La nascita di Alba e le sfide della sinistra

Critica Marxista, 2-3, 2012

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La nascita di Alba (Alleanza Lavoro, Benicomuni, Ambiente) all’assemblea di Firenze del 28 aprile, promossa dai firmatari del Manifesto per un soggetto politico nuovo, potrebbe effettivamente costituire uno dei fattori capaci di mettere in movimento l’intero panorama della sinistra italiana. Chi è stato partecipe nel 2006 di quella discussione che si tenne a Orvieto, promossa dall’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, Uniti a Sinistra e Associazione Rosso Verde con la partecipazione attiva dell’allora gruppo dirigente della Fiom, sulla necessità di un nuovo soggetto politico unitario della sinistra italiana, non può che guardare con favore all’esperienza che si è avviata a Firenze.
Nell’incontro fiorentino, intanto, i promotori hanno avuto una particolare attenzione a rimettere al centro della propria iniziativa lavoro e difesa dello stato sociale che, nella stesura del Manifesto, sembravano essere sovrastati, se non oscurati, dal tema prevalente della crisi drammatica che attraversa la politica democratica nel nostro Paese. Gli impegni assunti in assemblea, relativi alla riapertura della battaglia intorno all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e alla riforma del mercato del lavoro, e l’accoglimento della proposta di Gallino per la creazione di un milione di posti di lavoro, attraverso politiche pubbliche esplicitamente ispirate all’esperienza del New Deal rooseveltiano, dimostrano che l’opzione antiliberista che caratterizza il nuovo soggetto non può che trovare il suo alimento nella centralità della lotta per il lavoro e per i suoi diritti negati, e del ruolo che a esso compete nella costruzione di un modello di sviluppo alternativo a quello che ci ha portato alla crisi devastante che stiamo attraversando. Del resto, se non ci avessero pensato i medesimi promotori dell’incontro di Firenze a introdurre questa salutare correzione di rotta, lo avrebbero fatto gli interventi di Gianni Rinaldini e Giorgio Airaudo che più di altri hanno contribuito a definire il senso e la possibile direzione di marcia delle scelte fatte nel corso della giornata fiorentina.
Ci troviamo dunque di fronte a un processo che cerca di costruire il suo profilo attraverso un percorso aperto al confronto, attento a tenere sotto controllo le punte di massimalismo che pure vi sono al suo interno, che non considera le proprie idee come una sorta di “tavola della legge” ma un contributo a una elaborazione corale e la più inclusiva possibile.
Tutto ciò, naturalmente, non significa che non ci siano problemi aperti, a partire da che cosa debba essere il medesimo “soggetto nuovo” nato a Firenze. Marco Revelli, nel primo intervento della giornata, che è stato anche una sorta d’introduzione al dibattito, ha tenuto a chiarire che l’intento non è quello di costruire un altro “partitino”. Nella discussione, da parte degli stessi promotori, sono state proposte diverse definizioni: un “non partito”, un nuovo Cln per organizzare la resistenza contro la dittatura dei mercati, uno “spazio pubblico” unitario nel quale praticare un’altra forma del rapporto tra cittadini e politica fondata sulla partecipazione. Come è evidente non si tratta proprio della stessa cosa. A volte, nel corso della discussione, è sembrato che a determinare tale riforma dell’agire politico e del sistema democratico nel loro complesso potessero bastare le modalità di vita interna a Alba e le pratiche di partecipazione che la dovranno alimentare. Insomma, l’impressione è che siano giustapposte questioni che riguardano la riforma dell’intero sistema politico (e quindi tutte le forze in campo da destra a sinistra), la rifondazione della sinistra italiana e la ricostruzione del suo radicamento popolare, le forme di vita interna a una singola organizzazione che vuole superare il leaderismo che ha caratterizzato le formazioni politiche della seconda Repubblica, nessuna esclusa, attraverso un modello organizzativo fondato su relazioni orizzontali a rete e sulla partecipazione attiva dei singoli aderenti.
Al fondo di questa sovrapposizione è molto probabile che vi sia un’incertezza su quale debba essere il futuro della democrazia e dei suoi attori. Se, cioè, il problema è il superamento di questi partiti o se è auspicabile un sistema politico senza e oltre i partiti. Che senso avrebbe altrimenti l’analogia tra la situazione attuale e quella creatasi all’indomani di quel tornante della storia d’Europa costituito dalle rivoluzioni del 1848, fatta da Marco Revelli, in cui sarebbe stato impossibile concepire un’organizzazione del sistema politico in continuità con le forme della politica nate dalla Rivoluzione francese dell’89?
Un altro nodo non sciolto è quello del rapporto tra partecipazione e rappresentanza. Gli istituti della democrazia rappresentativa debbono tornare a essere centrali (anche attraverso il ritorno a un sistema elettorale di tipo proporzionale) o la loro crisi è irreversibile? Anche su questo punto cruciale le oscillazioni sono significative. Si passa dal riconoscere che la costruzione del nuovo soggetto non possa prescindere dalla rappresentanza all’affermazione che l’attuale Parlamento abbia perso ogni diritto a legiferare a causa della crisi di legittimazione delle forze che lo compongono. Cosa che, a questo punto, si potrebbe dire di ogni Parlamento, ora da una parte politica ora dall’altra, e per opposte ragioni. E come è noto dall’antiparlamentarismo non sono mai venuti vantaggi alla democrazia.
Nel suo intervento Gianni Rinaldini ha affermato che si supera l’alternativa tra partecipazione e rappresentanza solo se si allargano le basi di quest’ultima attraverso un intreccio tra rappresentanza politica e rappresentanza sociale che passi anche attraverso la costruzione di stabili istituti di democrazia rappresentativa sui luoghi di lavoro.
Un ulteriore problema riguarda le politiche per uscire dalla crisi. Non sono mancate nella discussione, come reazione alla “dittatura” della finanza e dei mercati e al ruolo delle istituzioni europee che se ne fanno in sostanza portatrici, ipotesi di uscita dall’euro in nome della ricostruzione di una lesa sovranità nazionale. Molti degli argomenti contro l’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio hanno avuto alla base questo modo di ragionare. Si tratta di posizioni che, nella situazione drammatica in cui versa il Paese, rischiano di convergere oggettivamente con le spinte populiste di cui si alimenta l’antipolitica dilagante, mentre aprirebbe per la sinistra un orizzonte di iniziativa politica sicuramente più fecondo il riconoscimento che la dimensione sovranazionale dei problemi derivanti dalla crisi è ineludibile e che l’obiettivo oggi dovrebbe essere la democratizzazione delle istituzioni europee e l’assegnazione di un ruolo centrale al Parlamento europeo.
L’ultima questione è quella relativa al modo in cui Alba affronterà la prossima scadenza elettorale. I suoi promotori, giustamente, tendono a sottolineare che il loro progetto non è finalizzato alle prossime elezioni politiche. Ma anche, altrettanto giustamente, escludono che quell’appuntamento possa essere eluso. E ciò per tante ragioni. Intanto perché la crisi democratica incalza e il governo Monti, anche suo malgrado, si sta rivelando un fattore del suo aggravamento. Le prossime elezioni avranno effettivamente un carattere “costituente”, ed è probabile che all’indomani si aprirà un processo nel quale le forze politiche che conosciamo saranno sottoposte a profondi mutamenti. La prossima sarà, con molta probabilità, una legislatura molto turbolenta. Non esserci è come rinunciare a svolgere un ruolo in una partita decisiva per le sorti della democrazia italiana. Sarebbero, perciò, necessarie parole chiare sul ruolo che Alba intende svolgere - se intende farlo - quale fattore di coesione e unità della sinistra nella prossima scadenza elettorale. E sarebbe utile anche l’avvio di un confronto sulle alleanze politiche, sull’interesse a ricostruire o meno il centrosinistra e quindi a concorrere a un’alternativa di governo attraverso un confronto programmatico serrato su tutti i punti critici che oggi oppongono sinistra e Pd.
Infine, un approfondimento sarebbe necessario su come Alba intende procedere nel percorso che ha avviato. Intende fare da sola? E’ proprio vero che gli attuali partiti della sinistra siano del tutto refrattari all’impresa? La Fiom, con l’intervento di Airaudo, ha annunciato che il 20 maggio a Firenze rilancerà quella coalizione sociale tra operai, studenti e precari che è stata il perno della sua politica delle alleanze in questi due anni. Sarebbe velleitario se Alba pensasse di assorbire al suo interno questo altro percorso politico parimenti essenziale per riformare assetti e agire politico a sinistra. Ma oltre la Fiom vi sono altri soggetti collettivi – dalla Cgil all’Arci, all’economia del Terzo settore, ai tanti amministratori locali della sinistra – che non possono essere ignorati se si vuole veramente puntare alla costruzione di una forza popolare a vocazione maggioritaria, come ha rivendicato Paul Ginsborg.
I firmatari del Manifesto da cui ha preso le mosse il soggetto politico nuovo nato a Firenze il 28 aprile rappresentano un panorama molto ampio di quella intellettualità che, dal movimento dei “girotondi” e in particolare dopo la nascita del Pd, ha lavorato intensamente perché pensiero critico e cultura democratica rimanessero ancorati a sinistra. Hanno, invano, chiesto alle forze politiche di sinistra (Rifondazione e Sel innanzitutto) di farsi carico del processo innovativo di cui si facevano promotori e della vocazione unitaria che li animava. Ora, dopo tante disillusioni, a partire dal fallimento della Sinistra l’Arcobaleno, hanno deciso di fare da soli. Anche perché la comune casa della nostra democrazia, la Repubblica, rischia di “bruciare”. E quindi non c’è più tempo. Va dato atto della generosità e dell’assunzione di responsabilità che questa scelta comporta. Ma bisogna essere tutti consapevoli che in questa situazione, indipendentemente dalla volontà di tutti, potrebbe consumarsi un divorzio tra intellettualità di sinistra e quello che un tempo poteva definirsi il movimento operaio e le sue organizzazioni che non ha precedenti. Gli esiti non sarebbero positivi per nessuno.
L’esperienza che ha iniziato il suo cammino a Firenze ha il merito di mettere in discussione rendite di posizione a sinistra che non hanno più ragion d’essere. Ma, perché essa stessa possa svilupparsi e irrobustirsi, c’è bisogno che si realizzi una sintesi superiore, sul piano delle relazioni politiche e su quello teorico, non come forma sovraordinata a quello che è nato a Firenze, ma come un processo condiviso che crei quelle convergenze, quella massa critica, quei rapporti di forza capaci effettivamente di indicare un nuovo terreno di iniziativa e una diversa prospettiva che rimetta la sinistra e il lavoro di nuovo al centro delle sfide dell’oggi.

Critica Marxista, 2-3, 2012

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