema bipartitico sono storicamente consolidati, dopo le ultime elezioni si è dovuto ricorrere a un governo di coalizione.
Dopo le elezioni politiche del 2008 a entrare in una sorta di limbo è stato, innanzitutto, il neonato Partito democratico che ha presto abbandonato il progetto ambizioso di Veltroni di farne una forza interclassista egemonizzata dalle componenti più moderne e dinamiche delle classi dirigenti del Paese per rientrare nell’alveo più tradizionale di una forza di sinistra moderata, ma a differenza delle socialdemocrazie europee dal profilo identitario tuttavia incerto e indeterminato.
Ma la crisi ha messo a nudo anche la fragilità e le intime contraddizioni del progetto realizzatosi, con la nascita del Pdl, attorno a Berlusconi, fino alla disarticolazione che è succeduta alla rottura con Fini e al disvelamento del decadimento morale di un’intera classe dirigente.
La verità è che le due “macchine” nate in funzione dell’evoluzione bipartitica del nostro sistema politico (il Pdl e il Pd di Veltroni) non sono sopravvissute al fallimento di questo obiettivo. Sono tornati in superficie, dal trasformismo al populismo, tutti i vecchi mali della politica italiana. Sono usciti interamente allo scoperto la vocazione eversiva e populista del berlusconismo e i rischi che esso ha rappresentato e rappresenta per la democrazia italiana.

La borghesia italiana
La formazione del cosiddetto governo dei tecnici, oltre che affrontare l’emergenza finanziaria, avrebbe dovuto servire nelle intenzioni di alcuni anche a creare le condizioni per la costruzione di un’alternativa al Pdl per la rappresentanza delle classi dominanti del Paese. L’aspirazione era quella di dare vita finalmente a quel partito della borghesia che in Italia, almeno dalla fine del fascismo, non c’è mai stato. E che comunque ha sempre stentato in tutti i centocinquanta anni della storia nazionale a svolgere appieno un ruolo egemonico. La formazione della coalizione elettorale attorno a Monti è stato il tentativo di portare a compimento questo obiettivo. E naturalmente non è senza significato che il presidente del Consiglio abbia rotto gli indugi sulla sua partecipazione alla competizione elettorale nel momento in cui Berlusconi è tornato prepotentemente alla guida di ciò che restava del Pdl accentuandone il profilo populista e antieuropeo e che la sua scelta sia stata avallata di fatto dai vertici dello stesso Partito popolare europeo.
È del resto da tempo che settori delle classi dominanti cercano di trovare un’alternativa a Berlusconi. Le élites tradizionali della finanza e dell’industria e anche settori della nuova impreditorialità immersa nelle sfide della globalizzazione sono stati sopraffatti in questo ventennio dal protagonismo dei corpi malati che allignano nel ventre molle del capitalismo italiano (fatti di scarsa propensione agli investimenti e quindi sempre alla mercé del potere politico e delle sue provvidenze, protagonisti dell’enorme evasione fiscale e in qualche caso di contiguità con l’economia criminale e il riciclaggio delle sue risorse finanziarie). La loro reazione a tutto ciò è sempre stata dal 1994 molto incerta e, quando vi è stata, sostanzialmente votata all’insuccesso. Nel 2008 all’assemblea di Confindustria essi sono state travolti da Berlusconi che ha mobilitato contro di loro gli spiriti animali della piccola impresa del nord. L’uscita della Fiat da Confindustria ha minato ulteriormente la loro rappresentatività e credibilità. E non è senza significato il fatto che all’assetto attuale dei vertici confindustriali, che segnano una più sensibile presa di distanze rispetto ai precedenti da Berlusconi e il complesso di interessi che rappresenta, sia servito l’apporto determinante dei rappresentanti di ciò che resta dell’industria pubblica.
La visita fatta da Monti insieme a Marchionne il 20 dicembre del 2012 alla Fiat di Melfi ha cercato di dare all’opinione pubblica l’impressione che fosse in atto una svolta, che cioè stesse per nascere un vero e proprio blocco sociale che potenzialmente si sarebbe potuto raccogliere attorno a quello che ho chiamato un nascituro partito della borghesia italiana (con Cisl e Uil dentro a pieno titolo e la Cgil fuori), dotato anche della benedizione del Vaticano e delle gerarchie cattoliche italiane.

L’insuccesso di Monti
I risultati elettorali ci hanno detto che questo progetto, per ora, ancora una volta è stato sconfitto. Certamente a determinarne il fallimento sono state anche le politiche economiche sociali a senso unico adottate dal governo Monti, incapaci di fronteggiare la crisi economica che è diventata più pesante. Tali politiche, presentate come prive di una vera alternativa, sono state rifiutate dalla maggioranza dell’elettorato e alimentato quella reazione di stampo populistico che col voto si è rivelata travolgente. Lo stesso insuccesso di Bersani e del Pd in parte risiede nel fatto di averne, almeno sino all’indomani delle elezioni, rivendicato la continuità, gettando un’ombra di ambiguità e di credibilità sugli indirizzi della coalizione progressista, in cui Sel invece ha sostenuto in campagna elettorale politiche alternative a quelle di Monti.
Tuttavia per capire le ragioni di fondo dell’insuccesso di Monti probabilmente bisogna ripensare l’intero percorso della storia nazionale e farne un bilancio come conviene nei momenti di svolta. La verità è che ci troviamo di fronte a un processo ormai avanzato di dissoluzione della nazione italiana, che viene da lontano, ma che ha subito nella crisi dell’economia globale un’accelerazione senza precedenti. E, infatti, tra gli esiti certi della crisi in corso, vi è sicuramente quello di una ridislocazione su scala mondiale dei fattori dello sviluppo che pongono l’Italia in una collocazione particolarmente critica. La crisi dell’esercizio della sovranità nazionale di fronte allo strapotere della finanza e le tendenze della globalizzazione riguarda tutti i paesi europei, Germania inclusa, ma diventa più acuta in quelli la cui la compagine nazionale risulta particolarmente fragile per ragioni recenti e remote.
Che l’Italia sia tra questi paesi non v’è dubbio. Troppo recente - 150 anni – è la raggiunta unità del Paese. E soprattutto ancora minore il periodo nel quale, come ha sottolineato Franco De Felice nei suoi studi sull’Italia repubblicana, essa si è effettivamente costituita come nazione. Si tratta, di fatto, di un periodo circoscritto al quarantennio che va dal varo della Costituzione alla fine del sistema politico fondato sui partiti di massa. E avrà pure un suo significato il paradosso che le forze politiche che più di altre hanno nel secondo dopoguerra interpretato l’esigenza di costruire una forte identità di nazione siano state il Partito comunista italiano, una forza invece che nasce internazionalista e resta parte di un movimento mondiale sostanzialmente fino alla sua fine, e la Democrazia cristiana, figlia di quel movimento cattolico che fino al patto Gentiloni e poi ai Patti Lateranensi è estraneo se non ostile allo Stato unitario.
Ora è evidente che non è più possibile contrastare nel nome di una rinnovata politica di unità nazionale le tendenze centrifughe, sul piano territoriale, della coesione sociale, dei valori condivisi di un Paese, che stanno devastando l’Italia. Lo sarebbe se vi fosse la possibilità di rispondere con politiche nazionali agli effetti della crisi economica globale che è innanzitutto un rivoluzionamento della divisione internazionale del lavoro. Ma queste politiche – siano esse industriali, monetarie, energetiche e ambientali - possono essere oggi solo europee. E tuttavia le elezioni hanno dimostrato che più della metà degli elettori (quelli che hanno votato per Grillo e Berlusconi), pur da posizioni nettamente divergenti, rifuggono da questa prospettiva, ritenendo che su scala europea non ci siano alternative alle scelte finora fatte in nome dell’”austerità”.

La crisi italiana
La crisi italiana comunque precipita a partire dai primi anni Novanta. La fine dei partiti di massa sul piano interno, e quella del campo socialista sul piano internazionale, proiettano l’Italia nel pieno della riorganizzazione neoconservatrice che dalla fine degli anni Settanta aveva cominciato a caratterizzare la storia mondiale. L’Italia vi si inserisce con due scelte ambedue riconducibili al governo presieduto da Giuliano Amato nel 1992. La prima è l’avvio dello smantellamento delle conquiste sindacali e di protezione sociale seguite alla lunga fase di espansione economica postbellica. La soppressione della scala mobile con l’accordo separato del 1992 costituisce, da questo punto di vista, un atto di grande valore simbolico e l’apertura di un processo che dura tuttora. È una scelta in linea con l’orientamento neoconservatore che si va affermando in tutto l’Occidente a partire dalla vittoria di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Inghilterra. Essa si accompagna a un’altra, quella della svalutazione della lira, che ridà una spinta competitiva alle esportazioni italiane almeno sino all’avvento dell’euro, ma contribuisce all’affermazione di quel profilo industriale dell’Italia, fondato sulla piccola e media industria a basso contenuto di innovazione di prodotto, che oggi rende particolarmente esposto il Paese alla competizione dei paesi emergenti e al rischio di un irreversibile declino economico. Incominciano a venir meno i settori che nel corso del “miracolo economico” avevano contribuito a fare dell’Italia un grande paese industriale. L’Olivetti perde la sfida dell’informatica e De Benedetti sceglie la via della riconversione del suo gruppo in una holding della finanza, dei servizi e dell’editoria. Si ridimensiona l’industria degli elettrodomestici. Quella telefonica, a fronte dell’impetuosa espansione della telefonia mobile, non sa aprire il capitolo della produzione industriale dei nuovi apparecchi e si riduce a pura attività di gestione delle reti. È smantellata l’industria pubblica che era stata l’architrave dei successi economici dell’espansione postbellica, non tenendo distinte liberalizzazione, cioè fine della condizione di monopolio, e privatizzazione. Solo il settore dell’auto sino alla crisi attuale è in controtendenza. Mentre il monopolio del pubblico viene smantellato, la Fiat raggiunge sin dagli anni Ottanta la condizione di monopolista perfetto con l’acquisizione prima della Lancia e poi dell’Alfa, e diventa con l’apertura di grandi stabilimenti al sud l’unica gande industria nazionale.

La prospettiva europea
Sono quelle scelte degli inizi degli anni Novanta – soprattutto quella della svalutazione competitiva – diverse e opposte a quelle di altri paesi europei, a cominciare dalla Germania che, dunque, rendono particolarmente esposta l’Italia alle sfide di oggi.
E il conflitto tra le generazioni, che sembra segnare ormai in modo determinante rapporti sociali e politici, nasce non da uno squilibrio redistributivo ma dall’assenza di prospettive per il futuro. La responsabilità della generazione politica che in questi venti anni ha assunto la guida della sinistra (per intenderci quella del ’68) è di non aver visto per tempo ciò che stava accadendo e di non aver tentato nemmeno di porvi riparo. È su questa realtà, a mio parere incontrovertibile, che Renzi ha costruito il suo relativo successo nella competizione interna al Pd e appare, ora, a tanti in quel partito come l’unico in grado di competere con Grillo.
Il risultato delle elezioni non cancella il fatto che non esiste soluzione ai problemi del Paese sul piano nazionale, al di fuori da un contesto europeo e da un rafforzamento dell’Unione. Ma ciò non significa, come ha fatto Monti contribuendo così al suo stesso insuccesso elettorale, adeguare le politiche nazionali all’indirizzo attualmente prevalente in Europa. Perché le politiche attuali non concorrono a costruire l’Europa ma a disfarla. Ben altro ci vuole, a partire dalla costruzione di un vero e proprio Stato sovranazionale, che potrebbe riempire di contenuti l’aspirazione a aprire quell’effettiva fase costituente da più parti auspicata ma lasciata da tutti sostanzialmente nell’indeterminazione.
Se questo non divenisse obiettivo strategico delle forze europeiste, pur nel quadro di una realistica valutazione dei rapporti di forza con cui fare i conti, è difficile capire quanto a lungo le forze centrifughe che la crisi alimenta nel nostro Paese potranno essere contenute. A destra il nuovo Pdl, come la Lega, sono contro l’Europa. Lo è il movimento di Grillo, vero vincitore di questa competizione elettorale. Ma anche a sinistra nelle forze e negli orientamenti che più nettamente hanno contrastato il governo Monti vi sono tendenze che guardano all’Europa con scetticismo nella convinzione che i suoi gruppi dirigenti non potranno avere altro orientamento che quello attuale. E si va dalla suggestione di uscire dall’Euro, coltivata non solo dal Movimento 5 Stelle ma anche da economisti di sinistra, all’ipotesi di costruire un fronte comune dei paesi dell’Europa mediterranea da contrapporre agli indirizzi imposti dalla Germania e dagli altri paesi dell’Europa del nord. Quando dovrebbe essere del tutto evidente che il problema sta nel sollecitare in Germania la nascita di un’effettiva dialettica tra diverse e opposte prospettive per l’Europa lungo il crinale di una rinnovata contrapposizione tra destra e sinistra.

Il lavoro e l’Europa
Questa situazione di stallo, dunque, particolarmente acuta in Italia per la transizione incompiuta del suo sistema politico e per i risultati elettorali che la rendono ancor più problematica, riguarda tutte le democrazie europee e il destino stesso dell’Europa.
Ma il quesito che bisogna porsi alla fine è se da essa si può uscire solo soffermandosi sul destino politico delle attuali classi dominanti in Europa e sulla loro funzione storica. Se insomma la soluzione non stia anche nell’affrontare l’altro corno del problema. E cioè che il lavoro torni a farsi partito, a costruire una sua autonoma rappresentanza politica. Il tema sembra al limite di ogni realistica proposizione soprattutto in Italia, dove la sinistra politica, come dimostra anche questo risultato elettorale, si è come dissolta. Si tratta in effetti di un problema enorme, difficile persino a porre, perché la fine del movimento operaio del Novecento e i caratteri della globalizzazione in atto impediscono alle tradizioni della sinistra politica e sociale di concorrere alla realizzazione di questa impresa. È impedito per ragioni evidenti a quella comunista. Ma lo è anche per quella socialdemocratica che oscilla tra dimensione economico-corporativa della sua funzione nazionale e subalternità al neoliberismo nel disegnare il suo ruolo nella nuova dimensione globale. Insomma mancano a sinistra adeguate culture di riferimento. Da questo punto di vista la battaglia per l’applicazione dei principi della nostra Costituzione in un’ottica europea potrebbe costituire una traccia di lavoro e indicare una prospettiva.
Eppure non può esserci futuro per l’Europa, e quindi per il nostro Paese, che ne è parte integrante e imprescindibile, se il lavoro non torna a svolgere una funzione politica. È un giudizio, il mio, che nasce da ragioni generali e dai caratteri stessi che la crisi globale in corso sta assumendo. Se è vero che essa è, come io penso, innanzitutto una radicale riorganizzazione della divisione del lavoro su scala mondiale in cui i paesi emergenti (Cina e India ma anche i paesi dell’America latina e la Russia) sono destinati a svolgere un ruolo di primo piano, ciò comporta alcune conseguenze. La prima è che per la prima volta nella storia del mondo il proletariato industriale, cioè i lavoratori delle manifatture, è diventato una componente sociale a dimensione mondiale. Quella che nel Manifesto di Marx del 1848 era un’espressione retorica (“proletari di tutto il mondo unitevi”) essendo la manifattura figlia della prima rivoluzione industriale ristretta a alcune isole produttive di un’Europa ancora eminentemente agricola, oggi potrebbe essere una realtà. I problemi, che nel dibattito corrente non sono nemmeno segnalati, sono altri. L’organizzazione attuale del lavoro (il toyotismo e i suoi sviluppi), e dall’altra i processi di precarizzazione, sul versante delle culture di riferimento rimandano a una miscela inedita di dispotismo asiatico e di americanismo, che tende a negare alla radice quel processo storico-politico da cui è nata la democrazia occidentale e nel quale capitale e lavoro si sono confrontati in una successione di conflitti ma anche di compromessi alti.
Si può invertire questa tendenza che nega alla radice le fondamenta della nostra civilizzazione? L’impresa sembra al limite dell’impossibile, come anche le tendenze portate alla luce dal voto in Italia inducono a pensare. Ma ne va del destino dell’Italia e dell’Europa. So bene che la civilizzazione europea nasce dalla Riforma e dal processo di secolarizzazione che ne è derivato. E quindi ha radici più antiche del sorgere del socialismo. Ma so anche che dalla nascita del movimento operaio essa si è rinnovata e sviluppata sempre in stretta connessione con le conquiste del mondo del lavoro. In avvenire può essere altrimenti? È ormai un’ipotesi che bisogna cominciare a prendere in considerazione. Ma se così fosse, temo che l’Europa nell’attuale competizione per i futuri assetti del mondo rischierebbe di fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro in urto tra loro. E il suo declino sarebbe irreversibile.

Critica Marxista, 1, 2013

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